Benvenuta Primavera !

JAPAN-WEATHER-CULTURE

Leggo su Il Post. it:

Il primo giorno di primavera è oggi 20 Marzo 2015.

Il primo giorno di primavera del 2015 – cioè l’equinozio di primavera – è l’evento astronomico da cui si fa cominciare la stagione della primavera. Avviene negli ultimi minuti di venerdì 20 marzo (esattamente alle ore 23:45 italiane). L’inizio della primavera, determinato dalla rivoluzione della Terra, non arriva ogni anno lo stesso giorno e molti sono abituati a pensare che invece la stagione cominci sempre il 21 marzo, giorno di San Benedetto da Norcia.

Spesso si ritiene infatti che le stagioni cambino il 21 del mese, ogni tre mesi: e che la primavera inizi il 21 marzo. Ma le stagioni non sono determinate per convenzione, e la dichiarazione del loro avvio è una tradizione culturale che è conseguenza di un evento astronomico ben preciso che capita quattro volte nel corso dell’anno: agli equinozi (due) e ai solstizi (altri due), istanti precisi che la costruzione dei nostri calendari “muove” nell’arco di alcune decine di ore ogni anno. E per tutto questo secolo, l’equinozio sarà il 20 marzo, con qualche eccezione per il 19 (nella tarda serata). La primavera astronomica tornerà a cominciare il 21 marzo solo nel 2102. [….]

(L’articolo completo qui su Il Post.it)

BENVENUTA, allora, Primavera!

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Do you speak english?

expo 2015

All’ EXPO 2015 parrebbe di no.

Ahi, ahi… se il buongiorno si vede dal mattino….

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Insaziabile Belen

belen-e-stefano

Un po’ di gossip: pare che sia giunta al capolinea, come era prevedibile, la love story tra Stefano e Belen.

Lei avrebbe dichiarato:

guizzi

Guizzi?

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Tenero Gram, ma…

gramellini

E’ il “Buongiorno” di oggi di Massimo Gramellini:

Il maresciallo

E poi, e ancora, e per fortuna, ci sono quelli come il maresciallo dei carabinieri in pensione che ha dimenticato un medicinale in farmacia. Mentre rientra a prenderlo, si imbatte in un bandito che sta scappando con la cassa. Letteralmente. L’ha appena sradicata con un coltello da macellaio. Il maresciallo in pensione monta in macchina e si mette all’inseguimento. Fossimo dentro un romanzo, potremmo immaginare che l’adrenalina gli scateni nella mente una serie di associazioni e di ricordi. La missione in Iraq, l’agguato terrorista, gli spari, il ragazzo di vent’anni morto tra le sue braccia, la medaglia d’argento al valore. Ma la realtà, adesso, è quel pregiudicato a piede libero – da noi le sentenze sono solamente uno stato d’animo – che corre davanti a lui con la cassa della farmacia in una mano e un coltellaccio nell’altra.   

Anche il maresciallo in pensione ha le mani occupate. La sinistra per guidare e la destra per digitare sul telefonino il 112. E’ quando completa il rapporto ai suoi ex commilitoni che avverte la fitta al cuore. Il telefonino gli cade in grembo, la testa sul volante. Si chiamava Luigi Marasco e viveva a Oviglio, in provincia di Alessandria. Il bandito è stato arrestato dai carabinieri grazie alle sue indicazioni. Un eroe? Un uomo, di sicuro. Mestiere eroico, specie in questo tempo da Lupi. Più di tutte le altre parole del mondo si è meritato quelle di sua moglie: «Sei stato un grande. Ti amerò fino a raggiungerti».  

Tenero, lo dico col cuore. Ma insopportabile: perché quel richiamo a Lupi?

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[Libri] “La calda estate del commissario Cataldo” di Luigi Guicciardi – Piemme (1999)

Luigi Guicciardi - La calda estate del commissario Cataldo

Le quattro stelline attribuite a “Un nido di vipere per il commissario Cataldo” mi avevano fatto ripromettere di provvedere alla lettura di un altro romanzo del suo autore.

Di Luigi Guicciardi ho, quindi, scelto “La calda estate del commissario Cataldo”, pubblicato dalla Piemme nel 1999, che è il primo della serie dedicata a questo ispettore di polizia.

Qui siamo a Guiglia, un paese di villeggiatura dell’Appennino emiliano e siamo di fronte ad un presunto caso di suicidio,  ad un forestiero che ritorna dopo aver scontato diciott’anni di carcere per un delitto che non aveva commesso, ad una storia del passato che coinvolge un gruppo di persone con molte cose da nascondere.

Indaga il commissario Cataldo e l’assassino colpirà ancora. Quando tutto sembrerà risolto e ancora una volta sarà accusato ed arrestato un innocente,  alcuni particolari in precedenza trascurati permetteranno a Cataldo di far luce vera sull’intera vicenda.

E’ un giallo, quindi, di tipo tradizionale basato,  analogamente al “Nido di vipere”, sui dialoghi e sull’osservazione. Qui però, pur essendo la lettura sempre intrigante, la trama mi è sembrata meno convincente e i personaggi meno realistici.

Tre stelline *** il mio gradimento.

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[Libri] “Il resto della settimana” di Maurizio De Giovanni – Rizzoli (2015)

Il resto della settimana

Maurizio-DE-GIOVANNIMaurizio De Giovanni (Napoli, 31 Marzo 1958) oltre che un apprezzato scrittore di libri gialli (vedi la serie del commissario Ricciardi e quella dei Bastardi di Pizzofalcone) è anche, forse soprattutto, un simpatico cronista e opinionista sportivo tifoso sfegatato del Napoli.

“Il resto della settimana” testimonia dellagrande passione per i colori della sua squadra del cuore e per la gente della sua città. Lo fa raccontandoci di una settimana tipo vissuta in un piccolo bar napoletano:

Il bar di Peppe è un minuscolo porto di mare nel ventre di Napoli. Uno di quei bar accoglienti e familiari, sempre uguali a se stessi, dove sfogliatelle e caffè sono una scusa per chiacchierare, sfogarsi, litigare e fare pace. Inferno o paradiso, dipende dal momento. Ma più di ogni altra cosa è il luogo ideale dove prepararsi all’Evento, quello che la domenica pomeriggio mette tutti d’accordo intorno a un’unica incontrollata passione. …

E’ un libro dedicato a chi ama il calcio e ne soffre la passione, una vera e propria malattia, che l’autore ci spiega così:

In una delle pause del suo servizio, il Professore si rivolse a Peppe:

«Io una cosa continuo a non capire. Molti di questi sono colti, raffinati. Gente intelligente, che fa lavori impegnativi e di alta responsabilità. Non possono non rendersi conto di quanto non valga la pena di soffrire tanto, nel tessuto di un’esistenza che riserva comunque avversità nella professione, nei rapporti sociali, nelle relazioni familiari. Il passatempo, perché di passatempo si tratta, dovrebbe essere un’isola felice, un luogo dell’anima in cui ci si rifugia proprio per non soffrire. C’è chi va a pesca, o a caccia, non per ammazzare gli animali ma per stare ore in silenzio a contatto con la natura; chi fa il bricolage, chi dipinge, chi lavora a maglia per concentrarsi su altro che non siano i soliti pensieri di ogni giorno, e questo è naturale. Ma perché offrirsi a qualcosa che ti può far stare male? Perché se le cose non vanno come devono andare, questi poi stanno male davvero. No?».

Peppe rifletté a lungo. Poi rispose:

«Sì, certo che stanno male. Io ho visto gente piangere, ed erano adulti che nella vita le ragioni per piangere le avevano eccome. Ma tu, Professo’, proprio tu che hai tanto studiato le persone e quello che provano, non puoi sottovalutare la passione».

Il Professore chiese:

«In che senso?».

Peppe sorrise:

«Nel senso che secondo me è sbagliata la prospettiva. Tu non devi guardare quello che la gente ha nella vita, quindi i dolori, le avversità, le sofferenze, ma quello che non ha. O che non ha abbastanza».

«Cioè?»

«L’entusiasmo. Lo scoppio di una gioia imprevista e improvvisa. Vincere sul campo, senza dubbi, senza riserve. E soprattutto la condivisione: abbracciarsi urlando, saltellare tenendosi per mano, inveire insieme, perfino scoppiare a piangere uno sulla spalla dell’altro. Tu citami quante volte, nella normale vita di un adulto contemporaneo, ti può capitare, se escludi il pallone.»

 “Il resto della settimana”, 300 pagine, è una raccolta di storie che sono talvolta gioiose  e divertenti, talaltra toccanti e commoventi e, anche se non tutte, a mio avviso, colpiscono nel segno, la lettura è sempre piacevole e rilassante.

Mio gradimento ***

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A proposito di Erwin Blumenfeld

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[Libri] “Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli – Feltrinelli (2015)

Atti osceni in luogo privato

“Atti osceni in luogo privato”, l’ultima fatica di Marco Missiroli, è’ un libro che si presenta con una cover di un certo impatto:

L’ “Holy Cross (In hoc signo vinces)”, una  fotografia di Erwin Blumenfeld , del 1967 piuttosto audace e ambigua.

e con un incipit di altrettanto forte impatto:

 Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze.

– E i pompini.

La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini.

Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo. 

Era il 1975 e abitavamo a Parigi da poco, X arrondissement, rue des Petits Hôtels. Avevamo lasciato l’Italia perché mio padre era stato trasferito dalla sua azienda farmaceutica. La mamma aveva accettato la Francia perché adorava i luccichii di place Vendôme e le sciccherie libertine. Era una donna elegante, religiosa, maggiorata. Amava Jane Austen e l’agio della sua Bologna. Da ragazza era emigrata a Milano per studiare e conoscere un borghese che la mantenesse mentre giurava fede al proletariato. Aveva quarantadue anni quando le uscì quella tristezza a cena. Bastò per riportarmi al trauma di un mese prima, il giorno del trasloco nella capitale francese.

Quel pomeriggio c’era Emmanuel, l’amico di famiglia. Papà era uscito per comprare un trapano e passare in azienda, io ero nella mia stanza a svuotare gli scatoloni. Mamma aveva detto che avrebbe fatto lo stesso nella sua camera, Emmanuel la aiutava con i pantaloni alle caviglie. Li avevo visti dallo spiraglio della porta. Lui in piedi con gli occhi socchiusi davanti a questa donna sposata e inginocchiata, il grande seno incagliato nel vestito. Il grande seno che sfioravo nel-l’abbraccio della buonanotte. Ero rimasto immobile, ero tornato in camera mia e avevo continuato a sventrare scatole finché la porta si era aperta.

– Tutto bene, amore mio? – aveva chiesto mamma con il rossetto fresco.

– Tutto bene.

Lei aveva sorriso, amara, nella stessa smorfia della cena dei cappelletti. Poi se n’era andata e solo allora mi ero accorto del gonfiore nei miei pantaloni, conteneva lo spasmo che non ero mai riuscito a sfogare. Quel giorno, per la prima volta, mi ero accarezzato e avevo intuito il movimento di liberazione. Avanti e indietro con costanza. L’inganno di mamma, l’estasi di Emmanuel. La mia gelosia. Mi ero accanito con la mano un’ultima volta, la decisiva, e solo allora avevo saputo come andava il mondo e come sarebbe andata la mia vita.

E se siete riusciti ad arrivare sin qui senza provare troppo disagio o imbarazzo potete proseguire tranquillamente nella lettura di questo romanzo che narra la maturazione sessuale, sentimentale e culturale di un bambino, prima e adulto poi, Libero Marsell, dai suoi 12 anni sino  alla prima paternità.

E’ un’opera che ha suscitato un grande coro di consensi a partire da Antonio D’Orrico (critico letterario caporedattore del Corriere della Sera) che per Sette e La Lettura scrive:

 « Atti osceni in luogo privato è un romanzo di bellezza assoluta e sovverte tutti i gradi gerarchici della letteratura italiana contemporanea. A 34 anni Marco Missiroli diventa lo scrittore di riferimento, quello di cui non sapremo più fare a meno. Lui sa raccontare, alla maniera di Truffaut, come si è da ragazzi quando ci si innamora di una professoressa (in questo caso l’impareggiabile Mademoiselle Rivoli) e si prende seriamente in considerazione l’idea di chiederle di uscire una sera. Sa raccontare, alla maniera del Buzzati tartaro, come scatta la trappola dell’esistenza. Sa raccontare, alla maniera di Faulkner, come si onora la morte.

E conclude:

«E’ uno dei più grandi romanzi italiani di sempre».

Per proseguire con Gad Lerner:

 «Un libro godibilissimo, intrigante, colto, erotico, intelligente, delicato. Con quel titolo non l’avrei mai detto. Il recensore de “Il Sole 24 Ore” che domenica scorsa l’ha stroncato in poche righe, deve essersi fermato alla fellatio materna della prima pagina, per giunta restandone turbato. Altrimenti, se fosse andato avanti in una storia di formazione e di liberazione, certo, molto maschile, ma anche molto profonda, si sarebbe evitato quel tono liquidatorio.. Davvero una bella, fresca, rasserenante sorpresa di scrittura lieve ma elevata.» 

Per finire a quanti lo vedono già vincitore del prossimo premio Strega ( e chissà che non ci vedano lontano, molto più di me).

Io che posso dire?

Che con Gad Lerner non mi trovo mai d’accordo? Che le lodi di D‘Orrico mi sembrano eccessive? Che lo Strega, di solito, non mi dice un granché?

Forse. Ma il libro, tutto sommato non è male, anche se la storia non è particolarmente né unica, né, per me, coinvolgente e se, anzi, ad un certo punto, verso la metà, mi è parsa addirittura noiosa.

Decisamente ben scritto, le pagine di sesso non sono urtanti più di tanto, ve lo propongo comunque, anche se il mio gradimento personale si è fermato alle prime tre stelline.

Mio gradimento ***

(*)  Marco Missiroli (Rimini, 2 febbraio 1981) ha in passato pubblicato “Senza coda” (Fanucci, 2005), Premio Campiello Opera prima 2006, “Il buio addosso” (Guanda, 2007), “Bianco” (Guanda 2009), e “Il senso dell’elefante” (Guanda 2012).

“Atti osceni in luogo privato” è del Febbraio 2015.

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[Libri] “Avrò cura di te” di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale – Longanesi (2014)

Avrò cura di te

Sono ormai quattordici settimane, da prima di Natale, che “Avrò cura di te” è ai primissimi posti delle classifiche di vendita. Un grosso successo commerciale  dovuto, indubbiamente, alla firma dei due co-autori: Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.

Ma è tutto meritato? A me pare francamente eccessivo.

La storia è semplice, anche intrigante:

  • Gioconda detta Giò – dice la presentazione – ha trentacinque anni, una storia familiare complicata alle spalle, un’anima inquieta per vocazione o forse per necessità e un unico, grande amore: Leonardo. Che però l’ha abbandonata. Smarrita e disperata, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto, capace di fare vincere la passione sul tempo che passa: proprio quello che non è riuscito al matrimonio di Giò. La notte di San Valentino, festa che lei ha sempre ignorato, Giò trova un biglietto che sua nonna aveva scritto all’angelo custode, per ringraziarlo. Con lo sconforto, ma anche il coraggio, di chi non ha niente da perdere, Giò ci prova: scrive anche lei al suo angelo. Che, incredibilmente, le risponde. E le fa una promessa: avrò cura di te. [..]

Ne nasce uno scambio epistolare nel quale la penna della Gamberale tratteggia la figura di lei, Gioconda, e Gramellini si cala nei panni di Filemone, l’angelo custode (“Filemone come il marito nella  favola di Ovidio – dice a Gioconda – che realizzò il tuo sogno di un amore senza limiti. Giunti al termine della vita, Filèmone e Bauci, la sua sposa, chiesero a Giove di morire come avevano vissuto: insieme. Il dio li esaudì, trasformando la loro capanna di fango in un santuario e gli anziani coniugi in due alberi posti a guardia del tempio. Accomunati dalla stessa ombra e dalla stessa luce”).

Dei due personaggi il più gradevole è lei: fresca, vivace, istintiva, incasinata, problematica e contraddittoria, in puro stile Gamberale; lui è il mentore, il consigliere, la guida ma è soprattutto piuttosto noioso, pallosetto, in puro stile posta del cuore. Ma nel complesso non è male e ha anche una svolta a sorpresa. Non un pilastro della letteratura, ma un prodotto da considerare in chiave natalizia, così come probabilmente è stato concepito. Con il vantaggio della brevità.

Mio gradimento ***.

Qualche chicca:

  • L’amore perfetto non esiste. Quello reale è la somma di tante imperfezioni.
  • Trovarsi rimane una magia, ma non perdersi è la vera favola.
  • Tutti abbiamo un dolore da attraversare, ma molti si rifiutano di intraprendere il viaggio e altri tornano indietro o si fermano a metà del guado. Perdono tempo a fissare il passato. Esiste un solo modo per attraversare il dolore. Accettarlo e andare oltre. Serve un atto di fede nella vita. La ricompensa sarà l’isola del tesoro: la scoperta di una parte sconosciuta di se stessi.
  • Mi ha sempre colpito l’atteggiamento delle donne nei confronti dell’amore. Si tratta di un atto di fede incondizionato che difendete da ogni minaccia, compresa quella dell’evidenza. Disposte a qualcosa di ancora più spericolato che perdonare il vostro compagno: illudervi che possa cambiare. Quando investite la vostra vita in un uomo, non importa in quali disastri vi coinvolga: li sopporterete con stoicismo. Ma, appena smettete di credere in quella storia, vi si spegne la luce dagli occhi, il vostro cuore fa uno scatto e diventa una trappola. E non esiste rimonta possibile per il maschio. Nemmeno se comincia a offrirvi le cose che prima vi negava. Perché la «voi» di prima era un’altra donna.

Buona lettura.

-.-

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[Libri] “Se chiudo gli occhi” di Simona Sparaco – Giunti (2014)

Se chiudo gli occhi

Dal libro:

Il giorno in cui sei ricomparso nella mia vita ero al lavoro. Facevo la commessa in un negozio di fotografie al terzo piano di un centro commerciale. Un cubicolo, lungo e stretto, dove il sole era sostituito da una decina di faretti alogeni e bastava un interruttore per farlo sorgere. [..]

A un certo punto ho sollevato lo sguardo, l’ho spinto fino alla soglia del negozio, e ti ho visto.

Eri invecchiato e dimagrito, e avevi un sorriso incerto, nient’altro che una curva dimessa delle labbra. Come fossi anche tu l’immagine cristallizzata di una fotografia. [..] e ti vedevo avvicinarti al banco, con la faccia un po’ più gonfia e il corpo che invece pareva quasi prosciugato.

Poi hai aperto bocca e hai detto semplicemente: «Ciao» come se non ci vedessimo da qualche giorno. Ma erano trascorsi quattro anni, e l’ultima telefonata risaliva a tre Natali prima.

Non so quali pensieri si agitassero nella tua mente, sentivo invece qualcosa che premeva dentro di me, sotto lo sterno, e che si faceva sempre più appuntito e insopportabile. Ho chinato il capo, fissando lo sguardo sulle mie mani ferme sopra il banco.

Avevo smesso di fantasticare su un tuo ritorno e non avevo più nessun copione da seguire.

«Vai via» ti ho detto in un sussurro. ….

Sono questi alcuni passaggi dell’incipit di “Se chiudo gli occhi” di Simona Sparaco, pubblicato da Giunti a fine 2014.

Lei, la voce narrante, è Viola, lui Oliviero, suo padre.

Viola ha trent’anni, una figlia di quattro, una vita incolore dietro un’apparente normalità. Vive a Roma, veste abiti una taglia troppo grande,  ha un impiego che è lontano dalle sue aspirazioni, un bravo ragazzo per marito, col quale, però, l’amore forse non c’è mai stato.

Oliviero è un artista, uno scultore di successo, ma un pessimo padre. Ha lasciato la madre di Viola quando lei stava per nascere. Da allora ha rivisto la figlia pochissime e fugaci volte. Questa volta è tornato per chiederle di fare insieme un viaggio di qualche giorno nelle Marche, a Montemonaco, sui Monti Sibillini.

«..  dove sono nato. È un mondo antico, pieno di leggende. Magico. Le donne che appartengono a quei luoghi» mi disse «sentono e vivono diversamente. Sono loro le sibille. Sensitive, veggenti o semplici matriarche. Donne come la tua bisnonna, che era una conciaossa e che sapeva vedere oltre le cose. È nella loro terra che stiamo andando.»

Viola è titubante, prevenuta, ma accetta.

Anche se mi detestavo per aver ceduto – dice -, sapevo che cosa mi aveva spinto ancora una volta ad assecondarlo. Era stato il bisogno di guardarlo negli occhi, di cercare, nel suo sguardo, il padre che avevo conosciuto da bambina.

E sarà nella magia di quei luoghi, nella luce avvolgente del paesaggio innevato, nelle parole di Nora, un’anziana veggente, che i due si ritroveranno e per Viola inizierà una nuova vita.

Confesso che bisogna fare un certo sforzo per calarsi nel mondo di Viola e Oliviero e per credere alle facoltà di veggenza delle sibille, ma il romanzo è scritto in modo stupendo e, alla fine, chiudi gli occhi e ti lasci ammaliare scopri che  questo racconto è dolce e pieno d’atmosfera.

Mio gradimento ****

Qualche chicca:

  • Come tutti i genitori era stato una risposta quando ero bambina, ed era diventato una domanda appena mi ero fatta donna.
  • Oggi che ho conosciuto il senso d’irresponsabilità che sprigiona un sentimento come il nostro. Come il tuo. E che ho capito che l’amore è un equilibrio instabile, che oscilla tra libertà e compromesso, e che chi ama cammina potente e traballante lungo un sentiero sottile e sempre incerto, ma senza mai voltare lo sguardo a chiedersi quale altra strada avrebbe potuto prendere.
  • Il paese, così innevato, sembrava un disegno a matita su un cartoncino bianco. Ma era animato da un viavai di macchine e persone. ..L’indomani si sarebbe svolta la processione in onore di san Sebastiano, m’informò mio padre, e il paese era animato dai preparativi. C’era chi discuteva dei costumi secenteschi che avrebbe indossato, dei cavalli che avrebbero partecipato alla festa con i loro cavalieri. Alcune strade sarebbero state chiuse al traffico dalle dieci all’ora di pranzo, fino al banchetto a base di vincotto e salsiccia che la comunità avrebbe offerto ai presenti davanti alla chiesa di Santa Maria in Casalicchio.
  • Credimi, Viola, chi possiede il dono della semplicità, non può essere posseduto da nessun’altra ricchezza
  • Per le cose speciali, vale sempre la pena aspettare.
  • Credi solo in quello che vedi. Il fatto che tu sia l’unico a vederlo, non vuol dire che non esista.

Buona lettura.

(*) Simona Sparaco, scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma 35 anni fa. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Lovebook e, nel 2010, Bastardi senza amore. Nel 2013 è uscito per Giunti Nessuno sa di noi, un bestseller ristampato in 15 edizioni, vincitore del Premio Roma e finalista al Premio Strega.

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