E io, invece, ai ragazzi dico: “Bravi!”

Tn_001131Mi riferisco all’editoriale di Luca Ricolfi “La scuola ha smesso di insegnare” apparso su La Stampa del 24 luglio 2009 (questo il link) al quale hanno fatto seguito, il giorno dopo, altri quattro articoli:
“Tutti bocciati prof e allievi -Scuola da rifare” di Raffaello Masci (link),
” La studentessa modello : Non capite la generazione degli sms”, intervista a Valentina Carosso a cura di Maria Teresa Martinengo (link),
” L’ex ministro Berlinguer : Non tutto è da buttare, ma ora ricominciamo dai laboratori” ancora a firma Raffaello Masci (link),
“ Il matematico Russo: Si è cancellata la letteratura e così si premiano i videogiochi” a firma Rosaria Talarico (link),
e rispondo anche al post di Marisa Moles ““La scuola ha smesso di insegnare?” sul suo blog (link)

Questo il capo d’accusa di Luca Ricolfi: siamo nel pieno di una “Caporetto Cognitiva”
“La maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano. “

“Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.”

Al giudizio di Ricolfi si associa (e un po’ me ne dispiace) anche Marisa Moles quando dice “Da quarantenne, laureata negli anni Ottanta, nonché damadre sono completamente d’accordo [..] Ma Ricolfi, secondo me, ha sbagliato titolo (sempre che l’abbia deciso lui); io avrei intitolato il pezzo “GLI STUDENTI HANNO SMESSO DI IMPARARE”.

Si unisce al coro anche tal Valentina Carosso (chi sarà mai costei per pronunciare sentenze, nonostante il suo 100 e lode al liceo scientifico Volta?). Ne saranno contenti i suoi compagni:

“Ho compagni che fanno ancora errori di ortografia. Mi sembra grave che alla fine della quinta liceo non si sappia scrivere bene in italiano”.

“Molti usano frasi corte perché non riescono a collegare i concetti. Nella vita di tutti i giorni è diverso, manelle interrogazioni, quando non conoscono bene la materia con il suo linguaggio specifico e devono arrampicarsi sui vetri, è tragico. Usano termini vaghi e i professori si innervosiscono, li interrompono per farli ragionare. Poi, c’è chi ripete il libro parola per parola…”.

“4-5 in una classe di 20 sono bravi. Gli altri non capiscono che per studiare bisogna lasciar perdere telefonino, iPod, messanger e tv. Se ogni cinque minuti ti distrai non concludi niente”.

A L L E L U J A !

Io sono andato alla ricerca di dati, per documentarmi, e, per la verità, non ho trovato molto. Solo i risultati pubblicati dal Liceo Scientifico di Ceccano sul suo sito ( link) relativo alla maturità di 119 studenti, 78 femmine e 41 maschi:
totale

Hanno superato l’esame con voti compresi tra:
60 e 69: il 33% degli studenti (32% per le femmine, 34% per i maschi);
70 e 79: il 31% degli studenti (29% per le femmine, 34% per i maschi);
80 e 89: il 16% degli studenti (18% per le femmine, 12% per i maschi);
90 e 99: l’ 8% degli studenti (7% per le femmine, 13% per i maschi);
E con il 100: il 12% degli studenti (14% per le femmine, 7% per i maschi).
Bocciati: zero

studenti
femmine
maschi

Rappresentano la realtà nazionale? Non lo so. Se avete dati migliori ditemelo. Comunque sia, a me questi non sembrano così male.

O Ceccano è una piazza particolare (“un buon liceo non è lo stesso, se si trova a Bolzano o a Scampia”, avverte Claudia Donati nell’articolo “Tutti bocciati etc…”), oppure i voti vogliono dire qualcosa ed allora, decodificandoli e togliendone la tra, avere un terzo degli studenti di qualità scadente, un terzo di qualità accettabile, e un terzo qualità da buona ad eccellente, non mi pare da buttar via.

Quel che mi stupisce (per la verità solo fino ad un certo punto) è la quantità di studenti femmine sul totale, i 2/3 circa, nonché la loro migli0r qualità dei risultati; qui però ci sarebbe da aprire un discorso diverso, e forse molto più interessante, che è affrontato da un precedente articolo sullo stesso quotidiano : “La laurea è una cosa per donne”, di Richard Newbury, del 6 luglio (link): “ In Gran Bretagna – dice – le donne hanno quasi raggiunto, con il 49,2%, l’obiettivo fissato dal governo del 50% di istruzione superiore, mentre i ragazzi languiscono al 37%. E tutte le statistiche mostrano come questo sia un fenomeno mondiale, con Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti grosso modo allo stesso livello, mentre in Scandinavia, nei Paesi Baltici e nell’Australasia la quota femminile è ancora più alta. E questo indipendentemente dalla classe sociale, dalla razza e dal numero chiuso. La spiegazione – a parte il diverso modello di sviluppo fisico tra i sessi (alla pubertà le ragazze sono due anni avanti ai maschi) – sta nel cambiamento dei criteri di valutazione nella scuola secondaria (test GCSE), dove la maggior parte degli insegnanti sono donne. Trent’anni fa sono stati introdotti metodi di insegnamento e di esame con l’intenzione esplicita di discriminare positivamente le ragazze. Così è stato, ma a spese di un’intera generazione di maschi svantaggiati ed espropriati, con pesanti conseguenze sociali e educative.”

A parte questa disquisizione tra maschi e femmine, mi pare, ripeto, che i risultati degli studenti siano quasi un miracolo. Anche se fossero un po’ peggiori.

E mi chiedo come facciano ad essere così bravi stante questo nostro mondo che li circonda.

Ci sono quelli naturalmente portati all’apprendimento che si applicano volentieri e ottengono voti d’eccellenza un po’ per grazia divina e un po’ per merito loro. Ci son sempre stati e oggi sono certamente più che ai miei tempi, parlo di cinquant’anni fa, quando studiare non era per tutti possibile, per mancanza di mezzi in famiglia.

Ma gli altri? Hanno tutto.

Il computer e internet, quando noi avevamo a mala pena carta penna e matita e un quotidiano, quello di papà. I cellulari fin da piccoli, quando noi avevamo solo il telefono nero a muro in casa o la cabina telefonica a gettoni, con qualcuno dentro che non la smetteva più di parlare. Le e-mails e le chat immediate, quando noi aspettavamo per giorni, all’ora giusta, il postino, senza che vedesse mammà. I viaggi in tutto il mondo, quando per noi erano una gran festa, ad Agosto, un paio di settimane al mare o ai monti. Mille attività sportive o artistiche, quando noi potevamo solo tirare due calci al pallone in polverosi campetti di periferia. Scoprono pure il sesso a quattordici anni mentre per noi rimaneva oggetto del desiderio per molti anni ancora. Si muovono velocemente con auto e motorini, quando noi andavamo spesso a piedi per risparmiare anche i soldi del tram.

Sono esposti a mille pericoli: alcool , droga, bullismo e delinquenza.

E gli mancano cose importanti. Prima di tutto la famiglia, quella in senso tradizionale, quella che ci insegnava l’educazione e il senso del rispetto, quella delle mamme a casa che ti dicevano “hai fatto i compiti?” e “questa sera lo diciamo a papà!”. Già. Le mamme e i papà. Ci sono ancora? Spesso uno dei due ha lasciato l’altro e vede i figli solo nel week-end. Spesso, anche quando ci sono entrambi, non si parlano. Ancor più spesso hanno altre cose per la testa e riempiono i figli di paghette e regali solo per liberasi, invano, dai loro sensi di colpa.

E la scuola è pallosa. Da morire.

Ha programmi, obiettivi e metodi di insegnamento vecchi di cent’anni. Non stupiamoci se da 10 anni l’Ocse ci dice che “ i quindicenni italiani non sanno né leggere né esprimersi nella loro lingua, non solo non conoscono la matematica e in generale le materie scientifiche, ma mancano – soprattutto – della capacità di problem solving, cioè non hanno alcuna attitudine a fare proprie le conoscenze acquisite e ad applicarle ai problemi che la vita e l’esperienza pongono. Una preparazione la loro (quando c’è) essenzialmente teorica e libresca.”

“E’ questo un problema annoso della scuola italiana – ci dice Claudia Donati – Il passaggio da conoscenza a competenza è stato sempre il tallone d’Achille del nostro sistema”

“A me pare che la scuola non sia più in grado di sollecitare l’interesse dei ragazzi – dice Luigi Berlinguer – Dobbiamo, cioè, puntare a che l’allievo si interessi, studi e impari in profondità, non solo teoricamente. Iniziare dall’esperienza. Non dalla lezione, non dalla teoria. Ma semmai dal laboratorio, dal fare. Utilizzando in questo quanto di positivo può venire dalle nuove tecnologie. Mentre qui siamo rimasti alla scuola dell’Ottocento con la cattedra e i banchi, la lezione frontale, il docente e il discente. Allora si andava sul calesse e si comunicava gridando da una collina all’altra. Ora ci sono i jet e si comunica via Skype. Immutati sono rimasti solo la cattedra e i banchi.’

Certo ! Ma è così da sempre .

Ricordo benissimo le rampogne dei miei insegnanti di cinquant’anni fa: non leggete, non sapete esprimervi, non siete in grado di mettere insieme un discorso, non vi applicate, avete per la testa solo poche idee ma ben confuse………….etc , etc, etc.

Ieri come oggi.

Con una differenza: che allora si studiava per “quel pezzo di carta” che ci apriva la strada ad un dignitoso mondo del lavoro.

Oggi? Quel pezzo di carta è buono da appendere nel cesso. Anni di politica dissennata hanno mandato i nostro Paese alla deriva depauperandolo da ogni leva di competitività. Mai un serio programma di politica economica, mai un serio impulso alla ricerca. Sempre e solo la difesa dei cadreghini e delle posizioni. E adesso non lamentiamoci se, come dice Ricolfi “Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari”

Lui, con la sua Università, porti pazienza se la scuola gli sforna anche molti diplomati che costringono “a fare corsi di azzeramento per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni”. Si goda e coltivi i migliori.

Ma a voi ragazzi chiedo:”Come fate ancora a studiare in un mondo così?’

E vi dico: “Bravi! Coraggio, non dimenticate mai che il domani è, comunque, solo nelle vostre mani, anche se nessuno vi sta aiutando e nessuno vi aiuterà”

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5 risposte a E io, invece, ai ragazzi dico: “Bravi!”

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  4. Giordano Pieretti ha detto:

    Poiché condivido appieno le frequenti critiche che l’OCSE fa alla scuola italiana, espongo qui alcune mie considerazioni sul penoso stato del nostro sistema formativo. Quasi presagendolo, esattamente vent’anni fa, pubblicai su Prospettive settanta un articolo intitolato “La lunga agonia della scuola italiana”. Col mio scritto, criticavo quelli che la pedagogia di allora, spacciava come nuovi contenuti, nuove metodologie e nuova didattica delle materie letterarie. In realtà, di nuova c’era solo un’ottusa ideologia che buttava al macero l’insegnamento logico-consequenziale di nozioni fondamentali e basilari, e lo sostituiva coi cosiddetti “centri di interesse”… Degli insegnanti ovviamente, non degli allievi! A ciò si era giunti travisando le giuste aspirazioni dei giovani usciti dal ’68, che auspicavano il rinnovamento dei programmi didattici, anche alleggerendo il loro peso nozionistico. Non chiedevano affatto lo scardinamento della concatenazione delle nozioni fondamentali, finalizzate alla comprensione del presente e delle sue radici. Nel caos delle idee e delle disposizioni ministeriali che seguirono la contestazione, la maggior parte degli insegnanti, più o meno in buonafede, interpretò il bisogno del nuovo dei giovani, liberandoli non tanto dal nozionismo del programma ministeriale, ma dalla sua organicità e dalla sua completezza, specie nelle sue parti conclusive e finali. Da allora, gli studenti di scuola secondaria sarebbero stati costretti a sottili e noiose esegesi di testi poetici, o a pesanti approfondimenti di parti di un tutto storico o letterario sconosciuto. Per ironia della sorte, aumentava così il nozionismo, che coinvolgeva nella sua repulsione anche le necessarie nozioni, percepite dallo studente come inutili, perché sganciate da un “prima” e da un “dopo”.
    Era naturale quindi che, se gli insegnanti elementari e medi avessero rubato metodi e contenuti ai docenti universitari, a questi ultimi sarebbero rimasti i contenuti e i metodi dei maestri elementari. Ed è proprio quello che sta succedendo.
    Se, infatti, molte università hanno deciso di attivare dei corsi di “alfabetizzazione”o di “recupero” per le matricole, vuol dire che sanno di aver a che fare con studenti semianalfabeti o comunque privi di nozioni basilari. La diversa denominazione dei corsi non attenua la gravità di quanto sta sotto gli occhi di tutti, da più di vent’anni; e cioè che almeno la metà dei diplomati non sa scrivere. Di chi la colpa? Non certo degli studenti: non è neppur pensabile che il 50% di loro sia costituito da ipodotati o fannulloni. Non c’entrano neppure le strutture inadeguate o le mancanze di fondi: per imparare a scrivere, allo studente può bastare anche una tenda sopra il capo, ovviamente riscaldata d’inverno. Gli è, invece, assolutamente necessario un bravo docente, uno di quelli che popolavano le nostre scuole, prima del ’68. Certamente quegli insegnanti faticavano meno dei docenti d’oggi, liberi com’erano da fotocopie e da mille altre incombenze metodologiche, inventate dalla pedagogia sessantottarda, per eludere il vero problema: quello degli elaborati scritti. Prima delle riforme che hanno distrutto il sistema formativo italiano, il docente di lettere di scuola secondaria era tenuto ad assegnare ai suoi alunni un tema da svolgere, almeno ogni venti giorni. La correzione di ogni singolo elaborato veniva riproposta, in modo anonimo, all’intera classe perché ogni studente, assistendo alla correzione degli errori grammaticali altrui, in futuro, li potesse evitare. Dopo ripetute visualizzazioni di grammatica applicata e di errori da evitare, tutti gli allievi della classe imparavano a scrivere… e a pensare! Oggi, invece, i ragazzi vanno a scuola ingobbiti da tonnellate di libri di cui, per mancanza di tempo, possono leggere solo qualche paginetta qua e là. E’ naturale quindi che, quando scrivono, producano solo improbabili minestroni futuristici, caratterizzati da un disinvolto pressappochismo. Ovviamente se hanno la ventura di imbattersi nell’insegnante d’italiano coscienzioso, che assegna loro qualche tema da svolgere!… Parlando con alcuni diplomati, non ho faticato a trovare chi, in cinque anni, non si è mai cimentato in compiti scritti. Ma quelli che beneficiano della correzione di un compito non sono più fortunati. Una buona fetta di loro non si vede valutata per quello che scrive e per come scrive, ma sulla base della propria vicinanza ideologica al professore, così come appare dai suoi elaborati. Ecco spiegata l’estrema soggettività dei voti e dei giudizi, spesso addirittura opposti, con cui molti allievi si vedono giudicati nella stessa disciplina, ma da insegnanti diversi. E questo perché, oggi, negli elaborati non si controlla quel che andrebbe controllato; e cioè la correttezza formale del compito e la sua logica interna. Si ficca il naso, invece, nelle convinzioni morali e politiche dello studente che, per evitare un voto negativo, è costretto a far violenza a se stesso, scrivendo quello che non condivide e non pensa. Fortunatamente una considerevole minoranza di insegnanti non è stata contaminata dal fall-out sessantottesco. Conosco anche gli allievi di alcuni di questi docenti: sono autonomi, preparati, pieni di interessi; soprattutto sanno scrivere bene. Non è possibile che i loro insegnanti, sempre loro e solo loro, abbiano la fortuna di capitare nelle classi dei normodotati e dei volenterosi! Quando si visitano i vari blog presenti in rete, non è difficile imbattersi in sedicenti insegnanti che, dei vari segni di interpunzione, al massimo conoscono la virgola. Da sola, assolve anche la funzione del punto fermo, dopo del quale, pochi mettono la maiuscola. Ciò premesso, non è difficile immaginare come scriveranno i loro allievi. Questi insegnanti sono comunque da capire! A loro volta, sono“figli” dei docenti descritti sopra, che, come tutti sanno, erano superimpegnati ad inseguire i fumi delle ideologie. E’ naturale, quindi, che in classe non trovassero il tempo per insegnare ai propri alunni che la punteggiatura ha funzione sociale perché, se non la si usa correttamente quando si scrive, è difficile comunicare agli altri il proprio pensiero, in modo chiaro ed immediato.
    A questo punto, risulta evidente che è inutile continuare a fare la toeletta al morto, riformando e controriformando di continuo l’esame di maturità. E’ una prova che va abolita perché inutile, costosa e superata. Il filosofo Gentile che l’ha “inventata”, non era così sprovveduto da non capire che uno scrutinio che tenga conto dell’intero percorso formativo dell’allievo, valuta più oggettivamente di un esame. Se si vanno a leggere le motivazioni che l’avevano indotto ad istituire gli esami di maturità e di abilitazione, si scoprirà che, con tale prova, intendeva sottoporre a controllo soprattutto l’operato degli insegnanti. Questi erano costretti a rendere conto ad una commissione esterna di aver svolto tutto il programma didattico, stabilito dall’alto fin nei dettagli, e comunque uniforme per tutto il territorio nazionale. Si trattava di un programma identificabile in nozioni fondamentali e in competenze ben precisate, quindi riconoscibili dai docenti e soprattutto dagli allievi. Questi affrontavano l’esame con apprensione, certo, ma non con lo stress che logora i loro colleghi di oggi, forniti di contenuti culturali frammentari, episodici e differenziati, anche in relazione alla libertà didattica e alla diversificazione dei percorsi formativi attuata in ogni istituto. Oggi l’esame di maturità si è ridotto ad un’inutile tortura che non verifica un bel nulla. Del resto, si tratta di un controllo che avrebbe un senso se la terza prova scritta fosse predisposta dal Ministero e non dagli insegnanti dei singoli istituti, che giudicano se stessi sugli spezzoni inconclusi e inconcludenti del programma ministeriale da essi svolto.
    La terza prova scritta dell’esame di maturità dovrebbe essere unica e uguale per ogni ordine di scuola e, per quanto riguarda la storia e la letteratura, dovrebbe prevedere quesiti relativi alla parte finale del programma ministeriale. In questo modo, gli studenti eviterebbero le frustrazioni a cui spesso vanno incontro, a causa delle gravi lacune accumulate lungo un percorso didattico frammentario ed episodico che, quasi mai, arriva a concludere il programma ministeriale. La terza prova scritta centralizzata finirebbe anche per assolvere la funzione di controllo oggettivo dell’operato degli insegnanti, proprio come voleva Gentile con i suoi esami di maturità.
    Senza un ripensamento sulla terza prova scritta, appare logico ascoltare il saggio consiglio del prof. Panebianco, che propone di sostituire gli esami di maturità con prove di competenza oggettive gestite dall’università stessa, per chi è intenzionato a frequentarla. In questo modo, i docenti delle superiori sarebbero impegnati a fornire ai loro allievi un minimo di nozioni e di competenze, universalmente riconosciute come necessarie, per proseguire gli studi. Non facendolo, saprebbero per tempo, che potrebbero incorrere nel disprezzo e nelle critiche dei colleghi dell’università, ma anche nelle ire degli studenti che, a causa loro, si vedrebbero costretti a modificare obiettivi e percorsi di vita. In fondo, l’esame di ammissione alla vecchia media del latino aveva lo stesso scopo; e cioè quello di indurre ad un maggior profitto gli allievi intenzionati a frequentarla, ma anche quello di impegnare il maestro di quinta elementare a fornire loro le nozioni e le competenze basilari, per affrontare i programmi di quel particolare tipo di scuola.

    • frz40 ha detto:

      Caro Giordano Pieretti,

      Vedo che questo commento è stato pubbblicato sa molti siti. Ne condivido molti aspetti. Due in particolare:
      – l’inutilità dell’esame di maturità
      – la buona fetta di insegnanti che valutata lo studente non per come scrive ma per quello che scrive , sulla base della propria vicinanza ideologica.

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