[Libri] “Camilla e i vizi apparenti” di Giuseppe Pederiali – Garzanti (2004) – 250 pagine.

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La presentazione dell’editore:

L’ispettore Camilla Cagliostri ama indagare a modo suo. E spesso si fa coinvolgere più di quanto non richieda il suo ruolo professionale, perché a volte questo è l’unico sistema per riuscire a capire dove sboccia il male, ed evitare che dilaghi.

In Camilla e i vizi apparenti la bella poliziotta modenese non ha – almeno all’inizio – un incarico ufficiale: la figlia di un suo conoscente, Riccardo Merighi, subisce i primi contraccolpi dell’età difficile. Ma forse la tredicenne Fosca, così scontrosa e introversa, semplicemente non regge il confronto con una mamma come Andrea, troppo bella ed esuberante. Una breve vacanza in Sardegna, un soggiorno nella splendida e appartata villa di Ferrara dove vive questa famiglia danarosa e in apparenza così normale, lasciano solo intuire quello che sta per accadere.

Per esplorare e capire i retroscena di questo interno di famiglia con delitto, Camilla Cagliostri dovrà seguire tutte le intuizioni e gli impulsi della sua sensibilità femminile, al di là di ogni regola e regolamento.

E così Ermanno Paccagnini, per il Corriere della Sera

«L’indagine procede tra colpi di scena dentro una ben orchestrata trama, attenta al contesto umano e sociale della perbenista Ferrara.»

Non un grande thriller ma una lettura coinvolgente, che può interessare anche ai non appassionati di libri gialli. Un finale che piacerà soprattutto alle donne.

Mio gradimento tre stelline abbondanti (***+)

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Giuseppe Pederiali (Finale Emilia, 16 luglio 1937 – Milano, 3 marzo 2013) è autore di numerosi romanzi.  L’ispettore Camilla Cagliostri è anche la protagonista di “Camilla nella nebbia” (2003), “Camilla e il Grande Fratello”  (2005) e “Camilla e il Rubacuori” (2010). E’ anche l’autore della biografia romanzata del maratoneta Dorando Pietri che ho commentato qui.

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Memo: in questo blog, nella categoria Libri :

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[Libri] “Non guardare nell’abisso” di Massimo Polidoro – Piemme (21 giugno 2016) 419 pag.

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Mi aveva entusiasmato Massimo Polidoro con il suo giallo d’esordio “Il passato è una bestia feroce” (mio gradimento da 4 a 5 stelline), ma non altrettanto con questa pur apprezzabile sua seconda fatica dal titolo “Non guardare nell’abisso”.

Il protagonista è sempre Bruno Jordan, cronista per la rivista Krimen, “ironico segugio e piantagrane supremo” così definito dall’autore.

Ha una grande qualità:

– la ricchezza di imprevedibili colpi i scena,

ma due, a mio personale giudizio, pecche:

– un abuso di interlocuzioni che dovrebbero rendere simpatico il protagonista ma sono decisamente sovrabbondanti, poco credibili e, quindi, irritanti. Come ad esempio questa: “Mastroianni ci teneva sotto tiro con la pistola, Terminator aprì con la chiave le nostre manette per sganciarle dalla catena fissata all’auto. Strofinai i polsi che, rimasti stretti in quei ferri per ore, erano ormai insensibili. Ma Gasser ci ordinò nuovamente di portare le mani dietro la schiena e ancora richiuse le manette.
«Non si può fare a meno di questi affari?» domandai.
«Taci!» fece lui dandomi una pacca sulla testa.
Certi giorni sarebbe meglio non alzarsi nemmeno dal letto. (sic.!)”

– e il rivangare, seppur con cura e competenza fatti di un periodo storico del nostro Paese, quello degli “anni di piombo”, che trovo poco adatti ad un romanzo che dovrebbe pur rappresentare un momento di sereno relax.

Ciò detto, la lettura è avvincente e l’intreccio decisamente coinvolgente.

Il mio gradimento, però, non supera le tre/quattro stelline (***/****)

Questa la presentazione dell’editore:

In una crudele corsa contro il tempo, Bruno Jordan si trova di nuovo faccia a faccia con l’abisso più nero dell’animo umano: questa volta, oltre alla sua, sono in gioco molte altre vite.
È una notte di luna piena. In un cimitero di campagna, una piccola processione guidata da un anziano sacerdote impaurito entra in una cripta. Ma non si tratta di un morboso rito esoterico: da una buca nascosta sotto l’altare riemergono mitragliatori, munizioni ed esplosivi. Un vero arsenale di guerra sepolto da chissà quanti anni. “Questi cambieranno ogni cosa” dice il leader del gruppo, estraendo il coltello che metterà fine alla vita del prete. È una tranquilla mattina estiva, a Milano. Bruno Jordan esce di casa per la solita corsa nel parco: è un periodo piuttosto piatto, nella vita dell’inquieto cronista di nera, dopo le vicende che l’anno prima lo hanno portato al clamoroso ritrovamento di una donna scomparsa. Forse anche per questo, di fronte all’irrituale e insistente richiesta di un ex senatore in pensione di aiutarlo a rintracciare la nipote che non ha mai conosciuto, Jordan cede e accetta l’incarico. Per questo, e perché Publio Virgilio Strazzi non è un ex senatore qualunque: è uno dei nomi più quotati per l’imminente elezione del prossimo presidente della Repubblica italiana. Cominciando le indagini, però, Jordan si rende conto ben presto che l’uomo gli ha raccontato solo una parte della verità. Dietro il nonno tormentato dai rimpianti si allunga l’ombra inquietante di un complotto che affonda le radici negli anni più tragici e irrisolti del dopoguerra. E dietro il vicino della porta accanto potrebbe annidarsi un nemico che aspetta solo il momento giusto per seminare morte e terrore. In una crudele corsa contro il tempo, Bruno Jordan si trova di nuovo faccia a faccia con l’abisso più nero dell’animo umano: questa volta, oltre alla sua, sono in gioco molte altre vite.

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La prima volta a 34 anni.

Frz40 Sport

Palo Lorenzi, ora 41 al mondo

Mi emoziona più dell’acquisto di Higuain da parte della Juve.

E’ la vitoria di Paoloi Lorenzi a Kitzbuehel, la sua prima in un torneo ATP.

Alla tenera età di 34 anni, 7 mesi e 9 giorni.

Bravo Paolo, questo significa “non mollare mai”

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Eh sì, ahimé

senza parole

 

(Da “Enigmistica più” del 5/7/2016)

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Come difendere i risparmi di una vita.

giannelli

Dal “Corriere” oggi in edicola.

Bravo Gianelli !!!

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[Libri] “La vedova” di Fiona Barton – Einaudi (giu.2016) 372 p.

La vedova

 

Bello, avvincente sin dalle prime pagine, con una figura, Jean Taylor, “la vedova”, descritta in modo straordinario.

Jean è la devota moglie di Glen Taylor del quale subisce la sudditanza. Lui è accusato di pedofilia e della sparizione di una bambina di tre anni, ma nonostante che il loro matrimonio sia in crisi per l’impossibilità generandi di lui, lei gli sta vicina per tutti i  quattro anni nei quali si svolgono le indagini e il processo.

Ma Jean è complice di un mostro o a sua volta vittima innocente?

Così la descrive Bob Sparkes, il poliziotto che lavora al caso: “Ho sempre pensato che Jean stesse coprendo suo marito. Una brava persona, ma completamente soggiogata da Glen. Si sono sposati presto: lui era quello in gamba, che aveva studiato e si era trovato un buon impiego; lei era solo la graziosa mogliettina. Era giovanissima quando si sono incontrati, e lui l’ha conquistata coi suoi begli abiti e le prospettive di carriera in banca. Lei non ha mai avuto la possibilità di sviluppare una propria personalità”.

Ora, e a processo concluso con un non luogo a procedere per insufficienza di prove, Glen viene travolto da un autobus di linea all’uscita da un supermercato e muore. Ed è così che la povera Jean  si sentirà più libera di rivelare tutto ciò che sa.

Più che un thriller “La vedova” è un bel romanzo a sfondo psicologico. In certe parti è, forse, un po’ ridondante di particolari, ma la tensione non cala mai. Ha anche un bel finale tenero.

Mio gradimento quattro stelline, (****) pienamente meritate.

Fiona BartonFiona Barton si è occupata di cronaca per il «Daily Mail», il «Telegraph» ed è stata  capo reporter al «Mail on Sunday», dove ha vinto Reporter of the Year ai British Press Awards. Nata a Cambridge, in Inghilterra, attualmente vive con il marito nel Sud della Francia. “La vedova” è in corso di pubblicazione in 30 paesi e ne verrà anche tratta una serie tv.

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Un pedofilo e la sua vedova: si sa subito chi è il colpevole, ma la verità si scopre alla fine.

Così Corrado Augias per “Il Venerdì di Repubblica” dell 8/7/2016

La prima cosa straordinaria del romanzo La vedova di Fiona Barton (Einaudi) è che sappiamo fin dall’inizio chi è il colpevole, un certo Glen Taylor, il quale, quando la storia si apre, è già morto. Per un romanzo non dirò poliziesco però costruito su una forte suspense, l’autrice si dà due handicap non da poco. Il genere, nella versione classica, vuole che il colpevole si scopra alla fine; in una versione più aggiornata che se ne intuisca gradatamente l’identità. Questo romanzo però del poliziesco sfrutta solo il meccanismo dell’indagine, per il resto si tratta di una storia ben costruita dai numerosi risvolti: dalla psicologia del giornalismo alla sociologia della piccola borghesia britannica. Le due rivelazioni iniziali non ledono il meccanismo dell’attesa o suspense; anzi, le notizie note al lettore accrescono il fascino della narrazione.

Siamo in un sobborgo londinese, dal giardinetto di una di quelle umili casette a schiera è sparita una bambina di tre anni: Bella. Il sospettato numero uno è Glen Taylor, ex impiegato di banca ora autista di furgoni; la banca l’ha cacciato quando s’è scoperto che sul computer dell’ufficio guardava filmati pedoporno. I personaggi principali sono la madre della bambina, la vedova (di cui al titolo) del pedofilo, Kate giornalista d’assalto, Bob Sparkes ispettore di polizia. Fiona Barton si è data in realtà anche un terzo handicap ed è la struttura stessa del racconto.

Nei cinquantaquattro brevi capitoli si alternano i punti di vista di tutti i protagonisti per cui la vicenda si sfaccetta continuamente a seconda di chi stia riferendo la sua storia.

Il ritratto di Kate disegna in modo appena caricaturale quei giornalisti che, non solo in Inghilterra, calano come avvoltoi sulle vittime. Chi dovrebbe essere il più informato su come siano davvero andate le cose, ovvero se Glen sia o no il «mostro», è la sua vedova. Nemmeno da lei però riusciamo a sapere granché anche se – qui la grande abilità della narratrice – intuiamo da ciò che ci dice di sé e di suo marito, del loro rapporto, dell’incapacità di lui di avere figli, che nasconde qualcosa e che prima o poi l’ispettore Bob arriverà a scoprirla. La scopriremo anche noi, insieme alla verità su come il pedofilo Glen sia morto; però solo nell’ultima pagina dopo essere rimasti col fiato in gola per le precedenti 380.

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[Libri] “Fiori per un vagabondo: I casi di Petri e Miceli” di Gianni Simoni – TEA (2016) 236pp.

Fiori per un vagabondo

Sono molto sorpreso dai poco entusiastici giudizi che alcuni lettori esprimono su quest’ultima fatica di Gianni Simoni per la serie Petri-Miceli.

A me invece è piaciuto molto.

Non è un thriller mozzafiato, d’accordo, ma è un bel giallo classico, narrato con garbo, in punta di fioretto, che poco a poco ci porta alla soluzione dell’enigma  nel quale un barbone rimane vittima di una sparatoria in pieno giorno sulla porta di un bar nella periferia di Brescia. “Sembrerebbe una faccenda di poco conto, eppure… Subito emergono alcune stranezze: se si trattava di un vagabondo, perché allora indossava una camicia cifrata e di ottima fattura e aveva le unghie dei piedi curate? E come mai è stato colpito da ben due colpi, uno di striscio alla spalla e l’altro, letale, in pieno viso? Un proiettile vagante passi, ma due….”

Da non perdere, a mio avviso: quattro stelline (****).

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Di Gianni Simoni:

Le indagini del commissario Miceli e l’ex giudice Petri
01 – Un mattino d’ottobre (°)
02 – Commissario domani ucciderò Labruna (°)
03 – Lo specchio del barbiere
04 – La morte al cancello
05 – Pesca con la mosca
06 – Il ferro da stiro
07 – Chiuso per lutto
08 – L’apparenza inganna, giudice Petri (°)
09 – Troppo tardi per la verità
10 – La scomparsa di De Paoli

Le indagini dell’ispettore Lucchesi
01 – Piazza San Sepolcro (°)
02 – Il filosofo di via del Bollo (°)
03 – Sezione Omicidi (°)
04 – Contro ogni evidenza  (°)
05 – Omicidio senza colpa (°)

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Vecchi. “Gli occhi continuano a vedere e il cuore a desiderare, ma per il resto sei finito”

 

Da “Fiori per un vagabondo: I casi di Petri e Miceli” di Giani Simoni che sto leggendo e di cui riferirò a parte.

… [ I personaggi: Petri è, oltre che un gentiluomo,  un anziano ex giudice in pensione, non insensibile alla grazie del genti lsesso. Grazia Bruni è una giovane mamma per la quale Petri ha sempre avuto stima e un  particolare affetto. Petri si è recato a casa di Grazia Bruni, per congratularsi della nascita della sua nuova bimba.] ….

“Grazia Bruni si sedette in poltrona e diede un bacetto alla bimba, che aprì due occhioni ancora sonnacchiosi. Poi scostò un lembo della vestaglia, liberando un seno sodo col capezzolo turgido. Lo avvicinò alla bocca della piccola, titillandole le labbra, che quella subito dischiuse, mettendosi a succhiare di malavoglia.

Petri non riusciva a distogliere gli occhi da quel seno morbido e dalla mano che lo sorreggeva.

Grazia Bruni ne incrociò lo sguardo. «A quanto pare, è arrivato al momento giusto.»

«Cosa intende dire?» chiese lui con una punta di mortificazione.

«Che alla fine è riuscito a vedermi le tette», rise lei. «Mi dica se ho visto giusto o se mi sbaglio.»

«No, non si sbaglia», ammise Petri. «Anche se una madre che allatta il suo bimbo è un’immagine quasi commovente. Basti pensare a quanti pittori hanno ritratto la Madonna nell’atto di allattare Gesù!»

«Certo, non lo mettevo in dubbio. Era soltanto una battuta scherzosa.»

… [Il giorno seguente Petri è ritornato a casa di Grazia per ragioni di lavoro] …

«Bene, si è fatta quasi l’una, è meglio che me ne vada.»

«Anna l’attende a pranzo?»

«No, rientrerà nel tardo pomeriggio.»

«Allora, cos’è tutta questa fretta?»

«Se ci pensa un momento, credo che ci arriverà anche lei.»

«Petri, la pianti con queste pruderie, non la riconosco più.»

«Grazia, ricorda cosa ha appena terminato di leggere?»

«La famiglia Moskat.»

«Benissimo. Non so se ci ha fatto caso, ma c’è una frase verso la fine, o meglio un pensiero che attraversa la mente di uno dei protagonisti, un pensiero che mi è rimasto stampato nella mente.»

«Se lo ricorda?»

«Le ho appena detto che mi è rimasto stampato in mente.»

«Me lo ripeta.»

«È un pensiero triste, appartiene a un uomo che, seppure ignaro, si sta avvicinando alla morte. Non è un personaggio positivo, anzi, ed è forse questa la ragione per cui quel pensiero mi ha colpito. In breve, suona più o meno così: credi che un uomo non sia un uomo soltanto perché è vecchio? Gli occhi continuano a vedere e il cuore a desiderare, ma per il resto sei finito.»

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[Libri] “Passeggeri notturni” di Gianrico Carofiglio – Einaudi (2016) 98 p.

Passeggeri

 

E’ una raccolta di brevissimi racconti (tre pagine ciascuno), scritti da  Gianrico Carofiglio.

Questa la presentazione:

Un almanacco di soluzioni inattese, di rivelazioni ironiche, di folgoranti incidenti del pensiero. Una scommessa allegra e audace sullo straordinario potere dei personaggi, delle storie, della letteratura. Voci che risuonano nell’oscurità di vagoni semivuoti, lampi che scaturiscono da frammenti di conversazione, profumi nascosti negli anfratti della memoria. I titoli di questa singolare raccolta – trenta scritti di tre pagine ciascuno rappresentano di volta in volta un genere diverso, in un susseguirsi di aneddoti, brevi saggi, racconti fulminei. Li popolano soprattutto figure femminili sfuggenti e indimenticabili, mentre a vicende drammatiche, o amare, si alternano situazioni comiche, sempre in un gioco di specchi tra realtà e finzione. A tenere tutto insieme, come in un mosaico, è una scrittura tersa quanto l’aria notturna, capace di svelare le verità celate nei dettagli dell’esistenza con una magistrale economia di parole. “Un monaco incontrò un giorno un maestro zen e, volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò: “Senza parole e senza silenzio, sai dirmi che cos’è la realtà?” Il maestro gli diede un pugno in faccia”.

E questa la “La pagella” di Antonio D’Orrico per La Lettura del 1° Maggio 2016

Il corpo del reato di autore ed editore. Questo non è un libro ma un reato.

Forse circonvenzione di incapaci (i lettori che abboccano e lo comprano ritenendo che si tratti di un libro; ci sarebbero gli estremi per una class action). O abuso di  posizione (bestselleristica) dominante, figlia  di una certa spocchia editoriale. Se no traffico  di influenze (letterarie) illecite. Più in  generale, è ravvisabile la lesa maestà della  lettura (e della scrittura). Il corpo del reato è  costituito da trenta raccontini o elzeviri o  corsivi o bozzetti di tre pagine ciascuno  contenenti ricordi, sogni, incontri,  microsaggi, più un paio di leggende  metropolitane (l’ultima spiaggia di uno  scrittore prima di essere colpito dalla  sindrome della pagina bianca). I trenta pezzi  facili sono introdotti dalle parole di Thomas  Mann (ma escluderei una complicità): «Lo  scrittore è un uomo che più di chiunque ha difficoltà a scrivere».

Sembra una citazione, ma a leggerla bene suona come una confessione (si potrebbero richiedere le attenuanti generiche) oppure come un avvertimento in stile dantesco: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate (in questo caso si richiedono le attenuanti generiche per l’autore ma non per l’editore). 

Cosa succede in questi racconti? Succede che  l’autore trovandosi: 1) all’inaugurazione di  una galleria d’arte; 2) in un treno di notte;  3) alla presentazione di un libro; 4) su una  terrazza romana durante un party; viene  avvicinato da una persona oppure ascolta una  conversazione, situazioni che innescano una  storiella di gusto zen. Lo spunto più  promettente era quello delle castronerie degli avvocati americani durante gli interrogatori ai  processi. Un esempio. «AVVOCATO Si ricorda  l’ora in cui ha esaminato il corpo? PERITO  L’autopsia è iniziata attorno alle 20.30.  AVVOCATO E il signor Dennington era morto?  PERITO No, era sdraiato sul tavolo desideroso  di sapere perché gli stavo facendo  un’autopsia». Ma questa meglio non metterla  a verbale perché se no per l’autore sarà ancora  più dura trovare un difensore.

Concordo con D’Orrico: due stelline (**) ad esser buoni, anche se il libro è stato per settimane ai primi posti delle classifiche di vendita.

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[Libri] “Mare nero” di Gabriella Genisi – Sonzogno (2016 – 208 pp.)

 

Ed eccoci alla sesta indagine di Lolita Lobosco, commissaria di polizia in quel di Bari, per la penna di Gabriella Genisi.

Che dire? C’è sempre meno giallo e sempre più colore e calore della sensuale e passionaria investigatrice dal tacco dodici, della sua Bari, del suo mare e della sua cucina e dei suoi amori. E visto che siamo in tempo di no-triv il tema di fondo è quello dell’inquinamento marino con rifiuti tossici illegali.

Questa la presentazione dell’editore:

In una giornata di metà settembre, al largo di Bari, il mare restituisce i corpi di due giovani, da poco fidanzati. Insieme ad altri amici, approfittando del clima invitante, erano usciti per una gita in barca e per delle immersioni subacquee nei pressi di un relitto, ma l’allegra escursione si è trasformata in tragedia. Sembra il tipico incidente, dovuto all’imprudenza o alla fatalità. Eppure qualche indizio non quadra e, quando arrivano i risultati dell’autopsia, tutto un altro scenario prende forma. Qualcuno ha voluto uccidere. Ma perché? Toccherà al commissario Lolita Lobosco, animata, come sempre, da un’inesausta passione per la giustizia (oltre che per la buona cucina e i tacchi a spillo), indagare su questo caso. La ricerca della verità si rivelerà particolarmente difficile, tanto più che le acque dell’Adriatico nascondono misteri che in troppi hanno interesse a non far venire a galla. E, come se non bastasse, perfino il questore, attento a non pestare i piedi ai potenti di turno, metterà i bastoni tra le ruote. Ma la bella Lolita, grazie all’aiuto dei suoi fidi collaboratori Esposito e Forte, del sorprendente medico legale Franco Introna e, perché no, di un imprevisto nuovo amore, riuscirà a mettere insieme i pezzi di un inquietante rompicapo. Senza esitare a tuffarsi, letteralmente, nelle gelide profondità del suo mare.

Non vi darà i brividi di un truce thriller all’americana, ma questa nuova avventura della bella Lolì  è gradevole e la lettura scorre via veloce.

Mio gradimento: dalle tre alle quattro stelline (***/****)

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