Libia: un po’ di storia, questa sconosciuta.

dalle Lettere al Corriere della Sera

SINISTRE E GUERRA DI LIBIA CHE COSA ACCADDE NEL 1911

La sinistra avversava la guerra in Libia nel 1911 perché riteneva che essa portasse benefici alla borghesia e miseria e lutti al proletariato e alla classe operaia. La sinistra di oggi è interventista. Cambierà atteggiamento davanti al primo caduto italiano in Libia del XXI secolo?

Marco Preioni 

Caro Preioni, Nel 1911 la sinistra si divise. Vi furonomanifestazioni, scioperi e qualche tentativo d’interrompere le comunicazioni, come a Forlì, dove un giovane militante repubblicano (era Pietro Nenni) si mise alla testa di 3.000 persone e le guidò alla conquista della stazione ferroviaria per impedire l’affluenza ai distretti di coloro che erano stati richiamati alle armi. Nella stessa città, qualche ora prima, un giovane militante socialista (era Benito Mussolini) aveva pronunciato un infuocato discorso contro la guerra. I due tribuni (erano entrambi avvincenti oratori politici) furono arrestati, processati a Forlì in novembre e condannati a un anno di prigione. Si incontrarono e fraternizzarono nel carcere di Bologna da cui uscirono in febbraio quando la pena, in appello, fu ridotta a cinque mesi. Ma queste turbolenze ed effervescenze non disturbarono il presidente del Consiglio. Giovanni Giolitti era convinto che il Paese avrebbe plaudito alla guerra e scrisse al re il 25 settembre: «Movimento socialista non credo abbia importanza. Parecchi socialisti sono favorevoli all’impresa e stamane Barzilai venne a dirmi che repubblicani non approvano contegno socialisti e non creeranno imbarazzi». Aveva ragione. Al congresso socialista di Modena, due settimane dopo, la maggioranza prese posizione contro la guerra, ma Ivanoe Bonomi, leader dell’ala moderata, pronunciò un discorso in cui sostenne che «tutte le civiltà industriali, ad un certo momento del loro sviluppo, hanno bisogno di cercare mercati nuovi, terre nuove, campi ed attività nuovi. Ora, una nazione giovane come l’Italia è ad uno dei punti salienti della sua storia, non può rinunciare alla tentazione di affermarsi nel mondo». Quanto ai repubblicani, riuniti a congresso il 29 ottobre, la mozione di Barzilai ebbe soltanto 4.300 voti contro i 22.000 di coloro che erano contrari alla guerra. Ma l’assicurazione data a Giolitti (non creeremo imbarazzi) fu confermata dai fatti. Il consenso più interessante e sorprendente venne da un gruppo di sindacalisti rivoluzionari, un movimento della sinistra radicale che si ispirava alle teorie di Georges Sorel, autore di «Riflessioni sulla violenza» e teorico dello sciopero rivoluzionario. Uno dei suoi maggiori esponenti, Arturo Labriola, sostenne che non era possibile separare il concetto di classe sociale da quello di nazione e che i socialisti, quando avessero conquistato il potere nelle grandi potenze, avrebbero finito per ereditarne la cultura politica. Ma «se il trionfo del socialismo dovesse accompagnarsi alla conservazione della egemonia militare ed economica da parte di due o tre popoli, esso si risolverebbe in una colossale mistificazione (…). Non avremmo più classi superiori, ma avremmo popoli minori ». E per meglio sostenere l’utilità della guerra di Libia aggiunse che il conflitto avrebbe preparato il popolo italiano alla rivoluzione: «Il proletariato dell’Italia non è buono a fare la rivoluzione perché non è nemmeno buono a fare la guerra». Sono concetti non troppo diversi da quelli dell’interventismo di Mussolini alla vigilia della Grande guerra

Sergio Romano

Via Lettere al Corriere della Sera.

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