E’ troppo lunga la strada del diritto d’amare

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A volte sembra proprio che il tempo passi invano.

Ci auguravamo tutti che i casi come quello di Hina e Sanaa non avesero mai più a ripetersi, ma non è così: le brutte storie si ripetono e chissà per quanto tempo ancora si ripeteranno.

E’ questa volta il caso di Begm, una povera donna pachistana di 46 anni, madre di cinque figli, uccisa da un sasso lanciato dal marito, Kahn Butt, 53 anni , mentre cercava di sottrarre la figlia, Nosheen, di 20 anni, alla violenza delle botte a suon di spranga che stava subendo ad opera del papà e del fratello Humari, 19anni.

Il motivo? Nosheen rifiutava di acconsentire ad un matrimonio con un uomo di lei più vecchio e lontano dai suoi sogni di ragazza, matrimonio che per lei avevano combinato il padre e i fratelli, secondo i riti ed i costumi di un mondo al quale lei, cresciuta in Italia, era ormai estranea.

E’ successo a Novi, nella pianura modenese, in pochi minuti, a metà pomeriggio, nel cortile di un caseggiato popolare. Nosheen è rimasta gravemente ferita, ma, per fortuna, non è in pericolo di vita.

Povera Begm. Era corsa in aiuto della figlia con tutto il suo amore di mamma; non poteva accettare che quelle spranghe costringessero la figlia ad accettare i patimenti e le umiliazioni di un matrimonio combinato, così come probabilmente era stato anche il suo.

Se almeno questo suo sacrificio servisse a far trionfare la ragione !

Ma ne dubito. Il fatto che non fosse solo il padre, ma anche un fratello di 19 anni ad infierire sulla povera ragazza, mi fa pensare che certe convinzioni e certi usi siano largamente diffusi anche nelle nuove generazioni e che per estirparli da tutte quelle menti la strada sia ancora molto lunga. Troppo lunga.

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8 risposte a E’ troppo lunga la strada del diritto d’amare

  1. vincenzo ha detto:

    Non c’è nulla da dire.. è agghiacciante!
    Però fino ad un secolo fa anche da noi, specie in meridione ma non solo, i matrimoni combinati tra i genitori non erano una rarità … tutt’altro.
    E se si pensa alla nefandezza del “matrimonio riparatore” dove una ragazzina minorenne violentata da un qualche p….. , veniva obbligata a sposarsi col beneplacito della Chiesa al fine di “regolarizzare” la situazione … pensate un pò dovere subire per il resto della vita la convivenza con il violentatore!
    Eppure capitava anche da noi che la donna fosse un oggetto con ben pochi diritti e in un Paese regolato da un “Diritto di famiglia” a dir poco vergognoso.

    Ne abbiamo gia più che diffusamente parlato … solo l’istruzione potrà contrastare questa situazione che appartiene alla cultura islamica ma non dimentichiamo che, almeno in questi casi, la religione islamica non c’entra affatto, l’origine di questa insana tradizione culturale, come si pùò immaginare, nasce da ragioni puramente economiche tendenti a mantenere la proprietà o, se mai ad allargarla. Risulta infatti che oltre ad obbligare la figlia ad imparentarsi con una determinata famiglia, anche il fratello si deve “spintaneamente” sposare possibilmente con una sorella dello sposo e così via. Rompere queste catene diventa per le vittime quasi impossibile perchè si rischia di far saltare accordi incrociati tra una miriade di parenti con coseguenze immaginabili.
    (Quete informazoni le ho avute da una signora italiana sposata con un ingeniere iraniano e vissuta colà per oltre quarant’anni).
    Vincenzo

    • frz40 ha detto:

      Anch’io ho pensato che fino a mezzo secolo fa anche dai noi i matrimoni combinati erano più di uno. Ma non ricordo che si sia arrivati ad ammazzare qualcuno.

      La religione, concordo con te, non ha nulla a che vedere.

  2. marisamoles ha detto:

    Il tempo non passa invano, almeno per quanto riguarda il nostro meridione. Mia mamma, che ha ancora dei parenti in Sicilia, dice che le nuove generazioni vivono come i coetanei del nord: convivenze al posto del matrimonio, figli al di fuori del vincolo matrimoniale, separazioni e divorzi sono all’ordine del giorno. E la “fuitina” non è più di moda. Meno male!

    Purtroppo, quando parliamo degli islamici, almeno di quelli più integralisti, sembra proprio che il tempo non sia passato, o sia passato invano. Episodi come quello di cui hai parlato nell’articolo sono inaccettabili ovunque, ma visto che in Italia le leggi sono diverse e soprattutto prevalgono su qualsiasi credenza o condizionamento religioso (anche privo di fondamento), si spera almeno che vengano applicate in modo rigoroso.

    A questo proposito riporto le parole del ministro Carfagna:

    «Faccio appello alla magistratura perché‚ giudichi senza sconti gli autori di questa tragedia. E alle giovani straniere, che nel nostro Paese stanno costruendo il loro futuro, voglio ribadire con forza che devono denunciare ogni sopruso, liberarsi appena possono, e farlo prima che si verifichino tragedie come questa, o quella di Hiina o quella di Sanaa».

    La violenza che certi musulmani – e sottolineo certi – praticano sulle donne è inconcepibile. Purtroppo quelle che si ribellano sono ancora poche.

    • frz40 ha detto:

      Come ho spesso detto, “l’integrazione passa dal bikini”. Così com’è passata per le nostre donne del Sud. Ma la strada è, a mio avviso, molto più lunga per loro.

  3. frz40 ha detto:

    Vi segnalo questo articolo, dal Corriere di oggi:

    “Attraverso vittorie e sconfitte l’integrazione passa dalle donne”
    di Isabella Bossi Fedrigotti

    L’integrazione degli stranieri — da un pezzo lo annunciavano i sociologi — passerà attraverso le donne. E le cronache, anche recentissime, sembrano dar loro ragione. Perché le donne, le ragazze, le giovani madri, per raccapezzarsi, per orientarsi, per riuscire a sopravvivere in un ambiente estraneo, devono per forza cercare contatti, informazioni, consiglio, assistenza: si iscrivono a corsi, vanno al consultorio, dal medico, al supermercato e inevitabilmente, pur senza volere, finiscono per familiarizzarsi con la nostra cultura. Più degli uomini, anche di quelli giovani, ai quali in genere non spetta il compito dell’accudimento domestico e che perciò hanno assai meno bisogno di sapersi muovere con dimestichezza tra i vari enti e istituzioni familiari, ma possono passare il loro tempo libero in qualche locale, non raramente assieme a connazionali.

    E la regola vale, più o meno, allo stesso modo per tutti gli immigrati, marocchini, romeni, moldavi, cinesi, pachistani, sudamericani: sono le donne che fanno da apripista, che esplorano il territorio, sia pure quello abbastanza vicino a casa. Hanno l’onore e l’onere dell’integrazione soprattutto le straniere di seconda generazione, meno legate alle tradizioni dei loro Paesi d’origine. Il perché si possa parlare anche di onere — a volte realmente pesantissimo — ce lo illustrano i fatti di cronaca, purtroppo nera, quando non nerissima. Né si è quasi mai sentito di giovani maschi presi di mira dai parenti per i loro comportamenti troppo simili a quelli dei coetanei italiani. Sempre quasi soltanto di ragazze: prese a pugni, bastonate, in qualche caso estremo, purtroppo, ammazzate.

    È una piccola, quotidiana, spesso invisibile guerra tra avanguardia e retroguardia di un vasto esercito, e l’ultima sua vittima — per la quale il ministro Carfagna ha, molto opportunamente, deciso di costituirsi parte civile — è di nuovo una donna, di prima generazione però, e neppure più una ragazza: colpevole di aver preso le parti di sua figlia che, come altre sue simili, simpatizzava troppo con l’avanguardia.

  4. marisamoles ha detto:

    Considero la Bossi Fedrigotti una persona intelligente e colta; di solito sono d’accordo con lei ma su questo intervento avrei qualcosa da dire.

    Lei osserva: “Perché le donne, le ragazze, le giovani madri, per raccapezzarsi, per orientarsi, per riuscire a sopravvivere in un ambiente estraneo, devono per forza cercare contatti, informazioni, consiglio, assistenza: si iscrivono a corsi, vanno al consultorio, dal medico, al supermercato e inevitabilmente, pur senza volere, finiscono per familiarizzarsi con la nostra cultura. ”

    Io vivo in un quartiere multietnico, in mezzo ad extracomunitari e non di ogni etnia, cultura e religione. Quello che dice la Rossi Fedrigotti può valere per alcune donne: quelle che provengono dai Paesi dell’est, ad esempio, e le africane (senegalesi, nigeriane … insomma, esclusa l’Africa mediterranea), ma non per le donne di origine islamica.
    Quando passo per la via, mi reco al supermercato o nei negozi del quartiere, non vedo quasi mai da sole le donne musulmane. Se escono, sono accompagnate dal marito e spingono, generalmente, un passeggino rimanendo a testa bassa per tutto il tempo. Mai vista una donna musulmana in un supermercato o in un negozio da sola. Gli uomini islamici, invece, girano quasi sempre da soli o in gruppo e non disdegnano le occhiate a noi “occidentali”. Guai, però, se qualcuno guarda anche solo di sfuggita le loro donne, quando hanno il permesso di uscire, sempre accompagnate.

    La scorsa settimana ho pubblicato un post in cui parlavo di una donna marocchina che è stata quasi uccisa a suon di botte dal marito solo perché voleva imparare l’italiano. Poi ho letto su un quotidiano di un’altra donna islamica costretta ad uscire con il velo per non far vedere i lividi che aveva sulla faccia. Ora il sospetto che il velo sia solo una maschera che copra i segni di violenza è fondato. Altro che credenze religiose!

    Insomma, quello che voglio dire è che se è vero che la strada verso l’integrazione sarà percorsa principalmente dalle donne, è anche vero che non per tutte ciò sarà possibile. Forse se iniziaeranno a ribellarsi, ma come abbiamo già detto, non c’è da attendersi una “rivoluzione delle donne islamiche” in tempi brevi. E poi, molte volte sono proprio loro a non cercare la libertà.

  5. Vincenzo ha detto:

    L’abbiamo sempre sostenuto: l’integrazione passa e passerà sempre e solo dalle donne e tra queste il motore sarà la scolarizzazione.
    Anche in Italia è stata la stessa cosa, seppure siano state strade percorse in ambienti molto differenti.
    Mia moglie, che ha esercitato per anni l’avvocatura a Torino mi ha parlato della Lidia Poet, avvocato, che per essere ammessa nell’albo professionale degli avvocati di Torino ha dovuto ricorrere fino alla Cassazione.
    Questo accadeva intorno al 1912.

    Vincenzo

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