I burattinai sui tetti.

Quando nel nostro Paese vedo qualche clamorosa manifestazione di piazza, istintivamente mi vien da schierarmi dalla parte opposta e penso che siano solo frutto di spaventose e pretestuose strumentalizzazioni dirette ed organizzate da burattinai che hanno tutt’altri interessi.

Ciò nonostante, cerco di capire quali possano essere le motivazioni di fondo di chi sta protestando.

Parlo, in questo caso, della protesta contro la legge per la riforma universitaria, vedo gli studenti in piazza e mi chiedo in che cosa siano toccati i loro diritti ed interessi.

Così ieri sera ho ascoltato con attenzione le risposte del Sen. Nicola La Torre (PD) a  precise domande che, a Porta a Porta,  gli poneva Bruno Vespa. La domande erano queste: “Perché pensate che questa riforma sia una rovina per i giovani? Che cosa perdono i ragazzi rispetto ad oggi? Cosa cambia per loro?” Le domande sono state poste per ben tre volte ed alle stesse non è stata data alcuna specifica risposta al di là di un generico: “ I giovani non vedono un futuro e da questa riforma percepiscono il messaggio che la classe dirigente non intende investire su di loro, nell’università e nella ricerca”. (le trovate qui)

Troppo poco, mi son detto, per scatenare una contestazione di questo tipo. Che la nostra università sia una schifezza, non c’è dubbio e tutti i confronti internazionali lo dimostrano, lo  sanno tutti. Che sia urgente ed indispensabile una riforma profonda nell’interesse degli studenti, mi par chiaro.

Cerco allora cerco di capire e questa mattina sfoglio i giornali. Lo confesso: a quelle domande di Bruno Vespa, non ho trovato alcuna risposta seria.

Ho letto che la riforma non è il risultato di un sogno di mezza estate ma che è stata formulata ascoltando le indicazioni che provenivano dal mondo universitario,  e che la Crui (la conferenza dei rettori) l’appoggia.

Poi ho letto da questo blog, Il Predellino, un post a firma di Antonio Martino dal titolo “La sinistra difende l’Università degli asini” che dice:

Avendo passato nell’università la gran parte della mia vita – vi sono entrato da studente nel 1964 e ne sono uscito nel 2002 da preside della facoltà di scienze politiche -, credo di conoscere abbastanza bene il processo di deterioramento che ha colpito i nostri atenei.

Le università oggi obbediscono a quella che ormai è diventata una regola generale in questo Paese; cioè, non vengono studiate e progettate nell’interesse dei loro utenti, cioè degli studenti, ma per la comodità e l’interesse di coloro che vi trovano lavoro. Servono a dare occupazione a persone altrimenti inoccupabili perché incapaci e semianalfabeti.

Sono recentemente tornato nella mia Alma Mater, la facoltà di giurisprudenza dell’università di Messina, e degli aspiranti ricercatori che volevano diventare stabilizzati non riuscivano a comporre una frase in italiano che avesse senso compiuto. E noi sforniamo migliaia di giovani che sono condannati alla disoccupazione perché inoccupabili.

L’università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l’idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un’occupazione degna del titolo di studio. Ho letto sui giornali che ci sono state mille domande per tre posti di operatore ecologico: molti di questi erano dei laureati.

Non si vergogna la sinistra di difendere l’esistente, il proliferare di università inutili, di facoltà inutili, di professori incapaci?”

Mi son detto: è di parte

Allora ho letto su Il Giornale, un intervista a Alessandro Orsini, 35 anni, ricercatore di Sociologia politica all’Università di Roma Tor Vergata, elettore di centrosinistra «da sempre» e a lungo membro del comitato di redazione della rivista Mondo Operaio. Lui dice che trova assurdo fare le barricate contro «una riforma che contiene aspetti che vanno assolutamente incoraggiati, principalmente il tentativo di introdurre il principio del merito. “Oggi – dice – professori che non hanno pubblicato nulla di importante e che non hanno voglia di lavorare sono trattati allo stesso modo di colleghi che si sono distinti all’estero, che dedicano la propria vita agli studi. [..] i mali attuali dell’università italiana non sono colpa della Gelmini. […]In Italia non esiste niente di più privato dell’università pubblica. Per cui i concorsi sono considerati proprietà personale di chi li ha banditi, in alcuni casi i primi a trovare spazio sono i figli, gli amanti e i parenti vari dei rettori e dei professori ordinari. Per non parlare di alcuni gruppi di potere che selezionano non in base al merito ma in base alla disponibilità nel rendersi complici di futuri imbrogli e di future truffe.[..]Io in Italia ho insegnato in sette università e posso affermare che, con alcune eccezioni importanti, l’università italiana è una realtà profondamente corrotta.[..] Sono da sempre di sinistra, ma quando si parla di università mi devo vergognare perché, in alcuni casi, la sinistra non difende i più deboli, i precari, ma i figli e le amanti dei rettori, dei presidi, dei direttori di dipartimento».

Ma allora mi chiedo: quei burattinai sui tetti, che cosa ci sono andati a fare? Ad usare la pelle dei giovani per abbattere il Governo?

E’ probabile. Ma se qualcuno mi sa dare una risposta diversa, faccia pure.

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9 risposte a I burattinai sui tetti.

  1. marisamoles ha detto:

    Avevo scritto a suo tempo un post sulla riforma universitari. Questo è il link .
    Avevo chiesto ad un mio nipote, ricercatore a Trieste, cosa ne pensasse. Mi ha risposto che è una buona riforma. Ma la sua esperienza sembra smentire in parte le parole di Antonio Martino. Mio nipote non è uscito con il 110 e lode eppure è rimasto in facoltà come dottorando e la sua tesi, o meglio l’oggetto della tesi, ha dato lustro alla facoltà visto che ne ha ottenuto un brevetto (su un lavoro esclusivamente suo, eppure non riconosciuto personale visto che è stata la facoltà a fornirgli gli strumenti per la ricerca). Mio nipote, che lavora ormai a ingegneria dal 2004, ha ottenuto premi internazionali e nazionali, ha collaborato con importanti università nel mondo (ora, ad esempio, è in California, due anni fa è stato in Colorado, poi in Cina, in Giappone, in Thailandia e altri paesi europei). Insomma, non mi pare che appartenga alla categoria delle «persone altrimenti inoccupabili perché incapaci e semianalfabeti». Sarà un’eccezione oppure quella che, a detta di Martino, sembra una regola è solo un’eccezione.

    Io, ventiquattro anni fa ho partecipato ad un concorso per ricercatrice all’Università di Udine, alla facoltà di Lingue. Ero già di ruolo alle medie, il giorno precedente avevo superato anche il concorso per le superiori … con due abilitazioni in tasca ed un posto sicuro potevo infischiarmene, ma allora ero tosta e quando mi mettevo in testa una cosa, non mollavo.
    Arrivata nell’aula, sono stata accolta in modo freddo dai commissari -che, tra l’altro, sembravano anche un po’ contrariati della mia presenza-, ma avendo già esperienza dell’Università di Udine, non mi sono stupita. Quando, dieci minuti più tardi, è entrata nell’aula la seconda e ultima candidata, ho capito il perché di quell’accoglienza: urletti di gioia, baci e abbracci, ciao come stai? e via dicendo. Chi pensi che abbia superato lo scritto? Se mi riferisco alla mia esperienza, tendo a dar ragione ad Alessandro Orsini quando dice: «Per cui i concorsi sono considerati proprietà personale di chi li ha banditi, in alcuni casi i primi a trovare spazio sono i figli, gli amanti e i parenti vari dei rettori e dei professori ordinari».

    Perché ti ho fatto questi esempi? Per mettere in evidenza il fatto che non si può considerare alla stessa stregua ogni realtà universitaria. Se la riforma vuole sanare ciò che non va, ne trarranno beneficio coloro che ora non riescono ad entrare nelle realtà corrotte, mentre a quelle università in cui le cose si fanno con equità non deriverà certamente un danno dalla riforma.

    • frz40 ha detto:

      Ci mancherebbe solo più che tutta l’università fosse corrotta e un covo di incapaci. Non è certo così, almeno lo spero. C’è troppa ‘fuffa’, ci sono spese inutili? Giudichi chi sa più di me. Io, come sempre, guardo i risultati e quelli non sembrano certo incoraggianti.

  2. frz40 ha detto:

    Tanto per essere più precisi, faccio riferimento alla classifica stilata ogni anno, da sette anni, da QS, società londinese di ricerche sul mondo della formazione, nata per ispirazione del Times. Tiene conto di cinque parametri a cui viene assegnato un peso percentuale diverso. Il 40% del voto dipende dai giudizi formulati dalla stessa comunità accademica. Pesano per il 20% la qualità della ricerca scientifica e il rapporto tra numero di facoltà e iscritti. L’ultimo 20% dipende dal numero di collaborazioni internazionali e dalla valutazione di cinquemila capi del personale e amministratori delegati sparsi nel mondo.

    La prima università italiana, su 500, è Bologna al 176˚ posto (è scesa di due posti rispetto alla classifica precedente). La Sapienza, a Roma, è 190ª. Le successive tre sono collocate tra il 190˚ e il 300˚ posto. Dieci stanno oltre il 400˚. Gli altri sessanta atenei italiani non sono neanche presi in considerazione. Le prime dieci sono americane e inglesi

  3. quarchedundepegi ha detto:

    @Marisa
    Ci sono sempre le eccezioni che confermano le regole. Ho lavorato in prima linea in una clinica universitaria. Ne sono scappato appena possibile.

    Ho letto: Le Università ci sarebbero “per la comodità e l’interesse di coloro che vi trovano lavoro”.
    Mi hai fatto ricordare che da anni dico che gli Ospedali (e non solo in Italia) ci sono per quelli che ci lavorano dentro e, naturalmente, non per quelli che ci entrano per essere curati.

    • marisamoles ha detto:

      Io ho partorito tutte e due le volte nella clinica universitaria dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico materno -infantile (guai a chiamarlo ospedale! 🙂 ) Burlo Garofalo di Trieste. Sono stata ricoverata anche nella divisione di ginecologia e ostetricia del Burlo stesso e posso dire che non c’è paragone: molto meglio la clinica universitaria. C’è da dire, però, che la facoltà di medicina dell’Università di Trieste è molto quotata. E poi, per il paziente il fattore “fortuna” incide notevolmente. Almeno, questo è ciò che penso.

  4. quarchedundepegi ha detto:

    @Marisamoles
    L’aver scritto “gli Ospedali ci sono per quelli che ci lavorano dentro e, naturalmente, non per quelli che ci entrano per essere curati” sembra un po’ pesante. La spiegazione sarebbe troppo lunga. Penso dovrò scrivere un articoletto esplicativo.
    La “fortuna” è troppo importante!

  5. frz40 ha detto:

    Qualche numero:
    La Gelmini ieri ha dedicato una nota per sottolineare che: «Affermare che l’Italia spende poco perl’università è falso. Il nostro Paese spende molto ma lo fa male, alimentando sprechi e privilegi non più sostenibili».
    E ha fornito alcuni dati: «In Italia esistono 95 università ma nel nostro Paese si laureano meno studenti che in Cile; oltre alle sedi centrali, sono state attivate più di 320 sedi distaccate nelle località più disparate, come Barcellona Pozzo di Gotto, Ozzano nell’Emilia, Priolo Gargallo; sono attivi 37 corsi di laurea con 1 solo studente e 327 facoltà con 15 iscritti; nel 2001 i corsi di laurea erano 2.444, oggi sono più che raddoppiati arrivando a 5.500. Negli altri Paesi europei, la media dei corsi di laurea è la metà».

  6. frz40 ha detto:

    Vi raccomando inoltre la letture di questo editoriale a firma Franceso Giavazzi per Il Corriere di oggi:

    Riforma che va difesa

    Lo trovate qui

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