Il nostro Risorgimento

Nello scorso mese di Dicembre ho pubblicato un post dal provocatorio titolo: “E chi è mai stato questo Cavour?” (lo trovate qui)

Lamentavo che le celebrazioni per l’Unità d’Italia si stiano praticamente dimenticando di questo nostro Grande.

Ne è seguito un dibattito che francamente mi ha sorpreso per toni e contenuto.

Oggi leggo su La Stampa un editoriale che titola: “L’Italia unita e voluta nel Risorgimento” (questo è il llink)

Dice: “Si è in tanti al lavoro, soprattutto a Torino, per realizzare l’anno venturo i vasti programmi di celebrazioni dell’Unità d’Italia; ma, imprevedibilmente, si sono levate distinte voci di dissenso. C’è chi sostiene che qui, dal Piemonte, non si volle un’Unità così come realizzata per tutta l’Italia e chi d’altra parte ritiene che alcune Regioni italiane fossero state brutalmente annesse contro la loro volontà ed i loro interessi.”

“È molto triste che così si dimentichino – o piuttosto si tradiscano – le migliaia e migliaia di patrioti e di intelligenze di tutta la penisola che credettero negli ideali degli illuministi, della rivoluzione francese, di quella napoletana del ’99, nell’unità degli italiani e per restarne fedeli andarono in esilio, nelle carceri o sacrificarono la loro vita.”

“Proprio qui in Piemonte, si guardò lontano: si dette la Costituzione (lo Statuto), si riconobbero i diritti delle minoranze (ebrei e valdesi), si combatterono con le guerre di indipendenza gli stranieri che occupavano regioni italiane, si stabilì che la giustizia ordinaria, senza distinzioni e privilegi, fosse applicabile anche agli ecclesiastici, si accolsero gli esuli qui venuti d’ogni parte d’Italia.”

“Intorno al decennio chiamato «di preparazione» (1849-1859), a Torino convennero i migliori da tutta l’Italia.” […] (seguono i loro nomi)

“E Benedetto Croce nel 1925 scrisse: «Quando io ripenso a quei calabresi e abruzzesi, balisicatesi e pugliesi, e napoletani di Napoli che agitavano ardenti problemi politici…, che entrarono nelle legioni italiane appena formate… e quando leggo i documenti delle relazioni e amicizie che essi allora legarono con lombardi e piemontesi e liguri e veneti dico tra me: ‘’Ecco la nascita dell’Italia moderna, della nuova Italia, dell’Italia nostra’’».

“E in una lettera conservata all’istituto di Studi filosofici di Napoli, Bertrando Spaventa scrisse a Pasquale Villari (il grande allievo di De Sanctis) «di essere giunto alla Mecca a Gerusalemme, la Città Santa degli italiani: Torino» che descriveva così: «Torino, una città seria, silenziosa, gli abitanti non sono oziosi, badano ai loro affari e pare che non sia; pochi gesti, poche parole, proponimento…; hanno creduto e credono che la Costituzione non sia una burla, e la vogliono, ne godono e non sono contenti di perderla. Vita politica attivissima. A me pare una piccola città inglese. Donne… graziose e facilissime, anzi troppo». E così concludeva: «Ma l’anima è ora italiana».

[…] “Soltanto chi manchi di letture o abbia spirito fazioso può oggi sostenere che nel Risorgimento – periodo favoloso della nostra Storia – non si volle l’Italia unita, o addirittura che non la si voglia oggi.”

Chi firma l’editoriale è FRANZO GRANDE STEVENS.

Lui è nato a Avola (Siracusa) e ha conseguito la maturità classica e la laurea in legge presso l’Università Federico II di Napoli , il tutto in quel territorio, ex Regno delle due Sicilie, da cui partono le maggiori contestazioni al nostro Risorgimento.

Franzo Grande Stevens vive a Torino ed è oggi riconosciuto come uno dei più importanti avvocati in Italia.

Diciamo che non è stato uno di quelli rimasti lì a ricostruire storielle, schiumare rancore, e a piangersi addosso.

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