E chi è mai stato questo Cavour?


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Non sono dotato di una grande penna, lo ammetto, ed è per questo che spesso lascio ad altri ben più bravi di me, il compito di portare ai miei lettori il mio pensiero su certi temi.

Questo è uno di quelli.

Parlo della ricorrenza che nell’anno prossimo riguarderà Cavour.

Da quel che leggo tutti se ne sono dimenticati e l’iniziativa di ricordarlo toccherebbe ora ai licei che portano il suo nome.

Ecco cosa scrive Massimo Gramellini su La stampa (questo è il link) nel pezzo “Il Conte che non torna”:

Va bene che il Risorgimento è ridotto a una sputacchiera e manca poco che i padri della Patria vengano incriminati per attività terroristiche, avendo osato unire un Paese che nei suoi sbriciolamenti da curva e da cortile continua a sguazzarci benissimo. Ma la rimozione di Cavour è un gesto allucinante: come se gli Usa si dimenticassero di George Washington. Dell’unico statista di livello mondiale che l’Italia abbia mai avuto ricorrerà a breve (10 agosto 2010) il bicentenario della nascita. Ebbene, nessuno – né al ministero dei Beni culturali né altrove – lo ha ritenuto un evento degno di commemorazione. Queste ricorrenze sono pure convenzioni, si sa. Ma servono da pretesto per allenare la memoria dei contemporanei e renderli un po’ meno simili a delle zucche vuote e manipolabili a piacere. Uno impara a conoscere il liberalismo di Cavour e magari fa dei confronti, assumendo un vaccino di intelligenza che lo renderà immune dal virus populista d’oggidì.

Invece niente. Fra i 114 comitati nazionali che il ministero ha istituito negli ultimi anni, come denuncia su Libero lo storico Francesco Perfetti, ha trovato spazio (e soldi) la Beata Angela da Foligno, evviva, ma non il fondatore dello Stato italiano. Siamo appesi alla buona volontà del liceo Cavour di Torino, che in primavera organizzerà un convegno.

E questo è l’articolo di Francesco Perfetti ( questo è il link). Lo riporta Giorgio Dell’Arti per Altrimondi. Si intitola: “Un fastidio chiamato Cavour“. Leggetelo per intero, ne val la pena. Io mi limito a riportare qualche passo:

Nel primo decennio del nuovo secolo, tra il 2001 e quest’ultimo scorcio del 2009, il ministero dei Beni culturali ha costituto ben 114 comitati nazionali per celebrazioni o ricorrenze varie. C’è, naturalmente, di tutto, da quelli creati per ricordare il bimillenario di Vespasiano o il settimo centenario della Beata Angela da Foligno fino a quelli destinati a commemorare i centenari della nascita di Leo Valiani, di Giulio Carlo Argan, di Franco Gentilini e via dicendo. Com’è naturale questi comitati – o, per meglio dire, le iniziative delle quali essi sono portatori – costano. E, spesso, abbastanza. Qualche milione di euro, più o meno. Il che, in tempi di vacche magre per il bilancio nazionale, non è davvero poco. Tuttavia, non è detto – malgrado quanto si potrebbe pensare guardando all’eco che tali iniziative hanno avuto presso la pubblica opinione – che si tratti di soldi buttati nel cestino. Ogni manifestazione che in qualche modo possa contribuire a rinsaldare i vincoli identitari del nostro Paese attraverso la memoria storica è benvenuta.

Quel che colpisce, nell’elenco dei comitati nazionali presenti nel sito del Mibac, non è tanto la varietà delle presenze quanto piuttosto una assenza: quella di Camillo Benso conte di Cavour. Il prossimo anno, infatti, il 10 agosto, ricorrerà il bicentenario della sua nascita. E, a quanto sembra, non si ha notizia di celebrazioni ufficiali programmate.

Il vero artefice del Risorgimento – l’uomo che, con il suo realismo liberale e con il suo spessore di statista, seppe dare uno sbocco concreto all’apostolato etico-politico di Mazzini e al romanticismo barricadiero di Garibaldi – fu appunto Cavour.

Egli riuscì a superare le illusioni di chi pensava che l’Italia che si sarebbe potuta fare da sola per via rivoluzionaria e, con grande abilità diplomatica, trasformò la “questione italiana” in una “questione europea” da affrontare e risolvere, indipendentemente dalla partecipazione consapevole delle masse, con il ricorso alla diplomazia, con la stipula delle alleanze, con la partecipazione a guerre internazionali.

Il Risorgimento senza Cavour non esiste. Per questo non è neppure concepibile che non vi siano, per lui, celebrazioni ufficiali..

Concludo io: siamo in un momento in cui l’Italia è divisa, conflittuale, arrabbiata, ad un passo dallo sfascio e dall’implosione. Se questo è quel che vogliamo dimentichiamo pure quel che ha fatto Cavour, altrimenti cerchiamo ancora una volta di unirci sotto una bandiera comune. La sua e la nostra bandiera.

Nota IMPORTANTE

Ho dato ospitalità nei commenti di questo post ad alcune esternazioni di nostalgici borbonici (ancora!!!, dopo 150 anni) per far capire a tutti quanto distorte possano essere le interpretazioni della storia per proprie motivazioni o tornaconti.

Segnalo ora questa iniziativa de La Stampa che credo possa far giustizia di certe affermazioni dalle quali assolutamente mi dissocio.

L’iniziativa prevede una serie di articoli di Giorgio Dell’Arti, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, già autore di una celebre biografia del grande statista piemontese («Vita di Cavour», Mondadori), che narrano la vita del geniale e visionario primo ministro di Casa Savoia. Un racconto, ricco di aneddoti ed episodi sconosciuti, che prende forma in un’intervista immaginaria e permetterà di conoscere gli aspetti più curiosi e meno noti della vita di un uomo politico molto citato, ma pochissimo conosciuto.”

Qui trovate l’elenco degli articoli pubblicati

Credo che molti avranno qualcosa da imparare.

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27 risposte a E chi è mai stato questo Cavour?

  1. Vincenzo ha detto:

    Se Cavour è stato il più grande artefice dell’unità d’Italia, in questi momenti di decadenza morale della politica vorrei ricordare Giuseppe Mazzini, il più grande riferimento morale che, insieme al Cavour è da annoverarsi tra i Padri della Patria.
    Ricordo che leggendo “I doveri dell’uomo” mi capitò di commuovermi alle lacrime scoprendo l’idealismo e la profondità di pensiero contenuta in quelle pagine.
    Personaggi come Gandhi, Golda Meir, Ben Gurion considerarono quello scritto la loro “bibbia” morale, etica, politica e Mazzini “loro Maestro”!

    • frz40 ha detto:

      Giusto, ma Mazzini le sue celbrazioni ufficiali le ha avute, mentre Cavour rischia di finire nel dimenticatoio.

      Tra l’atro ti dirò: fin dai tempi delle medie per me Cavour è stato il #1. Sarà che o sempre amato di più gli uomini d’azione che quelli di pennsiero.

  2. Vincenzo ha detto:

    Fino a che la competizione sulle preferenze avviene tra i “Padri della Patria” mi inchino davanti agli altrui sacrosanti gusti.
    Ti confesso che prima di innammorarmi ,per così dire, di Mazzini, lo ero, senza riserva alcuna, per Garibaldi.
    Leggendo la vita di questo terzo “Padre della Patria”, sia in termini di coraggio che di rettitudine, generosità e sobrietà, c’è molto da imparare: non era quello che certa semplicistica letteratura (e sospetto anche il perchè) vuole fare passare come avventuriero e “pistolero”!

  3. Ubaldo Sterlicchio ha detto:

    Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica: mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea, al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi, solamente per poter sedere al tavolo della pace e “guadagnarsi” l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra. Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese… con un prestito di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte rimborsato dal Regno d’Italia, che lo estinguerà solo nel 1902. In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera, che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora, fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra, furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell’intero contingente di spedizione.
    Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso: il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra di “liberazione nazionale” contro l’Austria, al momento sua alleata, combatteva per difendere le ragioni dell’impero ottomano, per secoli nemico storico della cristianità e “conculcatore dell’indipendenza e della libertà” degli stati della penisola balcanica.
    Camillo, all’età di nove anni, fu rinchiuso all’Accademia Militare, all’epoca considerata il rifugio dei somari.
    La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie, meno che… in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio, perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita, parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre, in privato continuò a parlare e scrivere in francese. Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava con voce stridula e cercando le parole.
    Secondogenito e, quindi, non erede del patrimonio paterno, in pochi anni riuscì, con attività senza scrupoli, a diventare milionario (di quei tempi); analogamente si comportò in politica, fino ad essere nominato capo del governo. Speculava in Borsa, anche se, almeno una volta, le cose gli andarono male. Infatti, nell’agosto 1840, fiutando una guerra tra la Francia e l’Inghilterra nel Medioriente, giocò al ribasso; ma la guerra non scoppiò, i titoli rialzarono e fu il disastro. “Ciò che avevo guadagnato in tre anni, – scrisse – l’ho perso in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli, o farsi saltare le cervella”. Sfortunatamente per noi, non se le fece saltare: i debiti li pagò il padre. Purtroppo, invece, ebbe molta fortuna quando giocava d’azzardo in politica: quante somiglianze fra la sua e la “carriera” del piccolo Piemonte!
    I Cavour erano considerati abilissimi “nel far quattrini”: quando in Piemonte fu istituita una tariffa doganale con dazi elevatissimi per l’importazione del fosforo, questo provvedimento sembrò, contemporaneamente, ingiustificato ed inspiegabile. In seguito, si seppe che il conte era cointeressato in un’azienda (che, nel giro di qualche anno andò in liquidazione) di prodotti chimici e farmaceutici che produceva quella sostanza. E durante una carestia, quando il costo del pane era salito alle stelle, una folla inferocita assaltò il palazzo della famiglia Cavour, che rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno, incettatori di farina e di grano; polizia e soldati riportarono l’ordine, spedendo alcuni manifestanti in ospedale ed altri in prigione.
    Nel 1848, i Gesuiti erano stati espulsi dal Piemonte; nel 1849, Cavour fu eletto al Parlamento piemontese (la prima volta che si era presentato alle elezioni, a Torino, era stato “trombato” prendendo solo 11 voti!). Nel 1850, in Piemonte, fu approvata la legge Siccardi, che privava il clero dei suoi privilegi e delle sue immunità, aboliva alcune festività religiose e toglieva ai preti e agli Ordini religiosi la facoltà di acquisire proprietà senza autorizzazione. In agosto, un padre servita negò gli ultimi sacramenti al ministro dell’Agricoltura e Commercio, Pietro Derossi di Santarosa, a causa della sua adesione alla legge Siccardi. Per rappresaglia, l’Arcivescovo fu condannato all’esilio perpetuo. Cavour prese tranquillamente il portafoglio divenuto vacante per la morte dell’amico: il governo d’Azeglio perseverò nella sua azione contro la Chiesa.
    Nel novembre 1852, Cavour (che apparteneva al Centro-Destra) fu incaricato di formare un nuovo governo e si alleò con Urbano Rattazzi, capo del Centro-Sinistra, per sviluppare il suo programma di opposizione alla Santa Sede, con l’assenso del re Vittorio Emanuele II. Il 10 marzo 1845, i beni del seminario vescovile furono confiscati.
    Nel gennaio 1855, Rattazzi, come ministro dell’Interno, presentò alla Camera dei deputati (adducendo ragioni finanziarie) una legge per la soppressione di tutti i conventi e monasteri negli Stati piemontesi e per il sequestro delle loro proprietà: una legge chiaramente “anticostituzionale”, atteso che l’allora vigente “Statuto Albertino” garantiva l’inviolabilità della proprietà privata. Nonostante che i Vescovi avessero offerto, nell’aprile successivo, una somma equivalente a 900 mila franchi, la legge fu imposta al Parlamento e divenne esecutiva il 25 maggio 1855. Dopo quelli operati dai Francesi, fu il primo colossale furto di beni della collettività, svenduti ai privati o mal amministrati e dilapidati dallo Stato: un furto in danno dei poveri, assistiti dalla Chiesa.
    La celeberrima: “Libera Chiesa in libero Stato” fu una truffa. Questa formuletta (che non era la sua, ma era stata concepita da Charles Forbes de Tryon, conte di Montalembert, con finalità diametralmente opposte, cioè, per sottrarre la Chiesa alle influenze governative) è stata sempre presentata come la dimostrazione del “genio” e della grandezza di Cavour. Ma è così? A parte che nessuno sapeva cosa volesse significare, veniva intesa da ognuno a modo suo. Secondo la concezione di Cavour, la Chiesa semplicemente non contava e non doveva contare niente nella sfera sociale. La Chiesa come istituzione, come “corpo di Cristo”, come “popolo di Dio”, veniva cancellata.
    Con questa espressione, si intendeva semplicemente che la Chiesa doveva essere annullata, inglobata nello Stato: se i sacerdoti ed i vescovi ostacolavano la sua politica, venivano perseguitati senza pietà.
    Nel corso del 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie, 71 vescovi su 89 finirono in prigione od in esilio (alcuni vi restarono per molti anni). Nel 1850, come già detto, lo stesso Arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Franzoni, per essersi opposto alla legge Siccardi, era stato prima rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle e poi mandato in esilio a Lione, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1862.
    In nome della libertà e della costituzione, i governi “liberali” decisero la soppressione di tutti gli Ordini religiosi della Chiesa cattolica (sebbene l’articolo 1 dello Statuto Albertino dichiarasse il cattolicesimo religione di stato) e l’incameramento di tutti i loro beni. Ben 57.492 persone vennero messe sul lastrico, cacciate dalle proprie case, private del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, degli archivi, della stessa vita che avevano scelto.
    Ergo, il risorgimento di Cavour è stato anche una guerra di religione, una guerra contro la religione, una guerra subdolamente condotta dai liberal-massoni contro la Chiesa cattolica e contro lo stesso popolo italiano; è stato sì un “risorgimento”, ma del paganesimo e della barbarie, realizzato attraverso corruzione, tradimenti, violenze, devastazioni, massacri, profanazioni, saccheggi, ruberie, intrallazzi e nefandezze d’ogni sorta.
    Cavour avrebbe almeno – dicono i suoi ammiratori – assicurato ai popoli italiani un regime di libera rappresentanza: un’altra menzogna! Nel Regno di Sardegna avevano diritto al voto 90.839 persone (appena il 2%), su di una popolazione di 4.325.666 abitanti. Quando il maresciallo Vittorio Della Torre gli fece notare che la legge per l’espropriazione dei beni della Chiesa era “impopolare”, Cavour rispose che, se gran parte della popolazione era avversa a questa legge, non gliene importava niente: “Io, in verità, non mi sarei mai aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate”.
    Per questo grande liberalone “padre della patria”, le masse popolari, in realtà, non contavano… nulla! Tanto è vero che, nello Stato di Cavour, il 98 per cento della popolazione era escluso dalla vita politica.
    Questo “padre della patria” per preparare l’alleanza con la Francia, ricorse ad ogni mezzo: usò perfino sua nipote, la contessa Virginia di Castiglione (la quale, a giusta ragione, per i servigi resi in alcova, potrebbe essere qualificata come “madre della patria”), per far invaghire l’imperatore Napoleone III e convincerlo ad appoggiare la politica espansionistica del Piemonte! E convinse lo stesso re Vittorio Emanuele II a sacrificare sua figlia Maria Clotilde, dandola in sposa al nipote di Napoleone III, il depravato principe Girolamo Napoleone.
    Nel 1857 ci fu la “spedizione di Sapri”, organizzata da Carlo Pisacane e Carlo Nicotera (i quali si prefiggevano di promuovere un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie, simultaneamente ad un’insurrezione mazziniana a Genova: di qui l’ostilità di Cavour al progetto ed ai suoi autori). In quell’occasione, Cavour scrisse: “I fatti di Ponza e di Sapri hanno costituito un delitto di ribellione e di latrocinio, punibile colle leggi penali ordinarie”. Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto condannare allo stesso modo anche la spedizione di Garibaldi del 1860.
    Contrariamente a quello che si pensa, Cavour rovinò l’economia del Piemonte con il libero scambio, adottato per compiacere gli alleati inglesi e francesi e che, scrive Cesare Cantù, “sacrificò all’Inghilterra tutte le manifatture italiane, e punì i più animosi imprenditori. Destro negli affari di Borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l’accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l’equilibrio fra l’agricoltura e le industrie”.
    Come disse Ottavio Thaon, conte di Revel, il suo trattato commerciale con l’Inghilterra, “più politico che commerciale”, aveva messo il Piemonte sotto la tutela mercantile inglese; il suo trattato con la Francia fu ugualmente rovinoso per l’agricoltura piemontese.
    Commissionò a Garibaldi la criminale aggressione al Sud, detta “spedizione dei Mille”, fornendogli i due battelli Lombardo e Piemonte, i finanziamenti necessari (nel bilancio del Regno d’Italia, presentato nel 1864 da Quintino Sella al suo successore Marco Minghetti, figuravano 7.905.607 lire, pari a circa 31 milioni di euro, attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi”) ed i rifornimenti (a Talamone). Nell’ottobre, con il pretesto di difenderli, invase i territori dello Stato della Chiesa e strappò le Marche e l’Umbria al Papa; subito dopo, invase il Sud senza dichiarazione di guerra, per… difenderlo dall’anarchia e dalla rivoluzione, che proprio lui, con la complicità sfacciata dell’Inghilterra, aveva organizzato, favorito e finanziato!!!
    Il conte, il 25 aprile 1860, pochi giorni prima della partenza delle camicie rosse, ebbe addirittura la sfacciataggine di chiedere al proprio ambasciatore a Napoli l’invio sollecito di “10 o 12 esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli”, di una copia della carta del Regno di Napoli dello Zanoni o, in mancanza di questa, di altre “rinomatissime carte del Regno delle Due Sicilie”. L’ambasciatore Villamarina provvide immediatamente, inoltrandole a Genova tramite il piroscafo… Lombardo della (…manco a dirlo!) Società Rubattino! L’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, nel suo Diario racconta gli sforzi economici profusi da Cavour per “comprare” gli ufficiali della marina borbonica; in una lettera assicura al conte: “Possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della regia marina napoletana” ed, in un’altra, egli scrive: “Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno”.
    Fu un feroce nemico del Sud ed, insieme a Vittorio Emanuele II, definì “canaglia” i soldati napoletani prigionieri di guerra; proprio loro che, canagliescamente, avevano favorito e completato l’invasione del Regno delle Due Sicilie, mentre si proclamavano amici dell’ingenuo Re di Napoli, Francesco II.
    Si favoleggia circa la “umanità” di Cavour, ma in una lettera del 25 ottobre 1860, indirizzata a Persano, chiedeva di “inviare i prigionieri napoletani a Genova” (in condizioni igieniche vergognose), da dove avrebbero proseguito per i “campi di concentramento” in Lombardia, Piemonte, Val d’Aosta.
    Grande dovette essere la meraviglia di questo losco figuro, quando venne a sapere dal generale La Marmora, incaricato di un’ispezione nei campi di prigionia, che quel “branco di carogne” rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde e ”non voleva prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II”.
    Migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati semplici furono imprigionate, con infiniti patimenti ed un alto numero di morti per malattie, per fame, per freddo, che solo Iddio conosce!
    Coloro che riuscirono a sopravvivere, odiati come ex nemici in armi, derisi come soldati di Franceschiello, disprezzati come cafoni meridionali, rientrati nei loro paesi d’origine, molto spesso, andarono ad ingrossare le file della rivolta contadina (dai piemontesi chiamata “brigantaggio”).
    Nell’ottobre 1860, Cavour aveva fatto organizzare la farsa dei plebisciti (in cui vi furono solamente intimidazioni, violenze e brogli elettorali), che sancirono l’annessione del Regno di Napoli al Piemonte.
    Alcuni anni fa fu rinvenuto il manoscritto-confessioni di una “spia” (agente segreto) che aveva operato per conto del governo piemontese, Filippo Curletti. Da quelle pagine ingiallite dal tempo emergeva, in tutto il suo tragico squallore, l’incredibile perversione del conte di Cavour; una schiavitù psicologica, una malefica schizofrenia che condizionò fortemente la vita politica dello statista piemontese. Egli, infatti, non esitò a tramare con diabolica e, spesso, gratuita ferocia contro le istituzioni degli altri Stati sovrani della penisola e contro la stessa gente del popolo.
    Quelle confessioni, scritte sul letto di morte da uno dei principali testimoni di quelle nefandezze, sono servite a diradare quel misticismo storico menzognero, che ha fatto del Cavour un simbolo sacro ed intoccabile di una nazione nata male e sviluppata peggio, dove una parte di essa, il Sud, dopo quasi un secolo e mezzo, ancora langue in una condizione di sottosviluppo economico e di abbandono politico e sociale.
    Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente dei numerosi segreti e complotti, che erano stati alla base degli avvenimenti sfociati, poi, nell’unificazione della penisola italiana e nella vittoria definitiva dei liberali contro il legittimismo e l’assolutismo. Tali segreti lasciano emergere finalmente come il risorgimento, ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto dalla gente e realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome della libertà, fu invece in realtà un’azione lungamente programmata e pianificata da alcune élites borghesi che, machiavellicamente, non esitarono ad adottare stratagemmi tutt’altro che onesti o eticamente ortodossi, per giungere allo scopo.
    Leggere i carteggi riguardanti i cosiddetti “padri della patria” lascia sgomenti, in quanto il loro contenuto è rivelatore di una vicendevole ostilità che contraddice drammaticamente l’idea scolastica di una reciproca stima ed affezione.
    Come siamo lontani, anni luce, da quella oleografia risorgimentale, così bene presentataci e fattaci studiare sui libri di scuola! E, purtroppo, vuoi per disinformazione, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per malafede, vuoi per disinteresse verso tali argomenti, ancora oggi, sono moltissimi gli Italiani ad essere convinti che gli avvenimenti storici in questione si siano svolti proprio come è stato loro “dato a bere” e che i protagonisti degli stessi siano stati dei “grandi uomini”, piuttosto che individui loschi, spregevoli, disonesti e mascalzoni.
    Il 17 marzo 1861, grazie agli intrighi di Cavour, alle sue invasioni banditesche, ai suoi bugiardi dispacci ed ai suoi plebisciti-truffa, veniva proclamato il Regno d’Italia. Cavour, in Parlamento, sentenziò che bisognava “imporre l’unità alla parte più corrotta (sic!). Sui mezzi non vi è dubbiezza: la forza morale e, se questa non bastasse, quella fisica”. Della forza morale non fu possibile scorgere alcuna traccia. La forza fisica, invece, fu assicurata da una siepe di baionette che risultarono assai affilate.
    Giacinto de’ Sivo commentò: “Cominciava l’arte del boia”.
    Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!

  4. Ubaldo Sterlicchio ha detto:

    Spett.le Direzione,
    nell’accogliere il Vostro esplicito invito a parlare di Garibaldi e di Mazzini, reputo doverosa una premessa.
    Innanzitutto, gli eventi che si svolsero nel Mezzogiorno d’Italia negli anni 1860-61 devono meglio definirsi: «Invasione del Regno delle Due Sicilie» ed il “risorgimento” italiano, sotto tale aspetto, fu un grandissimo crimine. Esso fu tale per le finalità che si prefiggeva (asservire i popoli d’Italia alla politica accentratrice del Piemonte), per le modalità con cui fu realizzato (guerre d’aggressione, bombardamenti spietati, crudeli massacri, leggi speciali, tribunali militari, fucilazioni senza processo, saccheggi e ruberie, plebisciti truffaldini) e per i loschi individui che ne furono gli artefici (falsamente presentatici come grandi uomini, personaggi eroici, senza macchia e senza paura).
    Pertanto, non c’è proprio niente da festeggiare in occasione del 150esimo anniversario della brutale annessione “manu militari” dei territori della penisola italiana al misero e fallimentare Piemonte dell’epoca. Si trattò di una unificazione malfatta che divise ancor più l’Italia.
    Quello che Voi chiamate “risorgimento” è un qualcosa che, a noi meridionali, non appartiene, perché a “risorgere” fu solo il Piemonte dell’epoca, i cui governanti, rubando in casa d’altri, ne evitarono la bancarotta.
    In particolare, il divario Nord-Sud iniziò proprio nel 1860, anno dell’invasione del Mezzogiorno d’Italia ed aumentò, anno dopo anno, fino al dramma attuale. Prima di allora, non vi erano grandi differenze nel reddito pro-capite e nel PIL, anzi, la situazione economica del Regno meridionale era assolutamente favorevole al decollo verso grandi prospettive. Vi ricordo che il Regno delle Due Sicilie, già dal 1856, era la terza potenza industriale d’Europa.
    La rovina del ricco, prospero e pacifico Reame cominciò in quel maledetto anno 1860, allorquando, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi compagni di merenda, il nostro antico Stato perse la propria indipendenza, fu saccheggiato, devastato e ridotto al rango di semplice “colonia” tosco-padana! Il suo Popolo fu massacrato ad opera dei “fratelli d’Italia” (lasciando sul campo 1 milione di morti, ammazzati in battaglie campali, con la repressione dell’insorgenza popolare – bollata dispregiativamente con il termine di “brigantaggio” – con le indiscriminate fucilazioni in massa, nonché nei campi di sterminio), ridotto alla fame e, quindi, costretto ad emigrare (non meno di 26 milioni di meridionali, dal momento della conquista piemontese ad oggi, hanno dovuto abbandonare la propria patria).
    Fu allora che nacque la c.d. “Questione Meridionale”.
    Per noi meridionali, quindi, festeggiare il risorgimento e celebrare i suoi artefici (Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II & compari di merende), è come se gli Ebrei festeggiassero l’Olocausto, osannando Hitler ed i criminali nazisti che li hanno sterminati!
    Questo risorgimento (non nostro!), per noi meridionali, è stato solamente portatore di lutti e di miserie.
    Non è cosa onesta, quindi, dimenticare, ma occorre far conoscere a tutti gli italiani la Verità – anche se scomoda – per togliere la cappa di menzogna che grava ancora sugli eventi che portarono alla conquista del Sud. E la Verità deve essere conosciuta appieno soprattutto dai giovani, smettendola di raccontare loro la solita favoletta risorgimentale, secondo la quale il Sud era “arretrato” e che Garibaldi & company sono venuti a “liberarci” dalla tirannide borbonica. Ingannare i nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando eravamo studenti!) con queste colossali fandonie è altamente diseducativo.
    Parliamo ora di Garibaldi.
    Giuseppe Garibaldi tutto era, tranne che un eroe. Era innanzitutto un avventuriero e mercenario, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria; in Sud America non combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi non britanniche e le depredava; i suoi marinai si abbandonavano a razzie, stupri e violenze d’ogni sorta. L’indignazione dei popoli dell’America del Sud, viva ancora al giorno d’oggi, è racchiusa in un emblematico articolo apparso su Il Pais (un quotidiano argentino che, giornalmente, vende 300.000 copie circa), alla pagina 6 del numero pubblicato il 27 luglio 1995, in occasione della visita in Argentina del Presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro: «Il presidente d’Italia è stato nostro illustre visitante… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dottor Scalfaro che il suo compatriota (Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il contrario».
    E’ stato anche un mercante di schiavi cinesi dall’estremo oriente in Cile: il suo armatore Pietro Denegri diceva che glieli potava «tutti grassi e in buona salute».
    Commissionò l’assassinio di Manuel Duarte de Aguiar, suo rivale in amore, perché legittimo marito di Anita; con qualche rimorso postumo, il “generalissimo” nelle sue memorie sentenziò al riguardo: «Se vi fu colpa, io l’ebbi intiera, e… vi fu colpa!».
    La spedizione dei mille e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie fu, a pieno titolo, un gravissimo atto di pirateria internazionale, in quanto perpetrato nel totale dispregio di ogni più elementare norma di Diritto Internazionale, prima fra tutte, quella che garantisce l’autodeterminazione dei popoli. Fece saccheggiare tutto quanto trovava sulla sua strada: banche, musei, regge, chiese, arsenali ed anche casse private di molti cittadini, appropriandosi e distribuendo ai suoi amici ricchezze d’ogni genere. Ce lo testimonia, addirittura, lo stesso Vittorio Emanuele II, il quale, dopo l’incontro di Teano, così scrisse al Cavour: «…come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
    Lo sbarco a Marsala del 1860 fu, quindi, l’inizio di quella disastrosa campagna che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie: le popolazioni del Sud furono aggredite da una banda irregolare, guidata da un capo irregolare, di nazionalità estranea al regno stesso e che nessuno aveva chiamato, all’infuori di alcuni oppositori al regime legalmente e legittimamente vigente, ideologicamente impegnati e per tale qualità entrati e usati in un gioco politico internazionale non favorevole alle Due Sicilie.
    La tanto celebrata vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi, il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi. Costui, infatti, non mandò i necessari rinforzi alle poche compagnie di soldati napoletani che si erano battuti coraggiosamente e che avevano addirittura sottratto ai garibaldini la loro bandiera: tale cimelio è tuttora in possesso dei discendenti dei Borbone di Napoli. L’invio di un solo battaglione di riserva avrebbe consentito di massacrare tutte le camicie rosse, Garibaldi compreso. Questo non trascurabile particolare spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!», in quanto il c.d. eroe dei due mondi era ben sicuro di… non morire! Ed a proposito del Landi, lo storico Giacinto de’ Sivo così scrisse: «Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finire vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo 61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; Landi, per dolore tocco d’apoplessia, lo stesso giorno morì».
    Garibaldi fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi. L’eccidio di Bronte è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno; consultatelo!
    L’arrivo di Garibaldi nel Sud d’Italia costituisce, inoltre, il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della Camorra: le organizzazioni criminali meridionali – grazie a lui che, nel 1860, si avvalse della loro “preziosa” collaborazione – entrarono a pieno titolo nella vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie (vivevano ai margini della società civile ed erano efficacemente combattute dai Borbone), diventarono imprenditoriali e politiche.
    In merito, poi, ai famigerati “mille”, Francesco Guglianetti, segretario generale agli interni del governo sabaudo scrisse di aver saputo «da persona autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti di mille lire» e Garibaldi stesso, il giorno 5 dicembre 1861, in pieno Parlamento a Torino, definì gli stessi “mille”: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».
    Il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti». Questa testimonianza è preziosa e significativa, anche alla luce del fatto che lo stesso Garibaldi era un massone: la sua carriera di “frammassone” iniziò nel 1844, a Montevideo, laddove ne ricevette l’iniziazione e culminò nel 1862, a Torino, con il raggiungimento del 33° grado (il più elevato!).
    In conclusione, Garibaldi è stato uno dei più acerrimi nemici del Sud e del suo popolo ed i meridionali stanno ancora pagando per gli immensi guasti dal medesimo provocati.
    In un momento di verosimile rimorso, nel 1868, il nizzardo così scrisse all’attrice Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio». Ed infine, deluso e disgustato da quelli che erano stati i risultati dell’unità d’Italia, nel 1880, così disse: «Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione».
    Evviva la sincerità!
    Passiamo a Mazzini.
    Giuseppe Mazzini aveva in comune con Garibaldi una condanna morte in contumacia, come “nemico della Patria e dello Stato”, inflitta loro dal governo piemontese, che li aveva dichiarati entrambi “banditi di primo catalogo”; questa condanna non è mai stata revocata!
    Dopo i moti carbonari del 1831, andò in esilio a Marsiglia. Qui costituì una nuova associazione terroristica che avrebbe sostituito la Carboneria: la Giovine Italia, riservata a chi non avesse superato i quarant’anni di età. Ogni adepto assumeva un nome di battaglia e pronunciava questo giuramento: «Io, cittadino italiano, davanti a Dio… giuro di consacrarmi tutto e sempre con tutte le mie potenze morali e fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione… di spegnere (cioè: di ammazzare) col braccio ed infamar con la voce i tiranni e la tirannide politica, civile, morale cittadina, straniera… di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione delle cose pubbliche (il solito vizietto della caccia alle poltrone!), di non rivelare per seduzioni o tormenti l’esistenza, lo scopo della Federazione, e di distruggere (cioè: sempre ammazzare), potendo, il rivelatore…».
    Questi macabri intenti erano formulati in nome del popolo, di quel popolo che Mazzini, con la vita ritirata che conduceva, non conosceva e non conobbe mai!
    Mazzini prese nome di battaglia di Filippo Strozzi, ma i suoi compagni lo chiamavano Pippo.
    Il motto della Giovine Italia era “pensiero e azione”: per pensiero si deve intendere la propaganda mazziniana, per azione l’insurrezione armata.
    A Marsiglia andava in giro travestito, qualche volta anche da donna.
    Un giorno conobbe la pasionaria milanese Giuditta Sidoli, vedova di un rivoluzionario reggiano condannato a morte per i moti del 1821 e madre di quattro figli. Pippo e Giuditta fecero una scappatella a Ginevra, da dove la pasionaria tornò con un bambino in braccio, il figlio di Mazzini. I due affidarono il piccolo all’amico Demostene Ollivier, che se ne prese cura come un figlio suo; poi Giuditta scomparve dalla vita di Mazzini. E quell’ipocrita ebbe perfino il coraggio di scrivere un libro sui Doveri dell’uomo!
    In realtà, il nostro personaggio, aduso a restare… “prudentemente” dietro le quinte e ben badando a non esporsi mai in prima persona, fu solamente un grandissimo vigliacco; comunque, la sua “carriera” di cospiratore, tanto in “pensiero”, quanto in “azione”, fu caratterizzata da un continuo susseguirsi di insuccessi.
    Nel 1833, la polizia piemontese riuscì a scoprire una vasta attività cospiratoria mazziniana nei bassi gradi dell’esercito, soprattutto fra i sottufficiali: a Genova fu scoperto il gruppo dei fratelli Ruffini (Agostino, Giovanni e Jacopo). Come al solito, questi cospiratori, in gran parte “eroi da operetta”, una volta arrestati, “cantarono”. Jacopo, arrestato, si era suicidato, convinto di essere stato denunciato dai suoi stessi compagni; Agostino era fuggito con la madre a Marsiglia da Mazzini, per averne conforto; ma Pippo aveva altro per la testa… Tutti gli perdonarono la sua sbandata passionale, ma non Agostino Ruffini che, da allora, divenne apertamente ostile al suo vecchio idolo.
    Nel dicembre 1833, Mazzini in persona consegnò un pugnale, un passaporto e mille franchi all’esule parmense Antonio Gallenga, che si era offerto di compiere un attentato alla vita del re Carlo Alberto a Torino. Il mazziniano Gallenga, però, non mantenne la promessa e fu poi fatto… prefetto e senatore del Regno.
    Per rincuorare gli indecisi, abbattuti per tutti i tradimenti e gli arresti avvenuti, dal pensiero, Mazzini decise di passare all’azione. Pensò che la scintilla dovesse essere accesa al Sud. Prese contatti con i suoi confratelli terroristi degli Stati napoletano e pontificio. Ne prese anche con Sciabolone, un brigante che terrorizzava l’Abruzzo. Poi ebbe l’idea di una spedizione in Savoia con un corpo di volontari reclutati fra gli esuli. Il comando fu affidato al “generale” Gerolamo Ramorino, avventuriero, giocatore e donnaiolo, che andava a combattere anche per sfuggire ai suoi creditori. Mazzini, a Ginevra, gli consegnò 40 mila franchi, con l’impegno di arruolare mille “volontari”; ma Ramorino andò a giocarsi i soldi a Parigi. Mazzini, testardo, fissò l’azione per la notte del 1° febbraio 1834; Ramorino si presentò, invece che con i mille uomini, con altri due generali (sic!), un aiutante ed un medico, rifiutandosi di attraversare il confine e dichiarando l’impresa irrealizzabile.
    Le loro speranze erano riposte sui marinai di Genova: ma sul luogo ed all’ora fissata per l’insurrezione, si trovarono in due soli (“si trovarono” per modo di dire, perché in realtà “si persero”, non solo d’animo, ma anche di vista), già identificati e braccati dalla polizia. Uno dei due era Garibaldi che, condannato a morte, come già detto, si rifugiò in Francia, da dove emigrò in America Latina, ivi mettendo il braccio a disposizione di vari dittatorelli di quei paesi e vivendo come un bandito.
    Mazzini, invece di riconoscere il suo fallimento, scrisse al suo amico Rosales: “Il popolo e i capi-popolo hanno mancato. Che Dio fulmini loro e me prima!”
    Dopo il fallimento della spedizione in Savoia, Mazzini sembrava un uomo finito. A Berna fondò la Giovine Europa, il cui programma era quello della Giovine Italia ampliato a tutto il continente. Fondò anche una Giovine Svizzera: e questo la dice lunga sul suo “patriottismo”… esclusivamente italiano. Ma subito dopo piombò in una profonda crisi depressiva, che lo condusse sull’orlo della follia. Espulso dalla Svizzera, arrivò a Londra, tradizionale covo di tutti i rivoluzionari senza-patria.
    Quando cercò di riprendere l’attività cospiratoria, si accorse di aver ispirato molti imitatori, che però ne contestavano l’autorità. Era il caso di Nicola Fabrizi, che con la sua Legione Italica rivendicava a sé la qualifica di capo, e dei fratelli Bandiera, che nel 1844 sbarcarono a Crotone con la presunzione di accendervi la rivolta. Attilio ed Emilio Bandiera, con sette dei loro compagni, caddero sotto il plotone di esecuzione; gli altri furono graziati ed avviati all’ergastolo. Non erano stati mandati da Mazzini, ma queste imprese rientravano nei metodi di lotta insurrezionale che egli aveva predicato e praticato.
    Nel 1848, Mazzini elogiò gli assassini del comandante austriaco dell’arsenale di Venezia, Giovanni Marinovich e del conte Pellegrino Rossi, uno dei migliori amici del papa Pio IX, ministro degli Interni pontificio, a Roma.
    Nella notte fra il 24 ed il 25 novembre 1848, i rivoluzionari costrinsero Pio IX a fuggire da Roma ed a rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione del Re di Napoli, Ferdinando II. Goffredo Mameli mandò un messaggio a Mazzini: “Roma! Repubblica! Venite!” Il terrorista accorse, entrando a far parte del famoso triunvirato (Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi), che nel marzo 1849 aveva sostituito quello costituito da Carlo Armellini, Mattia Montecchi ed Aurelio Saliceti.
    S’installò in una stanza del Quirinale, assegnandosi uno stipendio di trentadue lire al mese.
    Tutti i decreti della Repubblica Romana venivano intestati col motto della Giovine Italia: “Dio (un Dio tutto suo!…) e Popolo”. Dichiarò guerra alla Chiesa ed alla proprietà, propugnando l’espropriazione di tutti i beni ecclesiastici. Nel frattempo, assassinii politici venivano commessi in pieno giorno da gruppi mazziniani con nomi significativi: Lega infernale, Compagnia infernale, Lega di sangue.
    A Senigallia fu assassinato l’arcivescovo, che si era rifiutato di celebrare il Te Deum per la repubblica. Il popolo chiamava questi settari mazziniani dal pugnale facile: “ammazzarelli”.
    Nell’aprile del 1849, la Francia inviava un corpo di spedizione, comandato dal generale Nicholas Charles Oudinot, che sbarcava a Civitavecchia. Nel frattempo a Roma arrivavano rinforzi, fra cui il romagnolo Callimaco Zambianchi, liberato dalla galera dove si trovava incolpato di nove omicidi: gli uomini ai suoi ordini fucilarono almeno quaranta preti e monaci sospettati di cospirare contro il governo! Nel giro di due mesi, Roma veniva strappata ai rivoluzionari. Garibaldi si salvò con una rocambolesca fuga in Tunisia, dove trovò una nave per New York; Mazzini se ne tornò in Inghilterra, passando per Marsiglia.
    Mazzini giocò ancora alla rivoluzione, naturalmente sulla pelle degli altri (fedele alla sua già ben collaudata tecnica dell’”armiamoci e partite”): nel febbraio 1853 fece scoppiare l’insurrezione antiaustriaca dei “Barabba”, gli operai di Milano. Gli avevano assicurato che tremila uomini erano pronti ad impugnare le armi, ma solo alcune centinaia di questi poveracci assaltarono le caserme, lasciando sul selciato una sessantina di austriaci tra morti e feriti. Qualche giorno dopo, gli insorti catturati furono impiccati: ancora sangue… rigorosamente altrui!
    Mazzini sciolse la sua organizzazione di Londra ed annunciò la nascita di un nuovo partito, il Partito d’Azione (i cui discendenti, nel corso della seconda guerra mondiale, invocavano i bombardamenti anglo-americani sulle città italiane, per demoralizzare la popolazione ed affrettare la caduta di quel regime fascista che, poi, nella sua ultima versione della Repubblica Sociale, si richiamava espressamente proprio alla figura di Giuseppe Mazzini!).
    Nel 1857, dopo vari tentativi insurrezionali, fu la volta di Carlo Pisacane; espatriato per sfuggire al marito della sua amante, Enrichetta di Lorenzo, nel 1847 si era arruolato nella Legione Straniera, impegnata nella conquista coloniale dell’Algeria. Congedatosi, si ritirò con Enrichetta in Ticino, dove divenne “consigliere militare” di Mazzini, col quale redigeva vasti piani di operazioni per un esercito che… non esisteva!
    Nel maggio 1857, Mazzini gli mise a disposizione dei fondi, con cui Pisacane, nel giugno successivo, organizzò la “spedizione di Sapri”, conclusasi, dopo la liberazione di 323 delinquenti detenuti nell’isola di Ponza (di cui solamente una dozzina aveva subito condanne per motivi politici), con l’uccisione o la cattura di tutti i rivoluzionari.
    Da quell’ultimo fallimento in poi, Mazzini sopravvisse a se stesso, rassegnandosi a cedere l’iniziativa a quell’altro “galantuomo” di Cavour.
    Giuseppe Mazzini fu il primo “tangentista” dell’Italia unita. Infatti, appena fatta l’”unità d’Italia”, egli cercò di mettere le mani sulla ricchissima torta dell’affare delle Ferrovie Meridionali, del valore potenziale di un miliardo e mezzo di lire oro dell’epoca (circa 75 miliardi di euro). Le risorse finanziarie, già reperite dal governo napoletano per la parte necessaria a coprire l’avvio dell’opera, erano state “sbancate” da Garibaldi e dilapidate in mille rivoli, fra cui pensioni a presunti “perseguitati” politici; c’erano pronti i progetti esecutivi realizzati attraverso un concorso, a bando internazionale, vinto dalla famiglia di imprenditori francesi Talabot. Garibaldi, ignorando i vincitori della gara internazionale, affidò al banchiere Pietro Augusto Adami – che l’aveva sollecitato esibendo le sue benemerenze di “finanziatore della spedizione dei Mille” – l’incarico di realizzare le Ferrovie del Sud. Anche un altro banchiere, Adriano Lemmi (Gran Maestro della massoneria italiana dell’epoca), peraltro cognato dell’Adami, aspirava al medesimo incarico; quest’ultimo, a sua volta, aveva finanziato la spedizione di Carlo Pisacane e, quindi, passava… all’incasso di questa “cambiale”, munito di “lettera di raccomandazione” autografa dell’”Apostolo puro”, tutto casa, massoneria e giovine Italia, Giuseppe Mazzini; latore ne era lo stesso Lemmi, destinatario era Francesco Crispi, plenipotenziario per la Sicilia. Il fondatore della Giovine Italia così scriveva: «Fratello, il portatore Adriano Lemmi, è nostro buonissimo amico, da vent’anni, e fece sacrifici considerevoli per la Causa. Ei viene a trattar cosa importante concernente la concessione fatta recentemente per le vie ferrate all’Adami. Uditelo, vi prego; spiegherà egli ogni cosa. Io soltanto vi dico che dove altri farebbe suo prò d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito, non la sua. Vogliatemi bene».
    Per non scontentare nessuno, il duo Garibaldi-Crispi assegnò l’affare delle Ferrovie del Sud metà a Lemmi e metà all’Adami, ma i due, successivamente, furono costretti a rinunciare all’incarico per difficoltà tecnico-finanziarie… (sic!). L’operazione assunse aspetti decisamente squallidi e vide, poi, coinvolti il ministro delle Finanze Pietro Bastogi e gran parte dei parlamentari, che si spartirono la “torta”.
    La Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita per indagare su questo “scandalo delle Ferrovie”, propose ed ottenne l’archiviazione del caso. Si trattò del primo “scandalo insabbiato”, come si rivelerà poi nella migliore tradizione dell’Italia “unita”, tanto monarchica che repubblicana; ma la grande commedia italica (peraltro attualissima, in quanto la stessa tangentopoli degli anni Novanta del XX secolo, a questo punto, non dovrebbe destare alcuna meraviglia!) dei corrotti e dei corruttori, di Faust che vende l’anima per una mazzetta, era appena iniziata. Su il sipario!
    “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”, sosteneva Massimo d’Azeglio; ma, contrariamente a quanto questi credesse, gli Italiani (non così diversi dagli Italiani di oggi) erano già da allora belli e fatti!
    Infatti, uno sguardo d’insieme che, non limitandosi alla sola “questione meridionale”, esamini complessivamente l’attuale situazione italiana, pone in evidenza un inquietante parallelismo tra le vicende legate alla nascita dello Stato unitario e quelle che hanno inquinato la vita dell’Italia democratica del nostro tempo. Ed è solo comprendendo, al di là della retorica scolastica, come è nata male l’Italia di Vittorio Emanuele II e di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi, che possiamo sperare di capire anche che cosa non funziona nell’Italia di oggi.

  5. Vincenzo ha detto:

    Sono discendente di uno di quei ladri che parteciparono alla spedizione dei Mille il quale, a sua volta era fratello di un “terrorista” morto sulle barricate nelle cinque giornate di Milano. La famiglia Anfossi non si è mai arricchita da quelle imprese ma ha pagato il suo contributo col sangue alla “sciagurata” impresa della liberazione e unificazione dell’Italia.
    Ignoro da dove tragga le sue informazioni….una per tutte, il giuramento
    degli adepti alla Giovane Italia.
    Io lo traggo dalla “Istruzione generale per gli affratellati nella giovane Italia” scritto da Giuseppe Mazzini nel 1831.
    Riporto integralmente il testo:
    ” 7. Nel nome di Dio e dell’Italia, nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera o domestica,
    Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m’ha posto, e ai fratelli che Dio m’ha dato, per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi dove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli -per l’odio, innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all’usurpazione, all’arbitrio – pel rossore che io sento in faccia ai cittadini dell’altre nazioni, del non avere nome nè dirittti di cittadino, nè bandiera di nazione, nè patria – pel fremito dell’anima mia creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù – per la memoria dell’antica potenza, per la coscienza della presente abbiezione, per le lacrime delle madri italiane pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio – per la miseria dei milioni:
    Io…………..
    – Credente nella missione commessa da Dio all’Italia e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento;
    Convinto che dove Dio ha voluto fosse Nazione, esistono le forze necessarie a crearla – che il popolo è depositario di quelle forze – che nel dirigerle pel popolo e col popolo sta il segreto della vittoria;
    Convinto che la Virtù sta nell’azione e nel sacrificio – che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà;
    Do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti della stessa fede, e giuro:
    Di consecrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l’Italia in Nazione UNA, INDIPENDENTE, LIBERA, REPUBBLICANA
    Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione l’educazione de’ miei fratelli italiani all’intento della Giovine Italia, all’associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole;
    Di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni;
    Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione dei miei fratelli e di conservarne, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti;
    Di soccorrere con l’opera e col consiglio a’ miei fratelli nell’associazione,
    ORA E SEMPRE
    Così giuro, invocando sulla mia testa l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’infamia dello spergiuro, s’io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento. ”
    Invito a confrontare i due testi. Se si analizza lo scritto, si può capire la nobiltà d’animo e il rigore che stanno alle spalle di queste parole che hanno contribuito a fare l’Italia.
    Caro Signore, il tono da lei usato nell’argomentare la sua tesi e le parole contenute nella sua esposizione, non meritano altro commento e con questo intendo chiudere ogni ulteriore scambio di corrispondenza.

  6. frz40 ha detto:

    Smanettando un po’ sul net vedo che questo signore, Ubaldo Sterlichio, si è dato un gran da fare nel diffondere le sue verità, su molti siti e blog.

    L’ho invitato io stesso a farlo sul mio, dopo l’exploit su Cavour, per vedere sin dove arrivava. Ovviamente lascio interamente a lui la responsablità dei quanto ha affermato, prendendone accuratamente le distanze.

    So anche che non è il solo a pensarla in quel modo. Ma so anche che molti studiosi seri la pensano in modo opposto.

    Io non sono uno studioso della nostra storia, ma mi sembra che la sua verità sia un po’ un accrocchio di pezzi di puzzle diversi, messi insieme ad arte, pescando un po’ qui e un po’ là, per dimostrare delle tesi difficili da dimostrare.

    Una verità peraltro emerge alla fine: la storia la scrivono sempre i vincitori e, di certo, non è mai tutto oro quell che luccica, ma i vinti se la raccontano sempre a modo loro.

    Confesso che io, che leghista non sono, leggendo Sterlicchio un po’ leghista sono diventato.

    Ma non mi piace,

    Preferisco tenermi i miei eroi imperfetti, Cavour, Garibaldi e Mazzini e pensare che, comuque un’Italia unita sia molto meglio di un’Italia a pezzetti.

  7. Vincenzo ha detto:

    Avendo,come sai, risieduto per motivi di lavoro sia a Crotone, sia a Castellammare di Stabia, ed avendo ivi frequentato un pò la vita sociale, avevo avuto occasione di individuare una sparuta cerchia propugnatrice di una corrente di pensiero che definirei “papista-borbonica”.
    Dopo oltre centocinquanta anni non si sono ancora ripresi….tutte le calamità, ferremoti, eruzioni, mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita sono attribuibili ai “nordisti”.
    Sulla “Cassa del Mezzogiorno” nessun cenno.
    L’unica cosa che si può capire e parzialmente condividere è che l’unità d’Italia sotto il regno Sabaudo logicamente non rientrasse nelle loro aspirazioni. Non va inoltre taciuto che, per la lotta al brigantaggio, fenomeno cresciuto esponenzialmente come conseguenza del disfacimento dell’esercito borbonico, le truppe piemontesi, con fucilazioni sommarie e paesi incendiati non sono andate per il sottile.
    Vivaddio…..sono passati centocinquanta anni!
    Come diceva Totò “ma mi facci il piacere….!”

  8. Ubaldo Sterlicchio ha detto:

    E’ ovvio che non tutti possono pensarla allo stesso modo ed io rispetto tutti coloro che non la pensano come me.
    Ma voglio sottoporre alla Vostra attenzione un concetto: quando la storia la scrivono i vincitori, è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde e troppo spesso la storia esalta come eroi personaggi mediocri, il cui merito è stato quello di essere saliti in tempo sul carro del vincitore o di avere agito con cinico egoismo e per puro calcolo materiale o rinnegando valori morali e princìpi religiosi in nome di presunti ideali…
    La vicenda garibaldina e l’intera operazione con la quale fu realizzata l’unificazione italiana necessitano ancora oggi di una rilettura che ne chiarisca, una volta per tutte, natura e contenuti. Non è più possibile, di fronte all’evidenza documentale, continuare ad accettare la “vulgata” ufficialmente imposta nei manuali scolastici, attraverso i quali specialmente si dovevano “fare gli Italiani”. Troppe contraddizioni balzano in evidenza, troppe smentite dei fatti così come ci sono stati raccontati, troppi elementi di un’altra storia ci rivelano una verità diversa da quella conosciuta finora, che è doveroso portare alla luce e diffondere. E’ quella storia, che oggi non è più possibile accettare supinamente.
    Il Regno delle Due Sicilie era uno stato florido e pacifico; era la Terza Potenza industriale dell’epoca (come attestato dal riconoscimento avuto alla rassegna internazionale di Parigi del 1856 con il “premio per il terzo posto come sviluppo industriale”, dopo l’Inghilterra e la Francia) senza aver mai mosso guerra ad alcuno e sempre rispettoso della dignità dei popoli e delle loro culture. Era governato da una dinastia amata dal popolo, promotrice di grandi opere e di un sistema sociale ed economico non inferiore a quello di altre nazioni dell’epoca.
    La colpa maggiore di tale Stato era quella di voler essere “padrone in casa propria”, di non voler assalire alcuno e di voler vivere nel rispetto e nell’obbedienza spirituale della Chiesa Cattolica, cosa che lo portò a contrapporsi a quella ondata anticattolica sostenuta da sette varie, politiche e religiose, primi fra tutti i protestanti e i massoni, ondata anticattolica alla quale, è opportuno ricordare, per sete di potere ed ingordigia di allargamenti territoriali, aderì il Sovrano di Sardegna violando lo Statuto ipocritamente mantenuto in vigore.
    Che si estenda, quindi, la lettura della storia oltre gli steccati imposti dalla “cultura” ufficiale e si faccia prevalere l’onestà intellettuale, chiamando le cose con i loro veri nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro.
    Perché, se si vuole davvero fare l’Unità d’Italia (quella spirituale e morale, oltre che territoriale), non la si può fondare sulle falsità, sulle ipocrisie, sulle menzogne, sulle stragi impunite e pure negate, sulla corruzione, sulle rapine e sui saccheggi.
    Le bugie non portano da nessuna parte!
    Un popolo non può prendersi in giro sulla propria Storia e, se vogliamo che l’Italia diventi finalmente un paese “normale”, dobbiamo partire proprio da qui. Basta con le menzogne: il Sud d’Italia, in particolare, ha bisogno di ritrovare quella giustizia e quella dignità che i vincitori del 1860-61 gli hanno negato per esaltare la corruzione, il tradimento, la falsità.
    E la giustizia verso il Sud deve cominciare proprio dalle verità della Storia.
    Ripartiamo allora dalla Storia d’Italia, ma da quella “vera” cioè quella basata su documenti inoppugnabili, non sulle solite storielle inventate di sana pianta e raccontateci fino alla noia, per ben 150 anni, da storiografi che hanno voluto solo compiacere al vincitore.

  9. elisabetta ha detto:

    Non sono una studiosa in materia quindi il mio commento non sarà all’altezza di chi la conosce meglio di me anche se i “veri” fatti e le “vere” verità sono sempre imponderabili e mai assolute.

    Ma la storia del risorgimento l’ho studiata, come tutti e mi pare che un movimento così vasto, come quello di quegli anni non vada vanificato ne così polemicamente commentato.

    Per unire l’Italia si sono alternati i moti insurrezionali di Napoli, del Piemonte, di Modena, Bologna, tutta la Romagna . le Marche e L’umbria, i moti di Milano e la spedizione di Sapri nonché quella dei Mille…. .tutti concordi e mirati allo stesso scopo.

    L’unificazione d’Italia ebbe i suoi artefici in Cavour, Mazzini e Garibaldi….

    Ora, parafrasando una celebre strofa dal “5 maggio” del Manzoni, vorrei dire: “Furono veri eroi?… Ai posteri l’ardua sentenza.”

    Noi, posteri, non potremo mai dare una risposta unanime…. Le convinzioni sono, come sempre soggettive, ma non dobbiamo dimenticare che in quelle battaglie i nostri fratelli hanno creduto, combattuto e sono morti…

    Ora la domanda la pongo io: L’unificazione d’Italia…. È stata un bene????

    Secondo me si, ma a volte leggendo alcuni articoli, o meglio, come in questo caso commenti (ma è esso stesso più un articolo che un commento) mi ricredo: l’Italia è stata unita, ma non sono ancora completamente uniti gli italiani.

    eli

  10. Vincenzo Anfossi ha detto:

    Brava Elisabetta!

  11. frz40 ha detto:

    Caro sig Sterlicchio,

    Quanto alla storia non credo che nessuno più, e nemmeno Lei, possieda il Verbo.

    E se anche fosse come dice Lei ritengo che andare a rivangare temi e situazioni triti e ritriti, che possono ormai essere solo oggetto di rancore e di discordia, sia profondamente sbagliato.

    Molto meglio unire il popolo sotto la bandiera degli “eroi” che dividerlo con l’infamia del sopruso.

    Quanto alla questione meridionale penso esattamente quel che pensa Obama dei suoi compatrioti di colore. E’ ben riassunto in queste righe che Giovanni Belardelli scrive sul Corriere di qualche mese fa. Si intitolano:

    STRIGLIATA AL VITTIMISMO

    “E’ probabile che il discorso tenuto dal presidente Obama per i cento anni dell’ «Associazione per il progresso della gente di colore» sarà ricordato soprattutto per un motivo. E cioè per la sollecitazione rivolta ai molti giovani neri d’ America poveri, emarginati, disoccupati a considerarsi responsabili essi stessi del proprio destino, a non evocare come giustificazione della loro condizione sempre e solo le cause sociali.[..] Si è trattato, insomma, di un invito a smetterla con l’ autocommiserazione, a farla finita con il piagnisteo: un invito che appare tanto più efficace visto che il presidente americano non ha omesso di richiamare anche le effettive condizioni di disagio – sociale, culturale, economico – in cui tanti afroamericani vivono. Ma quelle condizioni, ha insistito, rappresentano un ostacolo che ciascuno può superare se lo vuole davvero. “

    E prima di dar colpe ad altri è bene che nelle defunto Regno delle Due Sicilie qualcuno si guardi prima in casa propria.

  12. guglielmo ha detto:

    Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
    Se il signore vuol sapere sin dove mi spingo, mettiamola subito in chiaro.
    Visto che Il Sud è un appendice parassitaria che frena la vostra Italia, perchè non ci lasciate in pace e pensate agli affari vostri?
    Forse è proprio per questo che non ci lascerete mai in pace……per affari i soliti sporchi e schifosi affari ne piu’ ne meno come in quel disgraziato 1860.
    Ma se qualcuno si svegliasse……….
    Volete imporci anche i boia come eroi….questa proprio non può andare giu’ a chi sa come sono andate le cose.
    Ed ora continuate pure con la vostra comunella.
    Spero quantomeno, che abbiate il buon gusto di essere sinceri…..almeno con voi stessi.

  13. frz40 ha detto:

    Ricevo da un tale un commento che così recita:

    ” Cambiano i tempi ma quelli del Nord, puerilmente, continuano a credere di essere al centro del mondo e dello scibile umano. La loro supponenza è ormai parossistica: pontificano in modo subdolo, con aria di condiscendenza, pur sapendo, in fondo, di essere dalla parte del torto o di non essere sicuri di quello che dicono, ma tuttavia devono far sentire ai “terroni” che loro appartengono a un mondo superiore. Con questa gente è perfettamente inutile dialogare …. (segue)….”

    Appunto! Ometto quindi il resto del commento, nonché il nome del mittente, e lo lascio “dialogare” con i suoi pari per educazione e supponenza.

  14. elisabetta ha detto:

    Sono passati più di 50 anni quando da ragazzina percepivo aria di razzismo nei confronti dei meridionali….

    Si, è vero, c’era tra i settentrionali (non tutti per fortuna) una malcelata tolleranza per i cosidetti “terroni” (termine che tra l’altro non ho mai ben compreso… forse “terre lontane?”)…

    Allora non comprendevo il perché una compagna di classe (di famiglia meridionale) con la quale dividevo il banco e magari anche qualche pomeriggio di giochi, dovesse essere diversa da quella che era nata come me a Milano….

    Ma poi siamo tutti cresciuti e pian piano con la nuova generazione è sempre più diminuito questo tipo di discriminazione verso coloro che provenivano dal sud e l’Italia finalmente è divenuta (almeno lo credevo) tutta italiana dal sud al nord e viceversa… anche se al Nord c’è sempre stata più disponibilità di lavoro per tutti.

    Ora, a distanza di più di mezzo secolo, questi stupidi pregiudizi credevo fossero oramai superati e anche dimenticati e che, finalmente la mentalità di tutti, fosse completamente maturata.

    Vedo invece che cova in qualche mente, chissà forse per tardo risentimento, ancora rancore.

    Questo non fa onore a nessuno e mi sento confusa, stupita e estremamente triste.

  15. frz40 ha detto:

    Sai che me li ero dimenticati anch’io?

    Ma guardiamo avanti che è meglio.

    Abbiamo cose più serie a cui pensare e lasciamoli lì a crogiolare nel loro brodo

  16. Pingback: Il nostro Risorgimento « Frz40's Blog

  17. Ubaldo Sterlicchio ha detto:

    Egregio Signor Direttore,
    con l’intento di contribuire fattivamente ad una serena discussione sul risorgimento, ho il piacere di inviarLe il sotto trascritto articolo, titolato:
    “Risorgimento. La soap opera che fece l’Italia”
    ed apparso sulla rivista “Panorama” del 19 novembre 2009, con la celebre firma di Arrigo Petacco.

    “””C’è Risorgimento e Risorgimento. C’è quello ufficiale impastato nella retorica patriottarda che ne attribuisce il merito ai padri della patria che risposero all’appello di tutti gli iatliani anelanti a quell’unità nazionale di cui nel 2011 celebreremo in gran pompa il 150° anniversario. E c’è quell’altro risorgimento, quello autentico, quello veritiero, ma prudentemente censurato, che fu realizzato fra contraddizioni insanabili e dispute infuocate persino sull’impiego della parola stessa, da un movimento elitario totalmente avulso dalle masse popolari.
    «Risorgimento? Ma che significa risorgimento?» si chiedeva per esempio il re di Napoli Francesco II, vulgo Franceschiello, accusando quei pennaruli di intellettuali che auspicavano l’unificazione nazionale prestando ascolto alla propaganda dei suoi «ingidi parenti di Torino» (lui era figlio di una Savoia e cugino primo di Vittorio Emanuele II). «Come si può» insisteva ingenuamente Franceschiello «far risorgere una cosa che non è mai sorta? Perché l’Italia, signori miei, non è mai sorta… mentre il mio regno esiste da secoli».
    In realtà, agli inizi del fatidico 1859, neppure a Torino si auspicava l’unificazione della penisola e la parola risorgimento provocava addirittura l’orticaria a Camillo Benso conte di Cavour. Perché Cavour, che in seguito la vulgata risorgimentale trasformerà nel «fine tessitore» dell’unità nazionale, neppure ci pensava al Risorgimento. Anzi, lo riteneva una «tragica corbelleria» alimentata da quel mitomane di Giuseppe Mazzini che mandava allo sbaraglio dei giovani illusi col compito di «sollevare il popolo», mentre finivano invece inforconati dai riottosi contadini. Al conte, infatti, che in vita sua non si era mai spinto oltre l’Arno, interessava soltanto dilatare il Regno di Sardegna lungo la linea del Po fino all’Adriatico. Il resto dello Stivale non lo concupiva.
    Pochi mesi prima infatti, a Plombières, dove si era segretamente incontrato con Napoleone III, aveva progettato con lui un piano ambizioso e bellicoso che possiamo così riassumere. Guerra all’Austria per cacciare gli austriaci dall’Italia; creazione di una federazione composta di tre stati (Regno del Nord, Regno del Centro, Regno del Sud) e liquidazione dello Stato della Chiesa offrendo al Papa, come compenso, la presidenza virtuale della stessa federazione.
    Per scatenarew, con l’appoggio della Francia, questa guerra, che sarà poi definita la «seconda» della nostra indipendenza e che lo scaltro Cavour riuscirà a provocare addossandone all’Austria la responsabilità, il «fine tessitore» per accattivarsi le simpatie dell’imperatore dei francesi aveva abilmente tessuto una duplice trama diplomatica. Una ufficiale, destinata a entrare nella storia, l’altra, da lui stesso definita «malandrina», destinata a essere celata nel segreto degli archivi.
    Della prima fanno parte anche quei 15 mila bersaglieri mandati nel 1855 a combattere e a morire nella lontana Crimea in una guerra fra giganti (gli imperi britannico, francese e ottomano contro l’impero russo) il cui intervento non richiesto del minuscolo Regno di Sardegna al fianco degli anglofrancesi fu scambiato per un inconsulto gesto di megalomania. In effetti, si trattò invece di un cinico escamotage compiuto da Cavour per guadagnarsi la gratitudine degli alleati e per sedere fra i «grandi» d’Europa al congresso della pace di Parigi.
    Ma questa è storia nota. Del tutto ignorata è invece la strategia «malandrina» concepita da Cavour che, per realizzarla, aveva bisogno di una dama, bella, intelligente e spregiudicata capace di «charmer politiquement l’Empereur, coqueter avec lui, le seduir s’il le fallait». L’incarico di trovare questa dama disponibile Cavour lo aveva affidato al suo fedele segretario Costantino Nigra, borbottando imbarazzato per ingentilire quel compito un po’ ruffianesco: «Caro Nigra, se noialtri facessimo per nostro interesse personale quello che stiamo facendo per la patria saremmo delle belle birbe. Anzi, i peggiori sporcaccioni del mondo».
    La dama prescelta fu la famosa contessa Virginia di Castiglione la quale, anche se gli storici risorgimentali la ignorano, adempì alla sua missione con grande successo saldando definitivamente l’alleanza della Francia con il Piemonte. Per questo gesto patriottico la spregiudicata contessa si meriterà la gratitudine di Cavour, ma anche il titolo coniato da Urbano Rattazzi di «Vulva d’oro del Risorgimento». Da parte sua, la bella Virginia custodì gelosamente il negligé indossato in quel convegno imperiale (è conservato nel museo cavuriano di Santena) e lo esibiva agli amici suggerendo maliziosamente che meritava di sventolare al posto del tricolore.
    C’è un altro episodio ignorato dalla vulgata risorgimentale che risale agli inizi della cosiddetta Seconda guerra d’indipendenza, che avrebbe potuto modificare il corso della storia e che sta a testimoniare come Cavour, sempre convinto del suo progetto federalista, cercò persino di salvaguardare il Regno delle Due Sicilie.
    Nell’estate del 1859 giunse a Napoli il missione segreta il conte Ruggero di Salmour, un diplomatico piemontese che Cavour aveva incaricato di offrire a Francesco II una proposta molto allettante che solo uno stolto avrebbe potuto respingere. Se Napoli avesse rotto l’alleanza con l’Austria e affiancato i piemontesi, a cose fatte avrebbe potuto ingrandire il suo regno includendo dentro i confini del reame anche l’Umbria e le Marche che facevano parte dello Stato della Chiesa, destinato a scomparire.
    Il primo a conoscere il contenuto di questo «pacchetto» fu Carlo Filangieri, che lo approvò con entusiasmo, soprattutto perché quell’offerta gli confermava che al Piemonte interessava soltanto l’Alta Italia. Purtroppo, Francesco II gelò gli entusiasmi del suo primo ministro. Invece di gioire, il bigotto sovrano al solo udire che il suo regno sarebbe stato arricchito dalle due regioni papaline inorridì come se avesse udito una bestemmia: «Vuie che dicite mai!» gridò. «Chella è robba d’o Papa! La robba d’o Papa non se tocca!». E respinse con sdegno l’infame proposta degli anticristo di Torino giocandosi in tal modo la sopravvivenza del suo regno.
    Poi quella guerra finì, come sappiamo, grazie a un accordo personale tra Francesco Giuseppe e Napoleone III, raggiunto all’insaputa di Vittorio Emanuele II, che mandò su tutte le furie Cavour che vide sfumare il suo sogno di un Regno del Nord dalle Alpi marittime alla Venezia Giulia, all’Istria e alla Dalmazia. Da parte sua, Vittorio Emanuele II si accontentò di ricevere in dono da Napoleone la ricca Lombardia, pur dovendogli cedere Nizza e Savoia.
    Frattanto, il resto della penisola era in ebollizione. Non lo era il popolo, per la verità, al quale mancava tutto, compreso l’alfabeto, ma i rumorosi gruppuscoli elitari che, dopo aver taroccato i plebisciti di annessione al Piemonte delle regioni dell’Italia centrale, ora miravano al Sud.
    La spedizione dei Mille in Sicilia, osteggiata dalla Francia, ma supportata dalla massoneria britannica intenzionata a creare una «Malta più grande», venne organizzata da Giuseppe Garibaldi con l’appoggio segreto di Vittorio Emanuele. Anche Cavour ne era a conoscenza ma, in un primo tempo, non si era preoccupato. «Vadano pure a scornarsi in Sicilia» aveva preconizzato. «Faranno la fine di Carlo Pisacane». Ma quando capiì che i garibaldini facevano sul serio, affrontò risolutamente il sovrano. «Bisogna assolutamente fermare Garibaldi prima che ci metta nei guai» gli aveva detto. «Se nessuno osa andrò io stesso ad arrestarlo!».
    Invece Garibaldi partì da Quarto con la sua armata brancaleone: 150 avvocati, 100 studenti, una decina di medici, 50 ingegneri, 50 chimici, 100 commercianti, giornalisti, ufficiali disertori e così via. I siciliani erano soltanto 58, gli altri erano tutti settentrionali, in maggioranza bergamaschi (450) e genovesi (250). Non c’era un contadino e neppure un operaio.
    L’impresa ebbe il successo che tutti sappiamo con grande disappunto di Cavour, che infatti confidava sconsolato a Nigra che gli chiedeva cosa stesse accadendo in Sicilia: «Purtroppo le arance sono già sul nostro tavolo e i maccheroni sono quasi cotti. Ci toccherà mangiarli».
    Cotti i «maccheroni» e proclamata l’unità nazionale, Cavour, che aveva rapidamente modificato la sua linea politica trasformandosi in convinto unitario, ne attribuì tutto il merito al suo governo. Ma non fece in tempo a godersi il successo perché morì pochi mesi dopo fulminato da una misteriosa malattia.
    E l’Italia? La piemontesizzazione della penisola, che assorbirà in seguito il Veneto e ciò che restava dello Stato della Chiesa, fu dura e spietata. I nuovi italiani conobbero la coscrizione obbligatoria, la tassa sul macinato e i tanti balzelli escogitati dal regno sabaudo per rifarsi delle spese sostenute. Tutto ciò darà vita al cosiddetto «brigantaggio» (ma non erano tutti briganti, molti erano partigiani borbonici) per liquidare il quale si registreranno più vittime di quelle registrate per l’indipendenza. D’altronde Luigi Carlo Farini, appena rrivato a Napoli come proconsole, non aveva esitato a scrivere a Cavour: «Altro che Italia, signor conte! Questa è Africa. I beduini, a riscontro con questi cafoni, sono un fior di virtù civili!»
    Era con tali sentimenti che i conquistatori del Nord si preparavano all’integrazione con i fratelli del Sud.”””

    Voglia gradire i miei più distinti saluti.

    • frz40 ha detto:

      Caro Sterlicchio,

      Ella si rivolge a me con le parole “ Signor Direttore” e mi chiede di pubblicare l’articolo di Arrigo Petacco.

      Dato che io “direttore” non sono altro che di me stesso, mi vien da pensare che la Sua sia una lettera standard, confezionata per una qualche testata giornalistica e non per questo blog, che giornalistico non è.

      Ad ogni buon conto il Suo, a differenza di altri, è un intervento fatto con cortesia e non ho problemi a pubblicare.
      Ho letto che Arrigo Petacco è definito “non uno storico, ma uno scrittore di storia” e come tale, credo che debba essere interpretato. L’articolo è anche ben scritto e contiene anche quel pizzico di sale, la “Vulva d’oro del Risorgimento”, che lo rende stuzzicante. Panorama lo ha pubblicato anche per promuovere il libro “Il Regno del Nord”, pubblicato dallo stesso editore, la Mondadori.

      Ciò detto, non posso che ripetere alcuni concetti che ho già espresso e, in particolare, che la storia ha molte facce che ognuno di noi poi è libero di interpretare come meglio crede.

      Pensi ad esempio a Berlusconi. Benché la sua sia “storia attuale”, metà degli Italiani la raccontano in un modo, l’altra metà in modo opposto. Figuriamoci una storia di 150 anni fa.!!!

      Sul Risorgimento molti la pensano in modo diverso da Petacco; ho pubblicato un commento, ad esempio, ad un articolo di Franzo Grande Stevens dal titolo “L’Italia unita e voluta nel Risorgimento” che La invito a leggere.
      (lo trova qui)

      A me poi, lo dico francamente, non importa proprio nulla di come sia andata. La verità e la ragione non stanno mai tutte da una sola parte. Quello che mi dispiace è che non si riesca mai a dare dei “valori” e dei punti di riferimento a questo accrocchio di persone, gli italiani, che Gianpolo Pansa non esita a definire come un popolo di merda.

      Penso che sarebbe veramente ora di guardare al presente e, soprattutto, al futuro, abbandonando ogni forma di retorica e pensando a costruire insieme qualcosa di buono, smettendola finalmente di schiumare rabbia e crogiolarsi in vittimismi che non portano da nessuna parte.

      La saluto cordialmente.

  18. Pingback: C’è trota e trota « Frz40's Blog

  19. frz40 ha detto:

    Ho dato ospitalità nei commenti di questo post ad alcune esternazioni di nostalgici borbonici (ancora!!!, dopo 150 anni) per far capire a tutti quanto distorte possano essere le interpretazioni della storia per proprie motivazioni o tornaconti.

    Segnalo ora questa iniziativa de La Stampa che credo possa far giustizia di certe affermazioni dalle quali assolutamente mi dissocio.

    L’iniziativa prevede una serie di articoli che saranno pubblicati ogni Sabato e Domenica a partire da oggi 30 gennaio 2010. Dice:

    “Ogni sabato, nell’ultima pagina, Giorgio Dell’Arti, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, già autore di una celebre biografia del grande statista piemontese («Vita di Cavour», Mondadori), narra la vita del geniale e visionario primo ministro di Casa Savoia. Un racconto, ricco di aneddoti ed episodi sconosciuti, che prende forma in un’intervista immaginaria e permetterà di conoscere gli aspetti più curiosi e meno noti della vita di un uomo politico molto citato, ma pochissimo conosciuto.”

    “Da domenica 31 gennaio, invece, Carlo Fruttero, scrittore, e Massimo Gramellini, giornalista e vicedirettore del nostro giornale, ripercorreranno la storia d’Italia in 150 date. In un ideale passaggio di testimone il loro racconto comincia là dove finisce quello di Dell’Arti – con la proclamazione dell’Unità d’Italia il 17 marzo 1861 – e, dopo una cavalcata nel secolo e mezzo di vicende italiane, finirà con una notizia del 2011 ancora tutta da vivere.”

    Credo che molti avranno qualcosa da imparare.

  20. Giorgio Dell'Arti ha detto:

    Grazie.
    Giorgio Dell’Arti

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