Giocavamo con poco, ma non ci mancava nulla.

Sto invecchiando. Troppo.

Lo dico perché da qualche giorno che la mia mente si sta cullando con i ricordi di un passato lontano: quello dell’infanzia e dell’adolescenza.

Quando si hanno questi tipi di ricordi, è un brutto segno ma tant’ é!

Forse val la pena scriverne: sono cose di un tempo irripetibile che non sarà mai più per nessuno e che hanno dato il segno a tutta la mia vita.

Sono nato in un paesino di mille anime nella campagna del Monferrato, nella casa del nonno materno.

Era il 30 giugno del 1940, venti giorni dopo la dichiarazione di guerra da parte del nostro Paese. Erano le cinque del pomeriggio di una Domenica di sole, poco prima, alle quindici, era morto un ragazzino del posto nelle vicine acque del Po, mentre faceva il bagno.

Che cosa ricordo dei primissimi anni? Poco.

Era tempo di guerra. 1940-1945. Brutti momenti. Eravamo sfollati, in campagna a una quarantina di chilometri da Torino. Di quel tempo ricordo solo un balcone di ringhiera al primo piano di una casa che si affacciava sul cortile di una cascina. In fondo al balcone un gabbiotto con una porta di legno azzurro: era il gabinetto. Nient’altro.

Poi a Torino negli ultimi anni ancora di guerra, nella casa dove poi ho abitato fino ai quindici anni.

I bombardamenti. La sirena che dava l’allarme…… tutti a fuggire di corsa giù per le scale verso la cantina che fungeva da rifugio. Una lampadina rossa, fioca, segnava i volti delle persone sedute sulle panche contro il muro. Volti tesi. Non una parola. Non un sorriso. Solo la paura. Non capivo, non mi rendevo conto, ma stavo in silenzio anch’io.

Quel rifugio non era sicuro. Un altro più sicuro era dall’altro lato della strada. Qualche volta ci siamo andati.

Attraversavamo la via correndo. Un giorno ho guardato il cielo: era azzurro con tante stelline dorate. ”Che bello – ho detto – mamma, guarda !” . “Sono le bombe che stanno cadendo su di noi, svelto, non guardare, scappiamo !”.

Fummo fortunati. La casa non fu mai colpita. Le bombe distrussero altre due case nella via. Una due palazzi più a destra, sullo stesso lato della strada. La seconda in fondo alla via, 50 metri più in là.

La mia casa era bella. Così la vedevo, anche se era una povera casa nell’estrema periferia di Torino, ai margini della città. Ma aveva, a quel tempo, una certa dignità.

Vivevamo in affitto, ingresso, bagno, camera, tinello e cucinino, al terzo di quattro piani. Niente ascensore, ma col gas e i termosifoni. Funzionavano poco e male. Era necessario avere anche la stufa. Tutta nera. Il gatto ci s’infilava dentro, nello scomparto per la legna. Scaldava molto: la parete su cui appoggiava diventava quasi rovente. Serviva anche per cucinare e per l’acqua calda.

Non abbiamo avuto il telefono fino alla fine degli anni ’40. Per la verità, non se ne sentiva molto la necessità, pochi l’avevano. Quando i miei genitori lo fecero installare, quello a muro, nero, fu una conquista. Dopo qualche anno fu sostituito con quello da tavolo, a cornetta, sempre nero.

La radio ci teneva spesso compagnia. Onde medie, corte e lunghe ma solo con le medie si sentiva qualcosa: i programmi nazionali. Per le reti estere si poteva provare con le onde corte ma gracchiavano e si sentiva poco e male. Niente modulazione di frequenza e niente TV; per quest’ultima dovemmo aspettare molti anni, fin quando iniziò la programmazione a livello nazionale, dopo la metà degli anni ‘50.

La guerra finì nel 1945. Avevo cinque anni. Tempo d’asilo. Un disastro !!! Lo odiavo. Ci sarò andato una settimana.

Poi la scuola. Alla Gabelli…….. Aristide Gabelli. Non mi son mai preoccupato di sapere chi fosse stato. Solo adesso scopro che fu tra i principali promotori del positivismo filosofico in Italia; non ne condivideva alcune tendenze, come il materialismo e l’atteggiamento anticlericale. Nel 1880 scrisse “Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d’Italia”, in cui sostenne la necessità di adeguare i programmi scolastici a quelli delle altre nazioni europee. “ Il maestro – diceva – deve tener presente che la scuola deve servire a tre fini: a dar vigore al corpo, penetrazione all’intelligenza e rettitudine all’animo”. Giusto, bravo.

Cinque anni col grembiulino nero e il fiocco azzurro. Come tutti i 30-35 bambini della classe. Tutti maschietti. Le femminucce da un’altra parte. Le classi miste non esistevano.

I banchi di scuola erano di legno, piccoli e stretti, montati su pedane a listelli. Erano a due posti e uniti gli uni agli altri… ci si entrava a fatica. La seduta del banco era fissata all’alzata del banco retrostante e così via; come i banchi in chiesa. Sul piano di lavoro i segni degli anni:.. graffi profondi, macchie d’inchiostro, qualche scritta incisa col coltellino: nomi, date, W. il Toro, W. la Juve, W. Me….

La cartella di fibra era pesante per conto suo; aveva le cinghie per legarla sulle spalle, dietro la schiena. Dentro: il libro di scuola dell’anno, uno solo, i quaderni dalla copertina nera con i bordi rossi, il portapenne che si apriva a libro e richiudeva con un pousoir. Al suo interno la penna, le matite colorate, le gomme, il temperamatite e i pennini. Già: niente penne biro, non esistevano ancora. Ci si portava appresso anche il boccettino dell’inchiostro. Ogni tanto un disastro: si rovesciava. I pennini, scrivendo, grattavano la carta che s’infilava nella scanalatura per l’inchiostro e il pennino incominciava a sbavare e a scriver grosso. Bisognava pulirlo: con le dita, ovviamente, che si macchiavano tutte. Spesso la penna cadeva a terra e sempre dalla parte del pennino !…, che si piegava e bisognava cercare di raddrizzarlo. Non veniva mai bene e diventava inutilizzabile. Era l’occasione buona per giocare, con la penna, a freccette !

Ho avuto due maestre elementari. Una per i primi due anni. Era sulla cinquantina, bionda con la permanente, rotondetta, di media statura, sempre ben vestita. Non doveva valer molto; i miei genitori chiesero il cambio di sezione. La seconda era una specie d’istituzione per la scuola. La maestra Timossi. Più anziana, magrolina, non bella ma brava. Ex partigiana, comunista e anticlericale. Tutti i bambini della scuola, all’ingresso della maestra nella classe, per prima cosa recitavano una preghiera. Noi cantavamo: “… il Piave mormorò, non passa lo straniero”!

Ero il primo della classe, o, almeno, uno tra i primi. Un altro bambino, Maffei, era anche bravo ed era il cocco vero della maestra, forse per comunanza di militanza politica tra genitori e maestra. Ne ero geloso. Un giorno la maestra dovette assentarsi per una decina di minuti. Mi chiese di andare alla lavagna e segnare i buoni, a sinistra, e i cattivi, sulla destra. Tenevo d’occhio Maffei e appena aprì bocca lo segnai tra i cattivi. Quando la maestra rientrò e lo vide scritto da quella parte, mi disse “Maffei tra i cattivi ???? Non può essere, cancellalo”. Che smacco!!!!

La scuola non era vicina a casa, circa un chilometro e mezzo. Ci si andava ovviamente a piedi e, dopo i primi anni ci andavo e ritornavo da solo. Già…, la città allora era molto diversa. Dovevo attraversare uno dei corsi a più alto traffico della città, quello che portava verso l’autostrada per Milano.

C’erano le automobili, i tram, i camion; ma pochi e pochi erano i pericoli del traffico.

Non ricordo di aver mai fatto troppi compiti a casa, né di aver studiato lezioni. Probabilmente perché non mi costavano troppa fatica. Imparavo in fretta con le sole spiegazioni in classe. I pomeriggi erano piuttoso liberi e la mia seconda casa diventava la strada.

Che bello, quanti ricordi. Eravamo un gruppo di una quindicina di bambini. La strada era lunga solo un centinaio di metri, col fondo sterrato, non c’erano auto parcheggiate e ne passavano raramente. Quante partite a calcio. Due sassi per demarcare le porte, una palla di gomma e via. Il pallone di cuoio non andava bene. Ne avevo ricevuto uno in regalo, ma era troppo pesante, faceva male ai piedi protetti solo dalle scarpette di gomma, e se ti colpiva eran dolori. E poi la valvola non teneva, era sempre sgonfio!

Ma i giochi erano tantissimi e il tempo passava come d’incanto. Si giocava con poco: nessuno aveva troppi quattrini e, soprattutto, non esisteva l’infinità di giochi che ci sono adesso.

Ho passato molti anni in quella strada, fino ai quattordici anni, alla fine delle scuole medie.

Era il tempo delle figurine, delle biglie, dei tappini da bibita in bottiglia, delle cinque pietre, degli aquiloni fatti in casa, della cerbottana con gli “scartocci”, dei giornalini (prima Il Corriere dei Piccoli, poi Topolino, Tex Willer e Tiramolla) dei quattro cantoni, del nascondino, del fazzoletto, delle palle di neve e di tanti altri. Negli ultimi anni scendeva in strada anche qualche bambina (i primi segni dell’emancipazione femmnile…) e allora ecco altri giochi: la settimana, i salti con la corda, il tocca color…, e altri ancora.

Parlavamo tutti il dialetto, il torinese. A scuola l’italiano, fuori il dialetto. L’immigrazione dal sud era ancora agli inizi.

Con le figurine si facevano gli scambi… celo (per dire ce l’ho) …celo ..celo…….manca….celo… celo…etc.. “ti do Binda e Giardengo se mi dai un Bartali”…..

Ce le giocavamo anche le figurine: un cer chio disegnato sul terreno, quattro o cinque figurine a testa messe nel centro, e poi, da qualche metro, via a colpirle con un sasso piatto e liscio (il “palu”). Quelle che colpivamo e uscivano fuori dal cerchio erano vinte, se toccavano la riga, si rimettevano al centro. Che emozione quando erano tante e, si riusciva a colpirle in pieno: volavano alte in aria come tanti coriandoli. I più fortunati, anch’io, si erano procurati il “palu ‘d fer”, un piattello tondo di ferro. Si giocava anche “a muro”. Chi più le faceva atterrare vicino al muro vinceva. S’incollavano agli album con la colla liquida e il pennellino; erano i primi anni delle “Panini” con i calciatori, ma non ancora di quelle autoadesive.

Le biglie: erano di mattone colorato ! Blu, rosse (le Ferrari), verdi, argento (le Mercedes)….. ma di mattone. Se cadevano di mano, si rompevano, Molte erano bislunghe, ovali, non perfetttamente sferiche. Difficili da far correre in pista! Solo in un secondo tempo arrivarono quelle di vetro e quelle grandi in plastica, con l’immagine del corridore all’interno. La pista era facile a costruirsi sul fondo della strada sterrata: un po’ d’acqua un po’ di terra e si alzavano i muretti…e anche qualche curva parabolica! Quando nella strada si apriva un nuovo cantiere edile era una festa, arrivavano i mucchi di sabbia.

I tappini a corona delle bibite venivano rinforzati con un doppio tappo di sughero: li utilizzavamo sulle piste tracciate col gesso sul marciapiede o per gli incontri tra squadre di calcio sul campo disegnato sempre col gesso sul marciapiede.

Per le cinque pietre erano necessari cinque piccoli sassi tondeggianti, di ugual misura, che dovevano essere adatti, come grandezza, alle nostre mani. L’ideale però erano i noccioli delle albicocche o delle piccole pesche di vigna. Si giocava su fondi lisci e scorrevoli, all’interno degli androni, dove c’erano i pavimenti di marmo.

Non mi dilungo sugli altri giochi. Molti si fanno ancora adesso ma, credo, non con altrettanta frequenza, entusiasmo e passione.

Ricordo solo quant’era bello quando nevicava. Mica come adesso che ci lamentiamo per dieci centimetri di neve. Allora ne veniva mezzo metro e più e durava almeno una settimana. Quante battaglie per ogni nevicata !!!!!!!!

Se pioveva, si giocava in casa: il Meccano, il Gioco dell’Oca, il Monopoli, i bastoncini dello Shangai, la Dama, le carte da gioco formato mignon, le macchinine che perdevano sempre le ruote, i soldatini di gesso ormai senza testa o senza un braccio. Ogni Natale e ogni compleanno, un gioco nuovo, ma uno solo, e doveva durare nel tempo. Avevo anche un piccolo fucile, ad aria compressa. Sparava piccoli pallini di piombo, e quando la scatoletta era alla fine, mi facevo delle piccole palline con la mollica di pane. Mi piaceva, ma mancava lo spazio e potevo usarlo solo sul balcone. Avevo poi anche un trenino elettrico, ma era un gioco noioso, girava solo in tondo e non stava mai sui binari. Non ricordo altri giochi d’appartamento ma erano già molti e i miei amici, meno fortunati, venivano volentieri a giocare da me.

Ma non era bello. La Strada era la nostra vita. Giocavamo con poco, ma non ci mancava nulla.

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16 risposte a Giocavamo con poco, ma non ci mancava nulla.

  1. Tania ha detto:

    Complimenti Franco i ricordi sono bellissimi , i racconti deliziosi, credimi dovresti scrivere un bel libro per ragazzi!!!!!!!!!!!!!!!!!!! sai come si divertirebbero a riscoprire i giochi manuali con gli amici! ciao Tania

    • frz40 ha detto:

      … i giochi manuali…. giochi di altri tempi, Tania. Giochi irripetibili, solo più da libro dei ricordi.

      Grazie per il commento.

      Un abbraccio.

  2. marisamoles ha detto:

    E’ proprio vero: ieri ci si accontentava di poco e ci si divertiva da matti; oggi i bambini e i ragazzi non sono mai contenti, anche in compagnia alla fine si annoiano. Quando sono più grandi, stanno ore prima di decidere dove andare … ma questo lo facevamo anche noi a Lignano Sabbiadoro, d’estate; la mia compagnia era fatta di almeno 20 persone ed era difficile trovarsi tutti d’accordo. Però allora le discoteche alle 21 erano già aperte e noi ragazze massimo a mezzanotte dovevamo tornare, anche d’estate, anche in vacanza. Oggi a mezzanotte le discoteche sono ancora vuote … altri tempi, i tuoi, i miei, tempi più felici, nonostante tutto.

    Ciao. 🙂

  3. Marins ha detto:

    E’ strana la vita, qualche volta capita che certe situazioni si ripetano con piccole differenze ma sono sostanzialmente uguali.

    Io sono un marboa62, due decadi più avanti e a parte la parte sulla guerra, che non ho vissuto in prima persona, ma l’ho sentita raccontare da mio padre dagli zii e dai nonni, tutto il resto è incredibilmente simile alla tua infanzia.

    Anch’io ho vissuto la strada, mio padre e mia madre lavorando entrambi in macelleria mi lasciavano solo nei pomeriggi ed io entravo nella banda dei ragazzini del quartiere:

    giocavamo anche noi con i giornaletti impilati sulla riga ed usavano il disco di pietra liscio, che ai miei tempi non si chiamava “palu” bensì “ligia”

    la lingua che si parlava (ed è qui la differenza) non era il piemontese bensì tutte le lingue del sud, il siciliano, il calabrese, il napoletano ed io imparavo quei nuovi suoni, io, che ero l’unico piemontese

    Le figurine erano già adesive ed erano quelle dei calciatori (io ero già del Milan) e ce le scambiavamo proprio con un celo-manca!-celo-celo-celo-manca!-celo-celo…

    Vivevamo in un quartierino nella zona sud ovest di Torino, avevamo i nostri luoghi, i garage da scalare dove insegnavo ai più piccini dove mettere i piedi per arrivare sul tetto, io che ero una piccola scimmietta)
    quando un pallone andava su un garage e il proprietario non riusciva a salire per recuperarlo, lo prendevamo noi, era il bottino di guerra

    Un altro posto era il “prato” dove si giocava a pallone, segnando le porte con quello che c’era, pietre, bastoni infilati in terra

    Un altro posto ancora era la “giungla” un’area abbandonata piena di alberi, una selva intricata dove dovevi strisciare per arrivare sino in cima alla collina e da lì non visto potevi dominare tutto il paesaggio attorno

    E ancora, si giocava a carte all’ingresso dei portoni, sul marmo e si giocava con un mazzo che aveva i semi di denaro, spade, coppe e bastoni, semi molto diversi da quelli del mazzo del nonno con cui giocavo a briscola, a scopa
    Noi con quelle carte giocavano a tresette e a tresette perdente
    Dipendeva dal numero di partecipanti: ad esempio a tresette perdente (tutti contro tutti) si riusciva a giocare in cinque dando 8 carte a testa

    Che ricordi bellissimi ho di quel periodo !!!

    Erano gli anni del baby boom, erano tanti i bimbi allora ed era naturale ritrovarsi per strada e la banda si allargava sempre di più, 15 20 25, erano ancora prevalemente maschili anche se non mancavano le femminuccie ma erano un sottogruppo, con i loro giochi a cui raramente partecipavamo, noi della banda

    Per un nuovo entrato non c’era il giuramento bensì il cambiamento del nome: “se vuoi entrare nella banda devi cambiare nome, tu come ti chiami ?” “Andrea” “D’ora in poi ti chiaremo Garrincha”

    La strada non era sempre bella, non mancavano le risse e i capi della banda (io ero uno) dovevano spesso fare da pacieri
    Ma il dramma era quando erano i capi banda a battersi e lì ho imparato a battermi: ricordo due ragazzi, un siciliano di cui tutti avevamo paura e un calabrese tarchiato che ti colpiva con le testate se non stavi attento, io lo sapevo e durante una rissa con lui l’ho lasciato venire incontro e l’ho schivato all’ultimo e lui è andato a sbattere contro il vetro di una porta dei garage ferendosi tutto il volto, non ci ha più provato con me

    Con li siciliano invece ci siamo trovati avvinghiati a terra, un braccio attorno al collo dell’altro, io non mollavo e neanche lui e meno male che altri capetti sono intervenuti perchè nessuno dei due avrebbe ceduto

    Beh scusate se vi ho annoiato con le mie storie personali ma come dice Franz, una volta con poco o niente si inventava il mondo e ci si divertiva un sacco

    Alla prossima

    Marins

    • frz40 ha detto:

      Il nome originale era “palu” da cui il diminutivo “paligia” e poi “ligiia”, li usavamo tuti e tre. 🙂 !!

      Storie di strada… sì è vero, son durate ancora diversi anni, nelle zone di periferia. Ma come mi confermi con la tua descrizione iniziava già a far capolino la violenza.

      Comunque la strada era ancora un gran scuola e un gran divertimento.

  4. Marins ha detto:

    E’ vero il tasso di violenza stava crescendo per arrivare al culmine alla fine degli anni 60, una violenza senza limiti descritta magnificamente da un grande regista del 20 secolo, Stanley Kubrick in “Arancia Meccanica”

    Ma c’è un punto chiave, anche nella banda, così come in altri contesti c’era un limite, un confine, impercettibile a prima vista, quello che distingue un buono da un cattivo, ebbene ho sempre pensato di fare parte dei buoni, sia nel sistema legittimo che in quello illegittimo

    Qualche anno dopo, ero in piscina sotto gli asciuga capelli, avevo appena finito di asciugarmi e scendevo dallo sgabello, un piccolino saliva per prendere il mio posto quando un grande, prepotentemente lo spingeva via “togliti ci sono io”, è stato un attimo e gli sono volato addosso e con la presa al collo (imparata in strada) lo steso a terra e gli ho detto “non è il tuo turno e non osare più fare violenza ai piccoli”, come al solito non mollavo la presa e solo quando sono arrivati i bagnini ci hanno divisi

    La storia è finita con il direttore della piscina, io e lui e i nostri genitori, tutti ripresi per l’accaduto con la minaccia di espulsione.

    Penserete che io sia un piccolo delinquente a questo punto, no, faccio parte sempre della squadra dei buoni come ho potuto cimentarmi anni dopo quando feci il militare nei carabinieri, ma questa è un’altra storia

    Marins

    • frz40 ha detto:

      Non sempre i fini nobili giustificano le maniere forti, così come non bisognerebbe mai perdere il controllo delle proprie azioni.

      Quel bimbo però ti sarà stato grato.

  5. Lou ha detto:

    Che belle storie di vita…grazie papà per averle scritte. Non conoscevo molto della tua casa in campagna e nemmeno della paura della guerra che hai dovuto vivere…
    Scrivi ancora…é sempre bello leggere.

    Lou

    • frz40 ha detto:

      Non è della casa di campagna del nonno in campagna che ho raccontato, ma di quella di Torino. E’ vicina a dove abiti tu adesso, dovresti conoscerla. Ora non ha più nulla di quei tempi. E’ tutta asfaltata, le case sono state ricostruite e rimodernate, le auto sono parcheggiate in doppia fila….

      Ci son passato l’altro giorno. Non c’era nessun ragazzino per strada.

      Un bacio

  6. angela ha detto:

    Bravo! Complimenti per la memoria così precisa e per la leggerezza malinconica dello scritto.
    Ho rivisto via Ozegna e i ragazzini che giocano , la scuola Gabelli con gli edifici “maschi e femmine “divisi dal giardino e il mio primo giorno di scula con Leo che mi ha seguita(come fa un cane a sapere che non può entrare ?)e la bidella che lo inseguiva con la scopa.
    Ho provato mentalmente a ricostruire i giochi femminili contemporanei nel cortile dei nonni e in via Monterosa.Non so se ci riuscirò.Forse ti manderò un raccontino che ho scritto sulle altalene che faceva il nonno.
    Ciao un abbraccio angela

    • frz40 ha detto:

      Grazie Angela, il tuo è un commento che mi fa particolarmente piacere.

      Se scriverai qualcosa di quei tempi fammelo sapere. Ricordi il gioco dei nomi? Cose, paesi, città, animali etc, che iniziano con la lettera “Q”? Vincevi sempre tu. Non l’ho citato perchè è di qualche anno più tardi, ma se ci sarà una seconda puntata ne parlerò.

  7. quarchedundepegi ha detto:

    Finalmente ho letto tutto questo tuo bellissimo articolo. Ho ricordato e… pensato.
    Bravo.

  8. rosanoci ha detto:

    Grazie per avermi fatto giungere questo stupendo pezzo. Non trovo ora, emozionata e, ammetto, tra lacrime sorridenti, parole mie. Ti lascio una poesia non mia che sono sicura apprezzerai… ancora grazie.

    Non te ne andare, ricordo, non te ne andare!
    Volto, non svanire così,
    come nella morte!
    Continuate a guadarmi, occhi fissi,
    come un momento mi guardaste!
    Labbra sorridetemi,
    come un momento mi sorrideste!

    Ah fronte mia, datti da fare;
    non lasciare che si sparga
    la sua forma fuori del suo ambiente!
    Comprimi il suo sorriso ed il suo sguardo,
    fino a farli divenir mia vita eterna!

    -Sebbene mi dimentichi di me stesso;
    sebbene prenda il mio volto, nel soffrir tanto per lui,
    la forma del suo volto;
    sebbene io sia lei,
    sebbene si perda in lei la mia struttura! –

    Oh ricordo, sii me!
    Tu – lei – sii ricordo, tutto e solo, per sempre;
    ricordo che mi guardi e mi sorrida
    nel nulla;
    e ricordo, vita con mia vita,
    divenuto eterno cancellandomi, cancellandomi!

    Juan Ramón Jiménez

    • frz40 ha detto:

      Che bellla! Stupenda.

      Anche se mi rendo conto che la nostra mente ci inganna un po’ nel selezionare i ricordi: siamo fatti per sognare e, come dice Lamartine, per ricordare quasi solo le cose belle, che il rimpianto abbellirà quando i capelli saranno ormai bianchi.

      Mon front est blanchi par le temps ;
      [..]

      Mais ta jeune et brillante image,
      Que le regret vient embellir,
      Dans mon sein ne saurait vieillir
      Comme l’âme, elle n’a point d’âge.

      (L’intera poesia “Souvenir” la trovi in questo post)

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