La patologia della nostra politica

C’è una patologia che spiega certi diffusi comportamenti della nostra vita politica. E’ una patologia della quale molti sono affetti e troppi la usano come strumento.

Su Wikipedia è ho trovato le definizioni che trascrivo qui di seguito sostituendo il nome di questa patologia e di chi ne soffre coi termini generici di “malattia” e “malato” (meglio forse avrei fatto scrivendo “malato di mente”). Non sarà difficile scoprire di che si tratta.

La malattia si manifesta nei confronti di un’altra persona o gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che il malato non possiede (o che gli manca).

Essa si caratterizza come desiderio ambivalente: di possedere ciò che gli altri possiedono, oppure che gli altri perdano quello che possiedono. L’enfasi è, quindi, sul confronto della propria situazione con quella delle altre persone, e non sul valore intrinseco dell’oggetto posseduto da tali persone.

La malattia è caratterizzata da una bassa autostima e da una concezione esagerata degli ostacoli e delle difficoltà. Spesso, infatti, il soggetto malato possiede delle buone qualità che possono anche essere riconosciute, ma non le considera sufficienti e si ritiene un incapace.

La malattia può avere radici molto profonde nella personalità di un soggetto. Può essere stata causata da una mancanza di affetto in passato, da un’eccessiva competitività o da dei desideri che sono stati frustrati. Essendo le cause così rilevanti, spesso è difficile per un soggetto riuscire a risolvere il proprio problema.

Alla base c’è, generalmente, la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da sé stessi: in questo senso, si può affermare che il malato è generalmente frustrato, ossessivo, manipolatore, con pochi scrupoli e talvolta ipocrita.

Egli assume spesso atteggiamenti e comportamenti ben precisi e, quindi, riconoscibili. Tra i più tipici comportamento del malato c’è il disprezzo dell’oggetto desiderato (“questa cosa, che io non ho, non vorrei comunque averla perché non mi piace”); una celebre e proverbiale rappresentazione di questo atteggiamento è la favola di Esopo La volpe e l’uva.

Il malato può rivolgere la propria attenzione non solo verso oggetti materiali, ma anche verso presunte doti possedute dagli altri individui; in tali casi, ilmalato reagisce tentando di disprezzare o di sminuire l’altro individo, perché ai suoi occhi questo è colpevole di evidenziare ciò che lui non ha. In un certo senso, è come se si sentisse sminuito dall’esistenza dell’altro individuo e, in qualche modo, danneggiato da questo.

Se sono pur vere le varie affermazioni che si fanno intorno alla malattia, è altrettanto vero che ultimamente se ne fa un abuso strettamente politico. Infatti, a questo sentimento del tutto personale ed individuale, è spesso associato il normale ed umanissimo bisogno di giustizia tra le varie classi ed i vari ceti sociali. Definire questa minimale esigenza come “ Malattia Sociale” è solo un astuto e fuorviante machiavello dialettico tendente a svilire le ovvie rimostranze dei ceti più deboli nei confronti delle classi dominanti. In questo modo si cerca di ridurre a un banale rancoroso sentimento individuale una (del tutto giustificata) istanza prettamente sociale.

La malattia può provocare uno stato di profonda prostrazione: in taluni casi, il malato può assumere comportamenti molto aggressivi e il tentativo di sminuire la controparte può raggiungere toni esasperati, arrivando anche al pubblico disprezzo e alla pubblica derisione, come a dire: “io sto male per colpa tua, perché tu metti in luce la mia inferiorità; allora devo assolutamente evidenziare le tue mancanze, i tuoi difetti, facendoti sentire ridicolo: farò in modo che anche tu soffra”. Se, tuttavia, il progetto del malato fallisce, egli si sentirà sempre più debole e ridicolo.

Nella cultura popolare anglosassone e anche (forse indirettamente) italiana, la malattia è associata al colore verde. Secondo alcuni è riferito al colore della bile, alla quale spesso è associata. Secondo altri deriva dal fatto che, essendo contrapposta alla virtù della speranza in quanto desiderio del male altrui, abbia il suo stesso colore.

Nella religione cattolica, è uno dei sette vizi capitali. L’iconografia tradizionale la presenta nell’immagine di una donna vecchia, misera, zoppa e gobba, intenta a strapparsi dei serpenti dai capelli per gettarli contro gli altri.

Nel Purgatorio, Dante pone questi malati sulla sesta cornice. Qui, i peccatori sono seduti, gli occhi cuciti con del fil di ferro per punirli di aver gioito nel vedere le disgrazie altrui.

La filosofia buddhista la considera uno dei fattori mentali (cetasika) che possono associarsi allo stato mentale (citta) dell’odio.

Aggiungo, in conclusione, solo una mia considerazione: purtroppo si tratta di una malattia incurabile, subdola, che fa facilmente presa su troppe persone. Una specie di pandemia. Che ci possiamo fare?

Che vergona!

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2 risposte a La patologia della nostra politica

  1. marisamoles ha detto:

    Ehi, manca il mio commento!!! .. pensavo di aver sbagliato blog 😉

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