FIAT o mai più.

Con l’ editoriale “Purchè non sia un tavolino” per La Sampa, il professor Mario Deaglio, ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino, uno dei più autorevoli economisti italiani , nel presentare l’incontro di mercoledì scorso tra Fiat e Sindacati si chiedeva se sarebbe sfociato in un “tavolo” o in un “tavolino”.

Definiva come “tavolino” quello del classico accordo che sfocia in «un’interpretazione riduttiva e specifica, tesa soltanto a stabilire minuziosamente impegni reciproci sulla produzione di singoli impianti e singoli modelli in un arco di tempo necessariamente breve e in condizioni molto incerte, data la congiuntura europea e mondiale.»

Il tipico accordo,cioè, in grado di tenere «fino alla prossima situazione di difficoltà, dopo di che si ricomincerebbe da capo con un altro «tavolino». Tra un «tavolino» e l’altro, la posizione competitiva dell’Italia continuerebbe a peggiorare

Auspicava, per contro, che fosse invece un «tavolo» in grado di «porre le basi per trattare, nell’ottica dell’economia globale, il problema della sostenibilità del modello sociale europeo – e specificamente della sua variante italiana – caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione.»

«Fino a non molti anni fa – aggiungeva – si pensava che questo modello si sarebbe imposto al mondo: le norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro e del posto di lavoro, il graduale e continuo aumento di salari e del tempo libero in cui spendere quei salari avrebbero dimostrato la superiorità di una civiltà europea attenta all’individuo e ai suoi legami con la società. Come ben sappiamo, le cose non sono andate così. I Paesi emergenti stanno muovendosi verso salari più elevati e forme rudimentali di sicurezza sociale non copiate dall’Europa, ma la produttività del lavoro vi cresce a velocità ben superiore e pertanto le loro esportazioni conquistano sempre nuovi mercati. I lavoratori sono sicuramente sottopagati ma i loro redditi sono fortemente aumentati e possono ragionevolmente sperare che i figli continuino nel miglioramento. I nostri obiettivi sono invece troppo spesso quelli di un decoroso accompagnamento alla pensione di lavoratori anziani senza dare spazio ai giovani mentre con redditi stagnanti il tempo libero rischia di trasformarsi in tempo vuoto. L’Europa, e l’Italia in particolare, più esposta di altri Paesi alla concorrenza diretta degli emergenti, si vede proporre (e forse domani imporre) un sistema in cui si deve lavorare di più e con mansioni più flessibili per retribuzioni pari a quelle di prima.»

Nulla di più sacrosantamente vero.

Da un lato abbiamo il Paese dell’Utopia, quello dove tutto il resto del mondo gira intorno a lui e aspetta le sue decisioni, dall’altro la dura realtà delle inflessibili leggi del mercato per le quali o si è competitivi o si viene spazzati via.

L’Italia ha creduto di vivere nel Mondo dell’Utopia non solo negli ultimi vent’anni, ma negli ultimi cinquanta. Governi e Sindacati hanno puntato su tutto meno che sulla produttività e sull’innovazione. Si è dilatata a dismisura la spesa pubblica, in particolare per sanità e pensioni, rendendo insostenibile il livello del debito statale e sul fronte industriale, in un Paese che non ha risorse di materie prime, si è fatto di tuto per portare i costi di trasformazione al di fuori di ogni mercato.

Da anni più nessuno straniero ha investito capitali nel nostro Paese; da anni i nostri imprenditori hanno dovuto mediare alle diseconomie delle attività italiane con impianti all’estero. Alcune eccellenze (ricordo ad esempio che il primo persona computer è stato realizzato dall’Olivetti) sono svanite nel nulla. Fin quando il ciclo economico è stato in forte crescita si è comunque creata ricchezza, ma ora tutto sta rapidamente degradando e le famiglie si stanno velocemente impoverendo : molti hanno perso l lavoro, altri stanno consumando i risparmi per mantenere i figli che non accettano lavori umili per i quali si è ricorso all’immigrazione.

Mario Deaglio vede due possibili strade da percorrere.

« La prima è quella di una sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo con l’attenuazione della difesa del «posto» di lavoro, non più garantibile nell’attuale contesto mondiale, e l’aumento della difesa del «lavoro», ossia di un’attività mutevole e flessibile: si deve andare verso una garanzia della continuità delle occasioni di lavoro, magari con un salario di cittadinanza, nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul mercato globale.»

«Modelli di questo tipo – dice – hanno consentito a diverse economie dell’Europa settentrionale di reggere assai bene all’urto dei Paesi emergenti e di riconvertirsi molto velocemente e con successo. Nessuna di queste esperienze è perfetta e tutte richiedono un supporto notevole di spesa pubblica; pertanto il meccanismo dovrebbe essere introdotto gradualmente e in via sperimentale, a cominciare dai giovani delle aree minacciate dalla crisi industriale. Torino, dove il numero di coloro che compiono diciotto anni è sensibilmente inferiore a coloro che ne compiono sessanta, sarebbe un luogo ideale per cercare di trasformare in «lavoro» – e quindi in prospettive di vita – mediante la garanzia di una continuità di fondo la miriade di «lavoretti» con cui i giovani sopravvivono.»

«La seconda è quella del protezionismo moderno, fondato su barriere non tariffarie in grado di impedire l’ingresso delle merci che competono con quelle nazionali. Il protezionismo salva i posti di lavoro minacciati ma il suo costo è molto elevato in quanto riduce o toglie dai mercati numerosi beni stranieri a basso prezzo. Le varie «clausole di salvaguardia» degli accordi commerciali internazionali consentono forme di protezione per un periodo limitato. Sono utili se, nel frattempo, il Paese o il gruppo di Paesi che cerca di proteggersi modifica qualcosa nel suo modello produttivo. Nel caso dell’Italia, a esempio, occorrerebbe semplificare davvero la politica, la burocrazia, la tassazione riducendone il costo – che è spesso un reddito per categorie professionali privilegiate assai più numerose che in altri Paesi – senza far ricadere il peso della ristrutturazione soltanto sui normali lavoratori dipendenti.»

La prima, che sarebbe ovviamente la più auspicabile, vede tutt’ora arroccate le parti politiche e le parti sindacali verso la difesa ad oltranza delle posizioni di rendita, del posto e delle condizioni di lavoro che non possono che imporre ulteriori rigidità e a aggravi nei costi di trasformazione.

La seconda, quella del protezionismo, è per sua natura perdente e, stante la libera circolazione delle merci nell’Unione Europea, è del tutto impensabile che l’Italia la possa perseguire in modo autonomo.

Semplificare davvero la politica, ridurre la burocrazia e la spesa pubblica, modificare la tassazione riducendone il costo sono azioni indispensabili ma di per sé non risolvono il problema della competitività del Paese.

Due cose ha detto l’ A.D. Fiat, Sergio Marchionne, a quel tavolo:

«La scorsa settimana Fiat ha approvato i risultati del secondo trimestre, risultati che hanno sorpreso il mercato e ci permetteranno di rivedere al rialzo gli obiettivi per l’anno. Quello che non è noto è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del Gruppo Fiat è in perdita è l’Italia

«La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a mettere 20 miliardi in Italia, una cifra che equivale quasi alla manovra di cui si discute in questi giorni. La sola cosa che abbiamo chiesto è di avere più affidabilità in fabbrica. Da qualcuno ci siamo sentiti rispondere che stiamo ricattando i lavoratori, violando la legge o addirittura la Costituzione»

E ha concluso:

«Qualunque sia la risposta, la Fiat è disposta a gestire entrambe le scelte. Siamo un’impresa internazionale capace di modellare le strategie di fronte a qualunque circostanza. Nel fare questo non abbiamo mai chiesto soldi a nessuno e non chiederemo aiuti o incentivi. Stiamo ancora aspettando dallo Stato metà dei rimborsi legati agli eco-incentivi che abbiamo finanziato noi direttamente ai clienti nel 2009. Chiediamo solo certezze. Se scegliamo la strada del «sì», deve essere un «sì» definitivo e convinto. [..]La sfida è possibile unendo le forze, le intelligenze, le risorse. Lo è dividendo i compiti, i sacrifici e le responsabilità. Vorremmo che, per una volta, fosse l’Italia a diventare l’esempio di come questi cambiamenti si possono realizzare con successo»

Ha tutte le ragioni. Nessuno può obbligarlo a perdere; nessuno può obbligarlo ad investire.

E come lui tutti gli altri imprenditori.

Qualcosa si muoverà? Forse.

Sempre che si faccia sul serio e sempre che non sia troppo tardi, perché davanti a noi c’è solo un baratro.

Questi i link da La Stampa. Deaglio, Marchionne.

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3 risposte a FIAT o mai più.

  1. Pingback: Fiat o mai più. | Frz40's Blog

  2. Raffaele ha detto:

    Ma davvero sei convinto che l’unico percorso industriale e sociale percorribile per una azienda passi attraverso lo sfruttamento di chi lavora ? Fino ad oggi la Fiat ha spalmato le crisi sulle spalle di tutti gli italiani e messo in cassa gli utili con lauti dividendi, negli anni buoni. Certe lezioni da questi manager ce lo possiamo risparmiare, grazie.

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