Una notte d’amore (a 95 anni)

luna m

Dal Corriere della Sera del 13 agosto 2009 (questo il link)

Forse un po’ triste, ma tenera, dolcissima e commovente. Da leggere !

Frz40

IL PADRE, LA BADANTE E QUELL’ABBRACCIO
Una notte d’amore (a 95 anni)

di Marcello Veneziani

Caro direttore,
che dire di un uomo di novantacinque anni trovato nella notte nel suo letto abbracciato a una ragazza di 30 anni, che lo assiste? Che non merita ironie e rimproveri, ma sguardi delicati e tenere carezze. Vi parlo di un uomo che sente e vede la sua vita sempre meno e non solo per l’udito sordo e la cecità incipiente.
Ma anche perché la sente allontanarsi giorno dopo giorno e compie a senso alterno i suoi esorcismi e le sue rese. E una notte, la temuta notte, lo trovano avvinghiato alla più giovane, alla più avvenente delle sue badanti. Lei che spiega con disagio e meraviglia: non so cosa gli ha preso stanotte, non l’aveva mai fatto; lui scoperto dalla figlia che finge sorpresa e mostra torpore o forse il contrario. Di solito la notte si lamenta, dà voce per avere voce, come una sentinella sull’orlo del nulla che vede ombre di tartari all’orizzonte; chiede più volte di orinare, sarà la prostata, sarà il terrore della solitudine notturna; si alza, sospira, chiama la figlia, poi la badante, infine chiama la morte. Vive la sua morte ogni giorno, la invoca e la teme, spavaldo per spavento. Vuol provare la sua presenza con la petulanza, vuol scacciare l’assenza, farsi vivo. Allestisce cerimonie notturne di egoismo per dimostrare che esiste, e vuol essere al centro del suo piccolo universo, mescolando teatro ad agonia. Ma quella era una notte tiepida d’agosto, c’era la luna piena, l’aria era calda e leggera e la sua dolcezza non escludeva nessuno, neanche i vecchi. E così le ha chiesto di entrare nel suo letto matrimoniale, di mettersi al suo fianco, e l’ha cinta in un abbraccio, ha cercato pure la sua bocca. Il giorno dopo diceva di non voler più avere come badante quella ragazza, come se fosse stato molestato lui o come se si vergognasse per l’accaduto e volesse cancellare la prova vivente del misfatto; o forse no, quella richiesta è un capriccio e una vendetta, s’aspettava qualcosa in più da lei, un bacio, una carezza, un soffio di complicità. Facile sorridere, facile deprecare. Si è bevuto il cervello, che figura. Io invece ti capisco, padre, ti capisco. Non oso spiegare con la demenza senile il suo fittizio disperato amplesso, quel sussulto di giovinezza misto a carenza antica di maternità. In quell’abbraccio c’era il ragazzo di una volta, c’era l’uomo, ma c’era anche il bambino. Si cumulavano in quel gesto tante età. C’erano i vent’anni dei suoi primi amori, c’erano i settant’anni dei suoi ultimi amplessi, c’erano gli abbracci infantili dei tre anni. E c’era la somma esatta di quelle età, che tutte le abbracciava, insieme alle loro pulsioni e al loro ricordo sfatto. Quel bisogno di sentirsi ancora un corpo e non una malattia, di sentire la vita e non solo la sua evanescenza. Una vita che sbiadisce e cerca occasioni estreme e furtive, come ladri nella notte. Forse c’è la rivalsa involontaria contro la gioventù; tu nipote esci quando io vado a letto, per una volta torni a notte fonda e mi trovi sveglio che abbraccio una donna, perché la vita riguarda pure me, non vegeto soltanto. Nella vita ho ancora permesso di soggiorno e so che il letto non serve solo per il sonno e l’infermità. Però fa male vedere la dignità di un uomo ridotta in vecchiaia a mendicare un bacio. Ti trattano come un ingombro, occasionali badanti ti danno del tu e ti riducono a pacco, bimbo demente, ti scansano i più giovani. Come finisce male una vita longeva, in quale imbuto. La sua sobrietà di preside del liceo, di studioso di filosofia, di educatore, finita nei gesti estremi del suo mangiare con la testa nel piatto, nel suo digerire senza riguardi, nel suo spogliarsi senza ritegno. Lo capisco quando se la prende col suo medico che col pace maker gli ha prolungato una vita che reputa ormai di troppo. Vorrei finire anch’io prima della notte; capisco le sue invocazioni di congedi, la vita sarà un valore ma se vissuta con dignità. Altrimenti è sopravvivenza animale che cancella in un’appendice vergognosa biografie operose e rispettabili. E pure l’ho immaginato quella notte nella sua vecchia camera da letto, con i morti tutti a vegliare sul comò, madri, padri, moglie e santi, con un lumino acceso moltiplicato per tre volte da altrettanti specchi ed un letto matrimoniale da tempo dimezzato, abitato da un ingombrante vuoto. L’ho immaginato lì, tra le sue lenzuola sfatte, i suoi orinali intorno, qualche feticcio estremo di vita, come la radio, la sveglia sul comodino e le caramelle all’orzo. Ed un Sacro Cuore che esplode sul suo letto, un Cristo che si sporge con la testa e con la mano benedicente, e si affaccia quasi sul suo letto a curiosare. L’ho immaginato lì, a far l’amore con la vita, a salutare il passato con l’ultimo sorso rimasto nel presente, a far capire alla badante che lui non è vecchio da sempre; ma fu ragazzo e anche bel ragazzo, amò e fu amato. Voleva lasciar traccia di sé e cercava trasfusioni estreme di vita da una ragazza florida. Trovo commovente quell’abbraccio di una persona che reclama dell’amore non il frutto ma almeno il torsolo. Tenera è la notte, tenerissima per un vecchio in cerca di resistere alla notte.

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4 risposte a Una notte d’amore (a 95 anni)

  1. marisamoles ha detto:

    Caro frz,

    sono appena tornata dopo due settimane trascorse con mio suocero e leggere questa lettera mi ha davvero commossa. Oltre al fatto che è scritta benissimo, trovo che sia sacrosanto quello che l’autore dice: è diffcile accettare il tempo che passa e ancor più arduo è pensare al tempo che fu con la consapevolezza che non ritornerà più e che le cose che sono state fatte sono ormai irripetibili.
    Osservando mio suocero -che ha “solo” 84 anni e non 95- ho capito che la cosa che lo rende più triste è la solitudine, una solitudine che non l’abbandona nemmeno quando solo non è, nemmeno quando siamo con lui e cerchiamo di farlo “vivere”. Penso che non riesca ad assaporare quell’attimo fugace di felicità perché, pur essendo in compagnia e sentendosi amato da un figlio e una nuora premurosi che si preoccupano per lui e si occupano di lui, la consapevolezza che poi noi ce ne torniamo a casa e lui rimarrà da solo, gli impedisce di apprezzare davvero l’attimo.
    Da due giorni il senso d’abbandono l’ha sopraffatto: per tutto il giorno non ha mangiato e non ha preso le medicine. Oggi, ferragosto, avrebbe dovuto passarlo con noi e la mia famiglia, ma ha voluto fermamente restare da solo. Ho pensato che avrebbe bisogno di una badante ma lui si ostina a non volerla e a lasciare che si prendano cura di lui tre signore diverse che fanno i turni e che a fine giornata se ne tornano ognuna a casa propria. Dopo aver letto la lettera che hai pubblicato, ho capito che forse avrebbe bisogno proprio di una badante trentenne per sentirsi vivo; ma poi, inesorabilmente, capirebbe che non potrebbe far altro che lasciarsi abbracciare, pur volendo molto di più. Comprendere ciò significa, però, capire che la vita attuale non è quella che lui vorrebbe e allora non resta che attendere la fine, che arriverà magari tra dieci anni o più, disprezzandosi fino ad abbandonarsi all’incuria, rifiutare di farsi la barba o di vestirsi, passando la giornata in pigiama a guardare fuori dalla finestra il pulsare della vita degli altri mentre si è sepolti vivi, soffrendo, forse, molto meno di quanto non soffriamo noi a vederlo così.

    A presto. Marisa

  2. frz40 ha detto:

    La vecchiaia, quella che, per intenderci, attende solo più la morte, è cosa terribile per tutti ma per i maschi è tragedia.

    Ne ha scritto Guido Ceronetti su La Stampa del 15 luglio scorso (questo è il link) nell’articolo “Quante bugie sui vecchi”

    Te ne trascrivo qualche passaggio:

    ” [..] la realtà senile che ha più parentela col Tragico è la maschile; non ci sono due condizioni uguali: le donne sono favorite dalla diversità sessuale e mentale. La donna vecchia ha ancora forze sufficienti per consolare la vecchiaia dell’uomo vecchio. ”

    “Non sono paragonabili le due solitudini. Chi ha avuto e perso una compagna amata è infelice allo stato puro. Portagli pure a casa la zuppa calda: potrebbe venire dallo Chef Premio Nobel più ispirato, non ne scalfirebbe l’infelicità neppure per un minuto. Fin che può la vecchia signora allontana la pena occupandosi della casa e di attività sociali; il vecchio gentleman mangia pane di ghiaccio solido. Se è colto, gli restano i libri; certamente non la televisione (vedi il romanzo breve di Simenon, Il Presidente, perfetta radiografia di una vecchiaia molto ricca e molto bene assistita). Osservate nelle case di riposo le facce degli uomini e quelle delle donne, quando non siano spente dalla malattia mentale: nelle donne sopravvive sempre qualcosa di ilare, di facilmente appagabile, un’onesta rassegnazione che per pudore non si manifesta; l’uomo nel suo avvilimento è senza misura, nei suoi tratti si esprime uno stato di desolazione indeterminato, senza confini. In genere socializzano poco, sono dei manichini, dei tubi digerenti orbi di digestione. L’uomo vecchio sente sempre che il suo incontro con l’esserci è stato un fallimento, che è mancato all’appuntamento con quel che è più alto. E rimane muto, davanti a tanta sciagura, mentre gli altri chiacchierano e chiacchierano, impotenti a capire.”

    “L’essenza del Tragico maschile è la privazione di appagamento. Con molta cautela Sofocle ne fa intravedere un modo al termine dell’Edipo a Colono, Victor Hugo lo vede nella morte del Giusto che è Jean Valjean. Nelle tremende solitudini sovraffollate di vecchiaie in eccesso delle nostre giungle metropolitane, però, restano all’esterno le redenzioni trasmesse dalle nostre carte esemplari.”

    “Anche la maialità senile è enigma e dramma maschile. Ricordo un filosofo di cui ammiravo la dottrina: seppi che, da pensionato, restò fino alla morte tuffato nell’Osceno. Alle donne niente di simile potrà mai accadere. Ma la maialità dei vecchi che perdono il controllo (così si dice) non ha spiegazioni facili. Il vecchio perde il ritegno più per disperazione che per vizio, in specie dopo una vita irreprensibile, non può far conto di corteggiamenti, sbatte nell’impotenza.”

    Terribile !!! E te lo confesso, io ne ho paura.

  3. elisabetta ha detto:

    Caro frz,
    Il caso del 95enne intenerisce e intristisce insieme….
    La vita e il tempo purtroppo non sono in simbiosi: il tempo si porta via la vita che c’è nella vita senza tener conto dei sentimenti, della dignità, dei desideri ancora non dimenticati.
    Si, è vero quello che dici: l’uomo è maggiormente penalizzato per questa sensazione di perdita di mascolinità e per la nostalgia degli anni di giovinezza, quando poteva corteggiare e amare una donna col diritto e il permesso di farlo, senza critiche e malcelati risolini.
    Vorrei però spezzare una freccia anche in favore delle donne: noi donne questa discriminazione, queste critiche, questi risolini nascosti, li abbiamo già dopo i 50 anni….
    Le prime rughe, l’appesantimento fisico, l’afflosciamento di quelle che sono le parti più femminili del nostro corpo, il confronto con la meravigliosa gioventù che, oggi più di un tempo, esibisce corpi sempre più perfetti (anche se talvolta con l’aiuto della chirurgia estetica), ci penalizzano e anche se con tutta la buona volontà cerchiamo di metterci non dico alla pari ma almeno in sintonia con la moda e i tempi, quei risolini nascosti a volte li notiamo sul quei volti senza rughe e ci fanno sentire “matuse”, quindi penalizzate e senza il permesso di poterci vestire come ci piace (e non parlo degli abbigliamenti indecenti che anch’io criticherei, ma un po’ più giovanili) .
    Quindi, cari maschietti, non sentitevi poi così penalizzati, dopotutto per voi, i 50-60 e anche 70 anni sono ancora ritenuti validi per avere al fianco donne anche molto più giovani e a volte riuscite anche a mettere da parte quella moglie che ha condiviso con voi tutta una vita e che probabilmente poi, più avanti andrete a ricercare perché vi faccia da badante.
    Ma, tornando al caso del 95enne, ribadisco che anch’io mi sono commossa e immedesimata nei sentimenti che una persona prova quando la sua mente è ancora attiva, quando i suoi ricordi sono ancora vivi, quando i suoi desideri non sono ancora assopiti: purtroppo questo è il prezzo della longevità, quella longevità che la scienza ha tanto studiato, cercato, trovato, ma che non ha saputo rendere più completa…nessuno e niente è perfetto!!!!!
    Forse non sarai completamente d’accordo con me, per certi versi anche una parte di me non lo è completamente, ma questo è il meccanismo dei nostri pensieri: a volte bianco a volte nero, a volte coerente e a volte no, a volte realista e a volte fantasioso…..vedi? anche noi non siamo sempre in sintonia con quello che esprimiamo, oggi posso pensarla diversamente di ieri e domani non essere d’accordo con quello che affermo oggi… dopotutto chi è sempre certo delle proprie convinzioni??? Il dubbio è sempre dietro l’angolo…. Ma per oggi per me è così….. J
    …. Parola di eli……

    • frz40 ha detto:

      Cara Eli

      Capisco quel che dici. Lo sfiorire della bellezza per una donna è certamente più triste che per un uomo.

      Ma le donne hanno mille risorse e sempre mille interessi.

      All’uomo, spesso restano solo più le caramelle all’orzo sul comodino.

      Purtroppo.

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