8 marzo 2011 – .. e quello di Beppe Severgnini


 

Quando si vuol fare della demagogia facile si inizia un articolo in questo modo:

Quando non riescono ad accettare i cambiamenti, gli uomini – intesi come maschi – offrono complimenti. Quando non sanno imporsi rinunce, espongono buone intenzioni. La giornata di oggi, 8 marzo, vedrà un turbinìo di eventi, iniziative, congratulazioni e riconoscimenti del ruolo della donna. Ma le donne – intese come femmine – ormai l’hanno capito. Basta scostare le mimose, e il panorama retrostante è spoglio.

Per dire che cosa? Ecco qua:

Il Corriere ieri citava la recente indagine Eurostat: siamo in coda tra i Paesi dell’Unione Europea. L’occupazione femminile diminuisce dopo il primo figlio, crolla dopo il secondo. Solo Malta è messa peggio di noi. Lo suggerisce l’osservazione, lo conferma uno studio dell’università Bocconi: senza il reticolo familiare poche nostre connazionali potrebbero lavorare. L’aiuto quotidiano dei nonni è indispensabile per trenta italiane su cento. Le danesi e le svedesi costrette a chiedere aiuto ai genitori per badare ai figli? Due su cento. Sorpresi? Probabilmente no. Chi non ha sperimentato le carriere che si bloccano alla prima gravidanza (part time e telelavoro sono temi buoni per i convegni) conosce una donna che s’è trovata in quella condizione.

Questo, dunque il capo d’accusa: le donne sarebbero meno occupate degli uomini perché mancano gli asili nido. Fantastico. Non perché manca il lavoro in Italia in generale, ed in quella del Sud, in particolare, come ho cercato di dimostrare con questo precedente articolo (Non prendiamole solo in giro, queste povere donne). Nell’Italia del Nord i livelli occupazionali delle donne non sono troppo dissimili da quelli dei principali Paesi Europei. Sono invece un disastro dove il lavoro non c’è per nessuno e gli asili nido non servirebbero a nulla.

La realtà è che i posti di lavoro mancano, e che poco importa se quei pochi sono occupati da uomini o donne. Probabilmente lo sono più da uomini perché meglio si adattano alle loro caratteristiche. Inoltre, dato che una vita di lavoro dura circa quarant’anni e che, quindi, solo un quarantesimo degli occupati lascia ogni anno il lavoro, anche ammesso che in certi casi sia cosa buona e giusta, c’è una grossa isteresi nel processo di occupare donne e disoccupare uomini.

Ma l’indomito Beppe prosegue:

La buona notizia? La carovana dei grandi Paesi occidentali s’è rimessa in moto. Cerchiamo di capire dov’è il gancio da traino. Negli Stati Uniti il presidente Obama approva il Lilly Ledbetter Fair Pay Act contro la discriminazione salariale. In Gran Bretagna il rapporto Davis chiede di portare al 25% la quota di donne nei consigli di amministrazione entro il 2015. La Francia approva una legge che porterà al 40% le donne ai vertici delle società quotate entro il 2017. In Germania, Angela Merkel ha annunciato di voler imporre quote rosa del 40% in tutte le grandi aziende.

Non ci sto. Nella mia vita di lavoro ho assunto dieci più volte donne che uomini, le ho nominate quadri, le ho fatte diventare Dirigenti Industriali. Non perché me lo imponeva una legge, ma perché se lo meritavano. Tutto, qui. Molto più semplice di quel che si vuol far credere e il tutto senza avventure da letto.

Già, le avventure da letto. Non manca di farne cenno il buon Beppe:

Nessuno di questi Paesi ha avuto un caso Ruby che spingesse le donne in piazza.

Lasci perdere, per favore. Le donne non sono state spinte in piazza dal caso Ruby, ma dai burattinai che le hanno spinte per tutt’altri motivi. E nei letti alcune, certo non tutte, si sono spinte da sole, come hanno fatto da sempre.

Dice ancora:

Tutti hanno capito però che, in tempi incerti, bisogna sfruttare le risorse a disposizione. E le donne sono una risorsa immensa.

Giusto. Ma, ma mi rifiuto di considerare che le donne siano “brave per legge”. Sono brave, molto più degli uomini quando sono occupate in mestieri che sfruttano le loro caratteristiche e in questi devo trovare maggior spazio. Ma lo ripeto fino alla nausea: il problema è che non c’è lavoro, che l’Italia è un Paese decotto e senza futuro, che i posti di lavoro non sono destinati a crescere e che l’Italia non è un Paese “bradipo” per scelta culturale dei maschi, ma per le scelte politiche che sono state fatte negli ultimi quarant’anni.

Qui tralascio gli ultimi due paragrafi dell’articolo di Severgnini (che trovate comunque qui), ma quando, riferendosi agli uomini, alla fine dice….

Una festa che scivolava pericolosamente verso il romanticismo commerciale – l’8 marzo come un 14 febbraio per ritardatari – conosce quest’anno un improvviso risveglio. Cerchiamo di dimostrare che è una nuova stagione anche per noi.

…..non posso che ripetere: sì, e allora incominciamo a non prenderle in giro.

(L’articolo del Corriere: Il Fattore Donne e il Paese)

Questa voce è stata pubblicata in Donne e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a 8 marzo 2011 – .. e quello di Beppe Severgnini

  1. marisamoles ha detto:

    Ho già detto che l’8 marzo per me è una festa inutile. Delle donne ci si deve ricordare sempre, non solo una volta all’anno.

    I commenti che fai sull’articolo di Severgnini mi trova d’accordo. Sì, è vero, il lavoro manca, più al sud che al nord, e spesso le donne si trovano a fare le “casalinghe disperate” anche se avrebbero voglia di far carriera, specie quelle che nel cassetto mettono una laurea, anche due o tre. D’altra parte, se non lavorano, quelle che hanno più testa non stanno a perdere tempo … sempre che abbiano alle spalle una famiglia che le possa mantenere.

    Quello su cui non concordo (mi riferisco alle riflessioni di Severgnini) è che in Italia si facciano pochi figli perché mancano gli asili nido e non tutti possono contare sui nonni disponibili. Su questa seconda osservazione sono d’accordo. Teniamo conto anche del fatto che, sempre che i figli non si facciano a cinquat’anni, i nonni sono spesso occupati, anche le nonne che lavorano. Ma che non si facciano figli perché non ci sono le strutture, questo non lo credo.

    Ecco quello che ho fatto io. Io e mio marito, da soli in una città diversa da quella in cui siamo nati, senza parenti né di primo né secondo né terzo grado, abbiamo messo al mondo due figli a distanza di 22 mesi. Coraggiosi? Forse sì. Fortunati? Certamente. Io ero già di ruolo, mio marito aveva un lavoro sicuro. Ma avevamo due stipendi normali, non cifre stratosferiche.

    Un bambino costa molto: pannolini, latte in polvere (io sono stata fortunata perché li ho allattati entrambi per sette mesi), abbigliamento, prodotti igienici, medicine per eventuali malanni, giocattoli, aggeggi vari di tipo ludico e non (un box, passeggino, seggiolone, girello [forse oggi non più tanto di moda], arredamento della cameretta, fasciatoio compreso) e chi più ne ha più ne metta. A parte questo, finito il periodo di maternità, è stato necessario affidarli a qualcuno. Non essendoci nonni vicini, abbiamo pagato la baby-sitter prima per uno solo, poi, per un breve periodo, per tutti e due, quindi per uno solo di nuovo. Non avendo avuto la possibilità di un posto al nido, li ho mandati entrambi in una scuola materna gestita dalle suore di Madre Teresa di Calcutta (persone splendide, tra l’altro) che avevano anche la sezione nido, dai due anni e mezzo. Poi, entrambi hanno frequentato l’asilo comunale, certamente meno costoso ma pagavo comunque i pasti.

    Con l’inizio delle elementari non è stato, in ogni caso, rose e fiori. Se si ammalavano avevo comunque bisogno di una bambinaia ed era davvero difficiele trovarne una, buttandola giù dal letto alle 7 di mattina. Quando il primogenito ha avuto la varicella, non ho potuto assentarmi dal lavoro nemmeno un giorno (aveva più di tre anni, quindi niente permessi retribuiti) e non è stato facile trovare una persona disponibile perché se aveva figli o non aveva avuto la varicella temeva il contagio.

    A tutto ciò, aggiungiamo pure il fatto che quando i miei figli erano piccoli, frequantavo il perfezionamento all’università e ho superato l’ultimo concorso per la terza abilitazione, per insegnare al liceo. Nessuno capiva perché lo facessi, visto che i nuovi titoli non mi avrebbero portato ad ottenere uno stipendio più alto. Per ambizione? Forse, un po’. Ma soprattutto perché la mia cattedra era in montagna e volevo evitare di fare ogni giorno 100 km e più. Immaginatevi quanto mi costava la baby-sitter – per esempio, se i figli erano ammalati- dovendo pagare due ore in più al giorno. Ma anche quando avevo l’assegnazione per un anno a Udine, non possedendo il garage, perdevo mezzora e anche più per trovare parcheggio e imprecavo perché dovevo pagare un’ora in più ogni due giorni la bambinaia.

    E quando avevo le riunioni o i corsi al pomeriggio? Altri soldi. Ricordo benissimo che un collegio docenti mi costò 65mila lire. Avevo affidato i bambini ad una signora che gestiva un piccolo asilo in casa (abusivo, ovviamente) e mi ha fatto pagare il doppio all’ora perché teneva due bambini. Non mi era mai successo: la baby-sitter non mi ha mai chiesto il doppio e anche i centri vacanza dove li mettevo d’estate (per respirare un po’ e per fare le pulizie stagionali in pace, mica per andare ai Caraibi!) mi chiedevano il prezzo intero per uno e metà per l’altro.

    Insomma, mi pare che di sacrifici ne abbiamo fatti tanti, a tutti i livelli. Se penso che l’astensione facoltativa che ho chieso in toto per stare più tempo possibile per il mio primogenito mi è costata 4 milioni … 😦 Eppure, siamo sopravvissuti e così potrebbero sopravvivere benissimo le giovani coppie d’oggi. Quindi, che Severgnini non mi venga a dire che non si fanno i figli perché non ci sono gli asili, per favore.

    • frz40 ha detto:

      I figli non sono né un oggetto per togliersi un capriccio, né un pacco da depositare da qualche parte in attesa che qualcuno te li cresca e te li tolga di torno. La condizione necessaria per metterli al mondo è che alle spalle ci sia un rapporto stabile, almeno nei presuposti, su cui contare: e cioè una coppia che vuol diventare una famiglia. Oggi la coppia fa molta fatica a pensare di voler diventare una famiglia. Dimuiscono i matrimoni, crescono i divorzi e le separazioni e nell’incertezza ci si rifugia nelle convivenze “di prova” che, per loro natura escludono di far figli. Ci si sposa sempre più tardi e più è tardivo il matrimonio, meno figli si fanno. E le donne fanno sempre più liberamente sesso, anche nei rapporti stabili, con molti più strumenti a loro disposizione per non far figli, IGV comprese.

      Queste sono le ragioni per cui si fanno meno figli, non la mancanza di asili e nemmeno le condizioni di vita. Al contrario, proprio queste ultime dimostrano che più si è poveri (immigrati, e certe regioni del Sud), più figli si fanno.

      E ancora una volta ci raccontano delle palle politiche.

  2. Lou ha detto:

    Mah…con Severgnini non sono d’accordo, é vero la sua é demogogia spinta. Ma non ci vedo somiglianze con l’articolo di Zucconi. La fonte citata é il World Economy Forum e si parla di partecipazione al lavoro retribuito, eguaglianza retributiva e posti di responsabilità, non solo di impegni familiari e asili nido. Forse nella realtà che hai vissuto tu (e in quella che vivo io) non c’é una discriminazione, ma in molte altre si, purtroppo. E non mi sento presa in giro.
    La questione del caso Ruby non va legata al rispetto per le donne. Loro hanno SCELTO quella strada e hanno voluto farsi trattare così. La loro deprimente volgarità per le facili marchette non mi fa sentire niente in comune e niente da difendere come donna. In piazza con le donne ci sarei andata per dire basta ad un sistema che vive di marchette e mazzette, in cui la “corte” é piena di persone che sono pagate 12 mila euro al mese non certo per le loro reali capacità e in cui i valori umani, compresi quello del rispetto, sono stati buttati via. Per questo si che mi sento presa in giro.

    So che non la pensi così, ma era solo per spiegarti come la vedo io. 😉

    • frz40 ha detto:

      Non aprovo certo le carriere fatte a suon di marchette e mazzette, E lo sai bene.

      Ma dovresti anche saper bene che le “corti” sono piene di favoritismi di vario genere, molti molto più gravi di un paio di marchette. E lo sono di tutti i colori politici. Allora se vogliamo scendere in piazza, facciamolo pure, vengo anch’io, ma contro tutti. Se no mi prendono in giro.

  3. Silvia ha detto:

    A me delle statistiche pubblicate in questi giorni ha colpito il fatto che le donne italiane ricorrano molto piu’ delle altre in Europa all’aiuto dei nonni per la gestione dei figli….non ho piu’ l’articolo ma si vedeva chiaramente che senza l’aiuto quotidiano dei nonni per il 30% delle donne probabilmente diventerebbe diseconomico lavorare. Io appartengo invece al 45% che conta sui nonni almeno una o due volte a settimana.
    La percentuale scendeva drasticamente nei paesi nordici…noi eravamo all’ultimo o al penultimo posto in Europa.
    Qui da noi durante le vacanze estive i nonni vengono spremuti come limoni (o altrimenti devono scappare lontano e rendersi irreperibili)…conosco una coppia di nonni che ha detto ai figli di essere in vacanza, ma in realtà si godeva “in incognito” la vita in città.

    • frz40 ha detto:

      Io, e soprattutto mia moglie, facciamo parte della schiera di quei nonni “spremuti come limoni” e spesso ci chiediamo come facevamo noi, ai nostri tempi, che i nonni a mezzo servizio non li avevamo.

      Ma in fondo, fin che la salute tiene, è un piacere e aiuta a vivere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...