Piccole gioie, piccole pene, piccole illusioni

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Piccole gioie (ore 6:15).

Alzarsi presto la mattina, dopo aver riposato bene tutta la notte.

Accorgersi di non avere il mal di schiena che mi ha tormentato negli ultimi giorni.

Accendere la tv e vedere la tenerissima Giorgi che sta strapazzando quel gran pezzo di fi….gliola della Ana Ivanovic, nel torneo di Indian Wells (il primo set finisce 6-2 per Camila).

Camila

Piccole pene (ore 7:10).

Vedere che adesso, invece, la Ivanovic sta strapazzando la Giorgi nel secondo  set (finisce 6-2 per la Ivanovic).

Risentire un po’ di mal di schiena.

Ana

Piccole illusioni (ore 8:00).

Sperare che Camila vinca il terzo set (lo perderà, invece al tie break, dopo non aver saputo sfruttare due palle match sul 5-4).

Sperare che non mi ritorni il mal di schiena.

Tavole

E così sia… BUONA DOMENICA (ma sono 3 o 4 queste tavole?)

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[Libri] “Il quadrato della vendetta” di Pieter Aspe – Fazi 2009, 360p.

Il quadrato della vendetta

Il quadrato della vendetta” è il romanzo d’esordio di Pieter Aspe*, un scrittore belga nato a Bruges nel 1953, che ha dato avvio ad una serie di ventiquattro libri con protagonista Van In, uno strambo poliziotto malinconico e irascibile, con un pessimo carattere, nessun rispetto della gerarchia, un caustico senso dell’umorismo, che ama l’arte, i sigari, la birra e le belle donne.

In Belgio e in Olanda le inchieste del commissario Van In hanno venduto – così ci dice l’editore – un milione e seicentomila copie: si stima che un abitante su cinque abbia acquistato almeno un libro della serie. Inoltre dai romanzi sono stati tratti undici film; dal 2003 sono stati inoltre realizzati da vtm, la maggiore tv commerciale fiamminga del Belgio, cinque serie televisive.

In questo romanzo siamo a Bruges e tutto inizia con un’anomala rapina dove due personaggi di sono introdotti in una gioielleria senza forzare il sistema d’allarme, ma si sono limitati a far fondere l’oro dei preziosi gioielli prelevati dalle vetrine e cassaforte, in un bagno di acqua ragia. Unica traccia un foglietto con il misterioso quadrato magico del Sator**, ispirato alla filosofia dei templari:

Sator

Uno spunto curioso con tutte le premesse per una storia intrigante, ricca di novità e colpi di scena e, in effetti, l’inchiesta affidata Van In si svilupperà toccando interessi politici, segreti alchemici e antiche vendette.

Purtroppo devo però dire che il romanzo non mi ha troppo entusiasmato. Il ritmo è abbastanza lento e gli sviluppi sono piuttosto scontati. Spesso – colpa dell’età – ho fatto anche certa confusione con i nomi fiamminghi dei vari personaggi, nomi  per me ostici da ricordare  e spesso molto simili : Van In, Vermeersch, Versavel, De Keyzer,  Decoster, Degroof (con un figlio, Ghislain, e le figlie Benedicte, Aurelie e Charlotte), De Kee, Deleu, Lagrou, Vandenbrande, Vanmaele,   Beheyt, D’Hondt, Delahaye, , Verheye, Verhaeghe.

Il mio gradimento, in conclusione? Da due a tre stelline (**/***)

*Peter Aspe é nato a Bruges nel 1953. Ex precettore, fotografo, commerciante di vini, venditore di granaglie e cereali, custode di una basilica, impiegato in ‘impresa tessile e lavoratore stagionale per la polizia marittima, ha esordito come scrittore nel 1995 con Il quadrato della vendetta. Nel 2001, ha vinto il premio Hercule Poirot come miglior scrittore fiammingo di gialli.

** Il quadrato del Sator è una ricorrente iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa.  E’ visibile su un numero sorprendentemente vasto di reperti archeologici, sparsi un po’ ovunque in Europa. Ne sono stati rinvenuti esempi in Roma, nei sotterranei della basilica di Santa Maria Maggiore, nelle rovine romane di Cirencester (l’antica Corinium) in Inghilterra, nel castello di Rochemaure (Rhône-Alpes), a Oppède in Vaucluse, a Siena, sulla parete del Duomo cittadino di fronte al Palazzo Arcivescovile, nella Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), a Santiago di Compostela in Spagna, ad Altofen in Ungheria, a Riva San Vitale in Svizzera, solo per citarne alcune. Il suo senso e il significato simbolico rimangono ancora oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate (fonte Wikipedia).

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[Libri] “Nel mio paese è successo un fatto strano” di Andrea Vitali – Salani 2016, 173p.

vitali andrea - nel mio paese e' successo un fatto strano

Ho iniziato a leggere questo libro non accorgendomi che si trattava di letteratura per ragazzi. Le prime pagine mi hanno però molto incuriosito: una fitta nebbia lattiginosa sta avvolgendo un piccolo paese e con il passare delle ore diventa sempre più fitta, tanto che si vede nulla alla distanza del classico un palmo di naso. Per di più diventa sempre più puzzolente e assume un brutto colore tra il verdastro e il marrone. Ma non è tutto. Le pagine dei calendari si sbiancano e spariscono le scritte che indicano le date e i giorni, la televisione non funziona più e gli orologi si bloccano: un po’ tutti perdono la nozione del tempo.

La voce narrante è quella di un bambino che ci racconta delle reazioni e dei problemi del suo papà e della sua mamma, dei compagni di scuola, della maestra e dei vari personaggi del paese.

Uno spunto interessante ma, a mio avviso, uno svolgimento che  si prolunga troppo, diventa ripetitivo e non trova significativi colpi di scena.

L’ho letto,  comunque, tutto sino alla fine, curioso di arrivare alle ultime pagine, dove il mondo finalmente riprende colore.

Il mio gradimento? Due sole stelline ** (forse non ho più l’età, anche se, come si dice, i vecchi ritornano sempre un po’ bambini).

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Irragionevolezza, esasperazione ed estremismo

GdL

Un bell’articolo di Ernesto Galli Della Loggia per il Corriere di oggi. Condivido.

Un Paese che non sa discutere

I caratteri negativi dell’Italia emergono e persistono perché abbiamo un tessuto sociale intriso di irragionevolezza, esasperazione ed estremismo che esplode facilmente

Ha ragione Angelo Panebianco: dietro gli slogan dei suoi aggressori dell’Università di Bologna ci sono, oltre qualche probabile buona dose di frustrazione personale, la mancanza di moderazione, l’estremismo, ingredienti abituali della debolissima educazione democratica del nostro Paese. Ma perché questi caratteri negativi — bisogna allora chiedersi — continuano ad avere nel tessuto sociale italiano la persistenza che hanno? Perché da noi a ogni stormir di fronda rispuntano ovunque — anche se oggi per fortuna con un’esigua capacità di mobilitazione — gruppetti di No Tav, frequentatori di centri sociali, «anarchici insurrezionalisti», «bene comunisti» radicali, «collettivi» vari, invariabilmente pronti quando non a cose peggiori alle affermazioni più estreme e ingiuriose, a considerare chiunque non la pensi come loro un «assassino» o un «servo» (i loro due epiteti preferiti)?

Ciò accade, io credo, perché da noi esiste un vasto brodo di cultura che, seppure involontariamente, nutre di continuo gli slogan più esasperati alimentando ogni giorno questa cieca irragionevolezza, questo pensare in bianco e nero. È il brodo di cultura costituito dal conformismo fortissimo che caratterizza tutto il nostro discorso pubblico, politico e non, che permea tutta la nostra atmosfera culturale e le idee che vi hanno corso. La furibonda faziosità italiana è figlia innanzi tutto dell’unilateralità del Paese che pensa, che parla e che scrive.

Quando «Bombardare non serve a nulla» diventa perfino uno slogan pubblicitario (ascoltare la radio per crederci), quando si va ripetendo instancabilmente da decenni che all’Italia la guerra è interdetta a norma del testo della Costituzione (beninteso manipolato, ma nel silenzio assenso di quasi tutti i costituzionalisti), quando si divulga in barba a ogni principio di realtà e nel consenso apparentemente generale che un’operazione militare che faccia vittime civili equivale a un crimine da processo di Norimberga, c’è da sorprendersi se poi a qualcuno un po’ eccitabile viene in mente di dare dell’assassino a chi osi pensare e dire il contrario?

Ciò che è peculiare dell’Italia è la spessa uniformità, l’unanime consenso in ogni sede che da noi il pensiero dominante, una volta che ha conquistato tale posizione, raccoglie sempre. Ciò che ci caratterizza è l’assenza del gusto e del piacere per la discussione, per una discussione vera tra opinioni diverse che interloquiscono tra loro nel mutuo rispetto. Parlo naturalmente di opinioni articolate, motivate con dati di fatto, frutto di conoscenza del mondo, di cultura, di esperienza. Non dei miserabili slogan, dei brandelli smozzicati di pensiero, che le televisioni e i loro spettrali talk show politici cercano di far passare per «il dibbbattito».

Così, al di fuori della finta rissa politica e delle arene ad essa dedicate, per il resto il conformismo regna tra noi: non obietta mai nulla nessuno. Che si tratti della scuola o dell’immigrazione, del ruolo dei magistrati o della religione, di quali diritti e perché spettino a ogni individuo, su qualsiasi argomento è dato ascoltare dappertutto, salvo che nei suddetti talk show, una pressoché unica opinione. Nelle sedi più frequentate e accreditate si fa sentire solo il punto di vista buonista democratico. Un punto di vista diverso, diciamo conservatore, è regolarmente assente (fatta eccezione, talvolta, per qualche scialbissima posizione cattolico-clericale). Si badi: non voglio dire che tale punto di vista diverso venga fatto oggetto di una sistematica censura. Forse esso non esiste o è davvero quasi impossibile trovare chi lo sostenga con un minimo di dignità. Ma mi chiedo: non è forse ciò in certo senso ancora più grave? È normale un Paese che pensa e parla in una sola direzione?

Anche perché di solito il punto di vista che da noi passa per «democratico» è un punto di vista povero di profondità storica e quindi di ogni drammatica complessità: proprio per questo sempre incline ad un irenismo di maniera, alla più disarmata benevolenza verso l’«altro». Tentato di continuo dall’indulgenza verso il male — a meno che non sia quello convenzionalmente designato (gli xenofobi, la mafia, Donald Trump) — esso predica sempre un vibrante rifiuto morale per tutto quanto sappia di disciplina e di autorità, mentre è pronto all’approvazione incondizionata per ciò che appare «autentico» e soprattutto «libero»: meglio se all’insegna dell’«amore». È il punto di vista per il quale il passato è sempre sinonimo di sorpassato, la tradizione vale solo per le ricette della marmellata e le sciarpe della nonna, e le caselle dei buoni e dei cattivi sono sempre occupate dai nomi giusti.

Siamo diventati così un Paese dove nel dibattito pubblico in genere e in quello politico in particolare, a sostenere delle sciocchezze non è l’estremismo. Quasi sempre è il pensiero comune autorizzato. L’estremismo non fa che portare alle estreme e più aggressive conseguenze le sue banalità e le sue idee. Rafforzate dal fatto che in Italia tra il pensiero comune autorizzato e l’opinione dei colti tende sempre più a non esserci alcuno scarto significativo. In Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, non è così. Là, nel campo della cultura, della riflessione sul mondo, su molte questioni importanti d’interesse pubblico ci sono posizioni anche assai diverse che si scontrano e colloquiano ad armi pari tra di loro. Sicché in quei Paesi anche il pensiero comune è costretto a tenerne conto: attenuando la propria rigidità, legittimando il punto di vista diverso, facendo spazio al dissenziente. Da noi invece no.

Sarà almeno qualche decennio che da queste parti non si sente, dico per dire, un pubblico elogio della grammatica o della bocciatura nelle aule scolastiche; che non si leva una voce alta in difesa dell’idea di identità, che non si legge uno scritto autorevole in difesa, che so, della fede religiosa o dell’eroismo militare. Sembrano ormai svaniti pure il gusto per la dissacrazione divertita o la passione per la provocazione colta. Svaniti i Manganelli, gli Sciascia, i Fruttero e Lucentini, soli ancora a parlare qualche volta restano i Ceronetti e gli Arbasino. E così ogni giorno che Dio manda in terra ci tocca solo la scodella di compunto perbenismo maggioritario travestito da satira che ci prepara Michele Serra.

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[Libri] “Avvocato di difesa” di Michael Connelly – Piemme, 2008 – 448p.

Avvocato di difesa

Bello, avvincente, ben strutturato.

E’ “Avvocato di difesa”, il primo dei cinque legal-thriller di Michael Connelly, che hanno per protagonista Mikey Haller.

La trama:

Haller è un avvocato di Los Angeles che prepara i suoi casi dal sedile posteriore di una Lincoln a nolo, mentre si sposta da un tribunale all’altro per difendere piccoli criminali di ogni tipo. Truffatori, spacciatori, magnaccia, prostitute. Un intero repertorio di squattrinati che gli garantiscono solo la sopravvivenza. Gli pare di toccare il cielo con un dito quando un ricco playboy di Beverly Hills, Louis Roulet, lo incarica della difesa del suo caso. Finalmente un cliente pieno di soldi, apparentemente una vera gallina dalle uova d’oro. Roulet è imputato di aggressione con scopo di violenza sessuale nei confronti di una prostituta rimorchiata in un bar. Ma la gallina dalle uova d’oro, che si dichiara innocente, si rivelerà essere assai più pericolosa e malvagia del previsto.

Cosa ne penso:

E’ un thriller che tiene col fiato sospeso alla prima all’ultima pagina. Un bell’intrigo con diversi colpi di scena e una narrazione dal ritmo incalzante (pur se Connelly qualche volta la prende un po’ troppo alla lontana).

Interessante è la descrizione del funzionamento dei tribunali e della giustizia USA.

Il finale è imprevedibile e mozzafiato, forse solo un po’ troppo “all’americana”.

Mio gradimento **** (quattro stelline piene), con il dubbio, questa volta, di essere un po’ di manica stretta.

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PS. La serie Mikey Haller di Connelly comprende, nell’ordine: Avvocato di difesa (Nel 2011 ne è  stato tratto il film: “The Lincoln Lawyer”, diretto da Brad Furman), – La lista – La svolta – Il quinto testimone e – Il dio della colpa

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[Libri] W. Cole e L. Phillips – “IL SESSO – La cosa più divertente che puoi fare senza ridere” – Sperling & Kupfer, 1993 – 213p.

il sesso

Premettono gli autori:

Questo non è comunque un lavoro scientifico, né un trattato erudito sulla materia. In molti casi non abbiamo idea di come le citazioni ci siano finite dentro. Questo è più che altro un divertissement. Ci trovano posto Shakespeare e Freud, insieme con Groucho Marx e Casey Stengel.

Questa raccolta è frutto di una fatica ispirata dall’amore e dal buonumore («riusciamo a cavarcela così?»), è un libro umoristico, che ci auguriamo riesca di tanto in tanto a sorprendervi; un libro da leggere per conto vostro, o a voce alta a chi vi pare.

E in effetti è una raccolta garbata di aforismi, detti popolari, citazioni, che non sconfinano mai nel volgare e strappano qualche piccola riflessione e qualche sorriso.

Qualche esempio?

Una storia breve-breve.

Oh, John, è meglio che non ci fermiamo qui.
Oh, John, è meglio che non ci fermiamo.
Oh, John, è meglio.
Oh, John.
Oh!

Folklore Americano

* * *

Entrò in commercio la pillola e cambiò le abitudini sessuali e immobiliari di milioni di persone. Le catene di motel sono state create per venire loro incontro.

Herbert Gold

* * *

Non è strano che il desiderio debba essere tanto più longevo della capacità di soddisfarlo?

William Shakespeare, Enrico IV

* * *

Un uomo è due persone, se stesso e il suo pene. Un uomo porta sempre il suo amico alle feste. Dei due, l’amico è più simpatico, perché è più spontaneo nel manifestare i suoi sentimenti.

Beryl Bainbridge

* * *

Da giovane avevo quattro membra sciolte e uno rigido.
Ora ne ho quattro rigide e uno sciolto.

Henri, Duc D’Aumale

* * *

Il problema, a ballare nudi, è che non tutto si ferma insieme con la musica.

Robert Helpman

* * *

Un gentiluomo è un lupo paziente.

Henrietta Tiarks

* * *

Date mano libera a un uomo e cercherà di mettervela dappertutto.

Mae West

* * *

Mi sento da un milione, stasera. Uno alla volta, però.

Mae West

* * *

L’unica profondità che gli uomini apprezzano in una donna è quella del décolleté.

Zsa Zsa Gabor

* * *

Confido che conosciate i «tre mai» di un vero gentiluomo.

Mai sparare a sud del Tamigi.
Mai far seguire il porto al whisky.
Mai far l’amore con la moglie la mattina. Il giorno potrebbe avere di meglio da offrire.

P.V. Taylor

* * *

Sebbene scritto molti anni fa, L’amante di Lady Chatterley è stato ripubblicato dalla Grove Press e questo documento romanzato sulla vita quotidiana di un guardacaccia inglese è ancora di notevole interesse per i lettori amanti della natura, poiché contiene molti passi sull’allevamento dei fagiani, la cattura dei bracconieri, sistemi per controllare la popolazione degli animali predatori e altre mansioni di un guardacaccia professionale. Purtroppo si è obbligati a leggere molte pagine di materiale estraneo per scoprire e assaporare queste annotazioni sulla gestione di una tenuta di caccia del Midland e a giudizio di questo recensore, il libro non può prendere il posto di Il vademecum del guardacaccia di J.R. Miller.

Field & Stream (Recensione)

* * *

Ancora un bicchiere e finisco sotto il padrone di casa.

Dorothy Parker

* * *

L’ultima importante attività umana non soggetta a tassazione…

Russell Baker

* * *

La cosa che richiede il minimo di tempo e causa il massimo di guai…

John Barrymore

Si può leggere, per un po’ di relax.

Mio gradimento tre stelline *** (un po’ di manica larga)

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E brava Schiavo !!!

Non perdetevi il video della premiazione. E’ un’esplosione di gioia che riconcilia con la vita.

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A 35 anni Francesca Schiavone conquista il suo settimo titolo WTA in carriera, battendo a Rio l’americana Shelby Rogers. 23 anni, 131 WTA con il punteggio di 2-6, 6-2, 6-2

Con questo risultato guadagna 37 posizioni in classifica e ritorna nella top 100 al numero 95.

E’ un vittoria che l’ha fatta felice: sprizzava gioia da tutti i pori al momento della premiazione. Come una ragazzina, brava Francesca!

Guardate  QUI il video della premiazione. E’ UNICO !!! Da non perdere.

Segue un bell’articolo di Riccardo Crivelli.

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[Libri] “La scatola nera” e “Il dio della colpa” di Michael Connelly – Piemme 2015

Sono due le grandi serie di successo di Michael Connelly (Filadelfia, 21 luglio 1956): quella con protagonista il detective Hanry Bosch che consta di diciannove romanzi pubblicati dal 1992  (La memoria del topo – The Black Echo) –  al 2016 (The Wrong Side Of Goodbye  la cui uscita negli USA è prevista a Novembre),  e quella dei cinque romanzi che hanno per protagonista l’avvocato  Mikey Haller iniziata nel 2005 con Avvocato di difesa (The Lincoln Lawyer) e giunge al 2013 con Il dio della colpa (The Gods of Guilt).

La serie Hanry Bosh si innesta nel filone dei polizieschi d’azione; la seconda, quella di Makey Haller,  si innesta nel filone dei legal thriller. Questi gli ultimi due libri letti:

La scatola nera – Piemme 2015, 365p. (titolo originale: “The black box”, 2012)

Nella vita – dice la presentazione – ci sono momenti in cui è difficile conciliare attività professionale e vita privata.  Harry Bosch si trova in uno di questi momenti. Ha una figlia adolescente di cui occuparsi, una ragazzina per cui è ormai l’unico punto di riferimento, e ha il lavoro, quello che vive da sempre come una missione, che assorbe quasi totalmente i suoi pensieri. E che si fa sempre più pressante ora che Bosch è alle prese con un caso che lo inquieta particolarmente. L’aveva già affrontato vent’anni prima, nel 1992, all’epoca dei disordini scoppiati a Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, quando era stato chiamato sulla scena dell’omicidio di una giovane fotografa danese. Poi le indagini erano state assegnate a un altro dipartimento, senza alcun esito. Ed ecco che Harry, passato all’unità Casi Irrisolti, viene incaricato di occuparsi proprio di quel delitto. Ma il lavoro di indagine è complicato anche dalle continue interferenze del nuovo capo, un impiccione che gli mette i bastoni tra le ruote, non gli autorizza le trasferte e arriva a deferirlo anche alla commissione disciplinare.

Bosch, come sempre, va dritto per la sua strada e, intuendo che la morte della giovane non è stata causata dalla situazione esplosiva della città, ma è legata a un intrigo assai più complesso, si inoltra in un labirinto di indizi alla ricerca della “scatola nera”, l’elemento rivelatore che potrà fornirgli la soluzione del caso.

Cosa ne penso io? E’ un thriller molto ben strutturato con molti colpi di scena e morti ammazzati. Personalmente,  però, non amo molto i gialli d’azione  e il mio gradimento è di sole tre stelline (***). Ho letto, tuttavia, molti favorevolissimi commenti  (vedi ad esempio qui) e credo che gli amanti del genere lo potranno meglio apprezzare.

Il dio della colpa – Piemme 2015, 417p. – (titolo originale:“The Gods of Guilt”, 2013)

E’ il quinto e più recente romanzo della serie Mikey Haller

Questa la presentazione su Wikipedia:

Per l’avvocato Haller non è un periodo semplice. Ha perso le elezioni per diventare procuratore, nonostante i sondaggi lo dessero in vantaggio di cinque punti rispetto al suo avversario. Uno dei suoi clienti, che ha aiutato a uscire dal carcere, ha investito e ucciso due donne, l’ amica di sua figlia Hayley e la madre: per questo motivo la ragazza ha dovuto cambiare scuola e non vuole più rivolgergli la parola. Come se non bastasse, lo studio non naviga in buone acque perché i casi civilistici rendono poco e sempre meno gente è in grado di pagare.

Mentre si trova in tribunale, Haller riceve un sms dall’ex moglie e segretaria Lorna che lo informa di un caso di omicidio a loro assegnato: André La Cosse, sviluppatore di siti web e social pr, è accusato di aver ucciso una delle sue clienti, la prostituta Giselle Dallinger, e pare che sia stata proprio quest’ultima a segnalargli Haller come avvocato difensore. Negli archivi dello studio non risulta nessuna Giselle Dallinger, ma Haller resta di sasso quando scopre che in realtà si tratta di Gloria Dayton, prostituta conosciuta come Giorni di gloria che in passato aveva difeso in parecchi casi e che aveva tentato più volte di aiutare a cambiare vita.

Il caso sembra essere legato a un’altra vicenda, quella di Hector Arande Moya, uno spacciatore di droga condannato all’ergastolo in seguito alla denuncia di Gloria per detenzione illegale di cocaina. Haller, all’epoca avvocato dell’accusa, viene chiamato a deporre da Sylvester Fulgoni, noto avvocato finito in carcere per evasione fiscale: a esercitare è il figlio Sylvester Jr., un ragazzo laureato da poco e del tutto incapace, manovrato dal padre a distanza. I Fulgoni hanno infatti presentato istanza di revisione del processo a carico di Moya perché è emersa una prova che ne potrebbe determinare la scarcerazione: una pistola, detenuta illegalmente dallo stesso Moya, trovata insieme alla droga della cui esistenza l’accusato era del tutto ignaro. Haller capisce che il legame tra i casi La Cosse e Moya è molto forte e, nonostante i rapporti ostili con Fulgoni, decide di collaborare con lui per risolverli entrambi. L’indagine si spinge però molto in la, fino a coinvolgere addirittura la DEA, e alcuni personaggi poco raccomandabili della malavita locale.

Devo dire che è’ un libro che mi ha lasciato molto interdetto. Giunto a metà e avevo pressoché deciso di abbandonarlo, tanto la storia era noiosa e poco avvincente. Sono contento di non averlo fatto perché poche pagine dopo inizia il dibattito in aula e il romanzo sale nettamente di livello e diventa appassionante.

Nel complesso mio gradimento ***/**** (da tre a quattro stelline) che è una media tra un tre scarso della prima parte e un quattro abbondante della seconda.

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[Libri] “La giostra degli scambi” di Andrea Camilleri – Sellerio 2015, 257 p.

La giostra degli scambi

 

Non delude mai Andrea Camilleri. “La giostra degli scambi” è l’ultimo della serie Montalbano e anche questa è una piacevolissima lettura (in vigatese).

Così lo presenta Salvatore Silvano Nigro per IBS:

La giornata comincia storta per Montalbano: intervenuto per sedare una rissa sulla spiaggia di Marinella ha colpito l’uomo sbagliato e poi, scambiato per uno degli aggressori, viene fermato dai carabinieri. Infine scopre che Adelina ha scambiato un galantuomo per ladro e gli ha sbattuto in testa una padella… Approdato finalmente in ufficio il commissario viene informato di un anomalo sequestro: una ragazza è stata aggredita in una strada solitaria, narcotizzata e rilasciata dopo qualche ora illesa. La cosa si ripete dopo qualche giorno; questa volta la vittima del sequestro lampo è la nipote di Enzo, il proprietario della trattoria rifugio di Montalbano. L’unico filo che lega i due sequestri è l’età delle due donne, 30 anni, e il lavoro in banca. A questa indagine si affianca quella per l’incendio doloso di un negozio di elettrodomestici il cui proprietario, Marcello Di Carlo, pare essersi volatilizzato: fuga d’amore dopo un soggiorno alle Canarie, sparizione studiata per sottrarsi ai debitori o vendetta della mafia per pizzo non pagato? La vicenda all’inizio sembra banale, ma un terzo sequestro lampo – ancora una volta una ragazza che lavora in un istituto di credito – e il ritrovamento di un cadavere apre nuovi scenari. Di chi è il corpo? e dove è finita la fidanzata segreta di Di Carlo? Sebbene il commissario si senta invecchiare, forte delle sue intuizioni e del suo agire fuori dagli schemi vede giusto e superando la soluzione a portata di mano – mai fidarsi delle apparenze – giunge alla verità. Grazie alla sua logica stringente, ma soprattutto alla sua capacità, quella sì che si avvale del peso degli anni, di comprendere moventi e sentimenti.

L’intreccio è ben studiato, non mancano suspense, colpi di scena e neppure simpatici siparietti.

Da non perdere. Mio gradimento **** (quattro stelline).

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[Libri] “Cinque indagini romane per Rocco Schiavone” di Antonio Manzini – Sellerio 2016, 248p.

Antonio Manzini * è da qualche settimana in classifica con le sue “Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”.

Questo volume – così lo presenta la casa editrice – riunisce i racconti pubblicati in diverse antologie, a partire da Capodanno in giallo. Raccolti assieme, permettono di ricostruire quello che può chiamarsi l’antefatto di un personaggio che ha oggi vasta notorietà letteraria, il vicequestore Rocco Schiavone. Un poliziotto tutt’altro che buonista, piuttosto eccentrico nei panni del nemico del crimine. Di mattina, per darsi lo slancio si accende uno spinello; quando capita, non disdegna qualche affaruccio con la refurtiva di un colpo sventato; è rozzo con tutti, brutale con i cattivi, impaziente con le donne. Ciononostante chi legge le sue avventure lo vorrebbe amico.
Per punizione, i comandi lo trasferiranno in mezzo alla neve di Aosta, dove sono ambientati i romanzi che gli hanno dato tanta notorietà. Intanto, nelle storie di questo volume, lo incontriamo prima del forzato trasloco. Sa che sta per dire addio alla città amata, ma non sa quale sia il suo destino. In questa incertezza, il passato lo stringe da ogni parte scolpendo il suo pessimismo, nutrendo la sua malinconia.
Percorre Roma, luoghi familiari, vecchie conoscenze, mentre nel suo modo sfaticato intuisce soluzioni impensate agli enigmi criminali. E questi hanno sempre sfondi di oscura umanità. Tanto che i suoi difetti appaiono l’altra faccia, necessariamente antiretorica, della medaglia della viva pietà per i derelitti e del grande dolore che una volta gli ha straziato il cuore. Insomma, sembra una specie di angelo caduto.

A me il libro non è dispiaciuto. Una lettura piacevole tanti colori  d’ambiente, anche se i racconti sono, gioco forza per la loro brevità, un po’poveri di giallo.

Mio gradimento *** (tre stelline)

(*) Antonio Manzini (Roma 1964) , attore, sceneggiatore, regista, è autore di numerosi racconti e romanzi. Sono della serie Rocco Schiavone: ”Pista nera” 2013, “La costola di Adamo” 2014, e “Non è stagione” 2015, tutti Sellerio Editore, che ho comentato QUI

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