Genitori e figli

Lo confesso: mi sento un po’ un vecchio trombone nel proporvi questo pezzo di Gianpaolo Pansa per Lbero oggi, ma molte cose le condivido. Troppe?

 I genitori del Duemila? Tanto vale abolirli

Vi siete mai trovati in un ristorante quando entra una giovane coppia con un paio di bambini? La sala è tranquilla, i clienti pranzano conversando a bassa voce, nessun cellulare suona. All’improvviso, la sala diventa un inferno. I figli della coppia cominciano a scorazzare per il locale, urlano, manovrano le automobili di plastica che si sono portati da casa, s’infilano sotto i tavoli degli altri clienti. I genitori fanno finta di nulla. Anche il proprietario del ristorante non batte ciglio. Se qualcuno protesta, il padre dei bambini lo manda a quel paese.

La scena cambia e diventa una scuola media inferiore. I bulli prosperano. Sono ragazzini terribili che studiano poco o niente, schiamazzano in classe, si prendono gioco dell’insegnante, a volte picchiano i compagni più deboli. Quando arriva la pagella, zeppa di voti orrendi, qualche madre va a protestare dai professori. Difende a spada tratta il figliolo che non merita quei giudizi negativi. Lo fa con un’energia che spaventa. Un giorno una insegnante mi ha detto: «I genitori sono diventati i sindacalisti dei loro figli!».

Terza scena: le strade di una grande città. La sera diventano il campo di battaglia delle baby gang. Il teppismo giovanile dilaga. Non c’è più differenza tra violenti del posto e violenti immigrati. Le loro scorribande non conoscono limiti. Spesso vengono riprese dalle telecamerine dei capi banda. Poi sono affidate a YouTube oppure a Facebook, affinché tutti vedano quanto le gang siano imbattibili. È accaduto a Milano e in altri luoghi.

Quelle descritte sono soltanto tre tappe di un processo diabolico che ha origine in famiglia. Ha un nome preciso: l’educazione inesistente, accoppiata con la rinuncia all’autorità da parte dei genitori. Un vecchio detto contadino recita: «Cresce quello che si semina». Non hai seminato nulla? Non crescerà nulla. I tuoi figli verranno fuori vuoti, storti, indifferenti a qualsiasi norma etica e incuranti di qualunque norma di legge.

PREMI E PUNIZIONI

Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. Per questo motivo non getto la croce addosso alle famiglie dei quattro ragazzi che in Toscana hanno massacrato i due carabinieri. Ma qualche domanda i parenti se la saranno fatta, purtroppo soltanto dopo quell’assalto vigliacco. Si saranno chiesti come mai abbiano permesso che tre minorenni e un maggiorenne di appena 19 anni siano stati liberi di passare la notte a un rave party. Per poi ubriacarsi, drogarsi e aggredire la pattuglia che li aveva fermati alle dieci del mattino.

Mentre scrivo mi accorgo di essere un anziano signore ingenuo, un marziano nell’Italia del 2011. Oggi molti genitori di domande sui figli non se ne fanno più. Hanno gettato la spugna. Non vogliono sapere niente di loro. Si limitano a finanziarli per non avere la rabbia in casa. La parola “castigo” è diventata una bestemmia. La società odierna rifiuta di castigare, punire, reprimere chi sbaglia. Se poi a sbagliare sono i giovani, l’assoluzione è garantita: poveri figli, si comportano così perché non hanno lavoro e, di conseguenza, neppure un futuro. Quando sento i telegiornali strillare che un terzo dei giovani italiani è senza un impiego, mi irrito. Tra le tante sue colpe, la tivù è diventata la madre di tutte le favole sul destino malvagio delle nuove generazioni. Mai che si dica la verità: il lavoro c’è, faticoso, spesso ingrato, però esiste. Basta adattarsi. Sono gli stessi mestieri che hanno dato da vivere ai nostri genitori. Non sto parlando di secoli fa, ma di un’età più vicina: il Novecento, il secolo che ha visto l’Italia diventare un paese ricco, generoso, senza paura.

Le famiglie italiane hanno informato i figli di come andava la baracca prima che loro nascessero? Penso di no. Insieme al castigo, manca pure la capacità di trasmettere le esperienze delle generazioni passate. I ragazzi cresceranno ignoranti? Pazienza, l’unica cosa che conta è farli sentire soddisfatti, felici, assistiti, convinti di meritare tutto. E di ottenerlo, questo tutto.

GIOVANI CONSUMATORI

Oggi il ragazzo è il cliente di un mercato gratuito, dove si conquista qualunque merce senza fatica e senza soldi. Vuoi la motocicletta, caro figliolo? Certo che la voglio. Dopo verrà l’automobile, l’ultimo aggeggio elettronico, l’abito alla moda, le scarpe costose, le vacanze senza risparmio, i lunghi week end, le donne o i maschi da scopare, i liquori per sbronzarsi, la droga per illudersi che il mondo sia fatto di vecchi stronzi, pronti a tutto pur di far felici i giovani. In parte avviene già così. Come campano i bamboccioni nullafacenti? Vivono sulle spalle dei nonni, che gli sacrificano le loro pensioni. E sulle spalle dei padri e delle madri, che faticano come bestie per consentire ai figli di non faticare.

L’Italia è un’immensa vigna di Papa Giulio, dove l’uva cresceva senza che nessuno la coltivasse. Ma che cosa accadrà il giorno che i nonni per primi e poi i genitori moriranno? E il loro pozzo di San Patrizio risulterà asciutto? Mi è capitato di domandarlo a un ragazzo, simile a quelli che ho descritto. Lui mi ha risposto, lapidario: «Andrò a rubare». Sta già avvenendo. Anche nel clima di odio politico sono sempre i giovani a fare gli incendiari. Lo si è visto di nuovo a Napoli, due giorni fa, quando una gang rossa ha aggredito il candidato sindaco di un altro colore.

Siamo sopra un Titanic che rischia di affondare. Quante famiglie l’ hanno spiegato ai figli? Non lo so. Ma ho un pensiero crudele. È questo: i genitori non servono più a niente. Forse sarà meglio abolirli.

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