Dodici anni con i lupi.

Questa è una storia simile a quella di Rochom P’ngieng, la ragazza Cambogiana, la figlia della giungla, che ho raccontato in altro post (LINK).

A differenza di quella, questa è una storia a lieto fine e ne stanno facendo un film che uscirà sotto Natale «Entre Lobos» (Tra i lupi).

E la storia di Marcos Rodríguez Pantoja, un bimbo spagnolo che è rimasto solo a sette anni ed è stato adottato per 12 anni, tra i 7 e i 19, da un branco di lupi.

Oggi Marcos di anni ne ha 64, vive a Rante, un paesino della Galizia, e la sua storia ce la racconta La Stampa (LINK):

Siamo negli anni ‘50, in piena dittatura franchista, in quel paradiso di 400 km quadrati, pieno di boschi, montagne e fiumi della Sierra Morena, tra Siviglia e Cordova. Marcos è il terzogenito di un boscaiolo. La miseria incombe, la madre muore, il padre, che si risposa, va tutto il giorno nei boschi per estrarre carbone vegetale dagli alberi bruciati. La matrigna sfoga frustrazione, rabbia, fame, povertà contro Marcos e fino a convincere il marito a vendere il figlio a un pastore, che poco dopo muore. E così Marcos rimane solo.

«Morto l’uomo che mi aveva comprato mi sono rifugiato nei boschi – racconta oggi Marcos – non mi avvicinai più ad un essere umano perché temevo che mi riportassero a casa, dalla mia matrigna. Il primo contatto con i lupi avvenne di sera. Stavo in una grotta piena di lupetti, a cui rubai un pezzo di carne per la fame». E poi aggiunge: «Tornò la mamma lupa, mi vide, si accorse dai resti vicino a me, capì che avevo tolto il cibo ai cuccioli e mi spinse con una zampata contro la roccia. Poi mi guardò negli occhi e mi avvicinò della carne che aveva appena cacciato. Diventai parte della famiglia».

Marcos, che adesso fa il contadino e si è riabituato a vivere come un umano (l’abitudine che gli è costata di più è stato il letto), ha vissuto come Mowgli. Vestiva con la pelle dei cervi che uccideva, correva con i lupi e ne imparò il linguaggio. «L’ululato mi fa ancora bollire il sangue nelle vene», assicura e spiega il suo ritorno alla civiltà: «Un giorno mi circondò la Guardia Civil a cavallo. Avevo i capelli lunghi fino alla cintura, scurissimo di pelle per il sole e la sporcizia, vestito di pelli e con i piedi ricoperti di pelle ruvida e calli, non avevo mai portato scarpe. Cercai di scappare ma mi catturarono, mi portarono da un prete che mi spedì a Madrid da suore che mi bloccarono la schiena tra due assi per riabituarmi a camminare dritto».

Un rientro alla civiltà non semplice, ma necessario. «Dopo un primo momento di celebrità, ho trovato lavoro alle Baleari. Quando si ricordavano di farlo, mi pagavano pochissimo e in nero. Ad aiutarmi è stato un poliziotto in pensione che mi ha portato in Galizia». E Marcos, alla vigilia di un successo cinematografico che pare assicurato, è felice? «Lo sono stato. I veri lupi sono gli uomini».

Ha ragione. E mentre gli auguro anch’io un gran successo per il film del quale sarà anche l’interprete nell’ultima parte, ripenso alla povera Rochom P’ngieng: a quei segni circolari sui polsi e sulle caviglie che fanno pensare a catene per tenerla bloccata in qualche angolo nascosto; al fatto che, a differenza di Marcos, quando è stata ritrovata non avesse mani e piedi con i segni callosi e duri, tipici di una lunga vita trascorsa nella giungla; al fatto che, sempre a differenza di Marcos, non sapesse più parlare la lingua e che non l’abbia nemmeno più imparata dopo il tempo trascorso con la famiglia di Sal Lou.

E penso anch’io che gli uomini, sì, gli uomini siano i veri lupi.

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2 risposte a Dodici anni con i lupi.

  1. elisabetta ha detto:

    L’articolo che hai pubblicato è molto bello e credo che quando uscirà il film andrò a vederlo.
    Per Marcos Rodriguèz non devono essere stati facili quei 12 anni condivisi con i lupi, ma se è sopravvissuto e probabilmente ha avuto più amore di quello ricevuto nei suoi primi 8 anni di vita.

    Anche nella nostra storia il lupo è una presenza di salvezza: non dimentichiamo “la lupa” che salvò e allattò Romolo e Remo…..

    eli

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