I nostri nonni, povera gente

Sì, queste sono le nostre storie:

CARI STUDENTI CHE SOGNATE “MA LAVORATE”

Lettera aperta ai ragazzi che non hanno voglia di faticare sui libri: ci sono troppe università
che vendono solo fumo, se non scegliete una professione sicura diventerete i poveri di domani

Di Gianpoalo Pansa

Ricordati che possiamo sempre ritornare poveri!

Di solito rispondo così ai ragazzi e alle ragazze che, per telefono o per lettera, mi chiedono di aiutarli a fare il giornalista. Prima gli domando che cosa fanno oggi. Loro mi spiegano che vanno all’università. Chiedo: in quale ateneo? Così scopro che esistono sedi universitarie che non ho mai sentito nominare. Con strani corsi di laurea. Tutti creati allo scopo di offrire uno stipendio a docenti spesso improvvisati. Quelli di giornalismo sono colleghi ancora in attività o in pensione, saranno anche bravi, però non ricordo un articolo scritto da loro.

A quel punto chiedo al ragazzo o alla ragazza: lo sai che in Italia i giornalisti sono troppi e molti editori stanno sfoltendo le redazioni, anche in testate importanti? No, non lo sanno. Allora domando: perché vuoi fare il giornalista? Risposta: perché mi piace scrivere, e al liceo avevo ottimi voti in italiano. Altra domanda: la tua famiglia è ricca? Risposta: per niente, anche se riesce a pagarmi l’università. Nuova domanda: perché non scegli un’altra professione, ad esempio l’infermiere, il paramedico, la badante?

Alla parola badante, sento che un brivido di orrore scuote la ragazza o il ragazzo: perché proprio la badante? Risposta: perché la società italiana invecchia e ci sarà sempre più bisogno che gli anziani vengano assistiti in casa. Saranno necessari infermieri, che oggi ci arrivano da centoquaranta paesi stranieri, e con loro fisioterapeuti, massaggiatori, addetti alla riabilitazione, governanti di case… Avverto un altro brivido di orrore.

A quel punto concludo la conversazione con una profezia: se non capisci come gira il mondo, preparati a diventare di nuovo povero. Come forse lo erano i tuoi nonni o i tuoi bisnonni. Sai qualcosa della loro vita? No, non sanno nulla. Io invece lo so. Perché non sono più di primo pelo. E di tre poveri conosco tutto. Erano i miei nonni paterni e mio padre.

Mio nonno Giovanni Eusebio Pansa era nato nel 1863 a Pezzana, nel Vercellese, un paese di duemila abitanti, sul confine orientale della pianura che guarda il fiume Sesia e la Lomellina. L’unità d’Italia, quella che si celebra oggi, risaliva a due anni prima, ma lui non ne era stato informato. Sapeva soltanto di essere un povero strapelato, uno dei tantissimi del suo paese natale. Un luogo sempre affogato nella nebbia. Un posto di risaie, cascinali isolati, pochi padroni e tanti contadini senza terra.

Di abbondante c’era soltanto la malaria. Ci dava dentro ogni mese dell’anno perché non veniva curata a dovere. Il chinino non era ancora gratuito e costava caro come il fuoco. Chi si ammalava, di solito andava al creatore. Per deperimento organico, ossia per la fame. Per le tumefazioni della milza. Per le cirrosi epatiche malariche.

I ragazzi cominciavano a lavorare molto presto, fra i 10 e gli 11 anni. I maschi venivano portati alla fiera di Vercelli, che si svolgeva il 2 febbraio alla ricorrenza della Madonna Siriola e il 1° agosto. Qui arrivavano i proprietari delle terre che affittavano i bambini per sei mesi. I primi a essere scelti erano “i fioroni”, gli alti di statura, poi i più piccoli. Diventavano i loro servi, quasi sempre addetti a fare “al vachè”, il ragazzo di stalla, comandato a guardare le mucche dall’alba al tramonto.

Questo fece mio nonno, sino ai 19 anni. Poi nel 1882 venne arruolato nel nuovo esercito dell’Italia unita. Stava nella fanteria, dove la ferma triennale era stata ridotta di un anno. Giovanni era analfabeta, ma incaserma i maestri militari gli insegnarono a leggere e a scrivere. Alla conclusione della ferma, il soldato doveva affrontare l’esame di scrittura e lettura. Se non ce la faceva, era obbligato a sciropparsi altri sei mesi di servizio militare. Se non superava neppure il secondo esame, altri sei mesi da soldato. Poi il Re lo mandava a casa comunque, con un calcio nel sedere.

Anche mia nonna Caterina Zaffiro, nata a Caresana nel 1869, siamo sempre nella pianura di Vercelli, era analfabeta e tale rimase sino alla morte, nel 1947. Lei e Giovanni si sposarono nell’agosto 1888, quando lui aveva 25 anni e lei appena 19. Unirono due miserie. Mangiavano pane e appetito. Oppure polenta e coltello. Però la polenta non sempre c’era. Per averla, bisognava rubarla. Ricordo di aver sentito mia nonna recitare, in dialetto, una filastrocca: «Polenta, polentata, è più buona se l’hai rubata».

Giovanni e Caterina misero al mondo sei figli. Ma non conosco se altri siano morti subito dopo la nascita. Mio padre Ernesto fu il quinto, nato il 6 ottobre 1898. Quell’anno, in Piemonte, i bambini che non superavano i primi dodici mesi di vita erano ancora diciassette su cento. Le madri erano denutrite. Il loro latte era povero. Ai neonati offrivano una poltiglia di pane grattato e farina. Oppure bocconi di polenta e di minestra già masticati dalla mamma. Anche mio padre venne nutrito così. E fu tanto fortunato da sopravvivere alle malattie intestinali, al rachitismo, al morbillo, alla scarlattina e alla difterite, tutte mortali tra i poveri.

Giovanni Eusebio, contadino senza terra, morì all’improvviso, mentre zappava il campo di un padrone. Era il 2 maggio 1902 e aveva appena 38 anni e mezzo. Una fine molto precoce, visto che allora l’età media dei maschi era di sessant’anni. E di solito smettevano di lavorare a 55, perché erano sfiniti dalla fatica. Mia nonna Caterina, rimasta vedova a 33 anni, rifiutò di affidare i figli alla carità pubblica. E li allevò da sola, nella miseria più nera. Un giorno mi disse: «Ho fatto tanti mestieri, compresa la ladra. Tranne uno: la slandrona». Voleva dire la puttana.

Alla morte del padre, Ernesto, mio papà, aveva tre anni e mezzo. L’ultimo dei suoi fratelli, mio zio Francesco, un anno. Quanto fosse immensa la loro miseria, lo compresi molto tempo dopo. Il giorno che chiesi a Ernesto come si fosse trovato durante la prima guerra mondiale, da soldato del genio. Arruolato nel febbraio 1917, a 18 anni e quattro mesi.E mandato subito al fronte nella Terza Armata.

Gli domandai: «Sei stato bene sotto le armi?». Lui mi rispose: «Non bene: benissimo! L’esercito mi ha dato il primo cappotto della mia vita, non ne avevo mai avuto nessuno, mi difendevo dal freddo con una vecchia mantella. Poi un paio di scarponi nuovi, al posto delle scarpe di terza mano, sempre sfondate. Poi due pasti al giorno, e in uno c’era sempre un po’ di carne, mentre a casa la vedevamo soltanto a Natale. Ho assaggiato per la prima volta la cioccolata. Ho fumato la prima sigaretta. E ho conosciuto le donne nei bordelli della Terza Armata. Che per volere del Duca d’Aosta erano i migliori dell’intero esercito italiano».

Anche approdato a tempi più fortunati, Ernesto non dimenticò mai che cosa aveva passato. La sua lezione, rivolta a me, era sempre la stessa: «Ricordati che possiamo diventare di nuovo poveri.

Studia, ma soprattutto datti da fare. Il piatto di minestra non te lo regala nessuno!»

(Via: Libero del 10 marzo 2011)

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4 risposte a I nostri nonni, povera gente

  1. Drilly ha detto:

    Mia madre che è morta due anni fa a 97 anni mi raccontava spesso (famiglia composta da babbo, mamma e due sorelle nella bassa mantovana) come si svolgeva il pasto serale: due uova, una al babbo perchè lavorava nei campi, mezzo uovo alla mamma e un quarto a ciascuna delle due sorelle, condito con un cucchiaino di lardo (nessuno usava l’olio di oliva, troppo caro). Il tutto con fette di polenta a iosa. Eppure mia mamma è vissuta sino a 97 anni e sua sorella a 96. Mangiavano alle cinque e alle sei di sera erano già a letto per non consumare l’olio della lucerna. E noi ci lametiamo della nostra triste sorte. Sai cosa ti dico? Erano più felici loro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Silvia ha detto:

    E’ vero, bisogna ricordare ogni tanto la nostra storia. Mio nonno aveva sempre la dispensa piena, era lui che andava a fare le spese, si divertiva tantissimo e comprava ogni articolo in triplice copia. Ho capito il perché solo quando è mancato, perché lui non mi raccontava mai queste cose: durante la seconda guerra ha subito tutte le peripezie del soldato italiano: in Africa e poi catturato dai tedeschi e inviato a Dachau, penso pesasse 40 kg quando è tornato a casa.
    …..penso che il problema dell’Italia di oggi sia il fatto che nessuna categoria dichiari di essere pronta a sacrificare qualcosa di quello che ha….per evitare che tutti perdano tutto in futuro.
    Ai miei figli dico che mi piacerebbe tanto che lui capisse quello che gli piace fare, la sua passione e poi scegliesse il lavoro di conseguenza. Se fai quello che ti appassiona sicuramente avrai piu’ possibilità di riuscire, e se non riuscirai comunque non sarà tempo sprecato. Poi cerco di insegnare amche che in ogni lavoro ci sono cose belle e appassionanti, e cose noiose. A scuola ho visto che hanno appeso un pannello che parlava del “diritto” al lavoro…mancava la parte relativa ai doveri!

    • frz40 ha detto:

      Se guardiamo indietro nelle nostre famiglie credo che nessuno di noi abbia difficoltà a ritrovare quanti dei nostri nonni mangaivano, come dice Pansa, “pane e appetito”. Ma ce ne dimentichiamo troppo spesso e parliamo solo di diritti e mai di doveri.

      Quanto al lavoro, poi, mi sorprende sempre l’elevato numero di aspiranti impiegati poco facenti, per lo più dipendenti dallo Stato o da Enti pubblici, senza professionalità. senza arte né parte. Burocrati senza soddisfazioni e con tante pretese.

      Ho sempre ammirato molto, per contro, quei pochi che si sporcano le mani di fango e di grasso per lavori anche umili, ma svolti con incredibile impegno e tanta passione.

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