Meno matrimoni: tutti più felici?

Il matrimonio è in crisi? Non c’è dubbio.

E’ dell’altro giorno una rilevazione Istat che segnala che agli italiani il matrimonio piace sempre meno: nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila.

Il 30 % in meno rispetto al 1991.

(fonte Istat)

Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata.

La diminuzione  ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).

Perché questo calo vertiginoso rispetto a una volta?” – si chiede Annamaria Berndardini de Pace, su Il Giornale di oggi?

In realtà perché non ce n’è più bisogno” – si risponde. E prosegue: “Fino a una decina di anni fa, il matrimonio era funzionale a dare status sociale e sicurezza economica alla donna, che nelle nozze vedeva l’obiettivo fondamentale della sua vita. Chi non si sposava veniva considerata incapace e non desiderabile. Progressivamente e oggi sempre più, le donne hanno declassato il matrimonio rispetto ad altre priorità, quali la libertà, l’autonomia economica, la carriera e persino un figlio.

La zitella del passato è oggi una fiera e dinamica single. La  ragazza madre, già vergogna sociale e  familiare, di questi tempi esibisce con orgoglio il frutto della sua autarchia.

Gli uomini, da parte loro, non hanno più l’obbligo sociale o morale di sposare la «fidanzata» con la quale fanno sesso; per di più l’offerta di donne «emancipate» è altissima, tanto da non indurli facilmente alla scelta matrimoniale, carica di responsabilità e di restrizioni del panorama erotico. 

Sul piano pratico, ci sono le case dei genitori sempre disponibili, una grande libertà di movimenti, nessun divieto di frequentare in coppia non coniugata luoghi e persone. C’è, obiettivamente, anche il problema della precarietà del lavoro, quando c’è, e, in questi ultimi due anni, il peso plumbeo della crisi economica mondiale. 

Una motivazione non trascurabile della diminuzione dei matrimoni è anche l’immaturità delle nuove generazioni: non considerano certo un onore personale sottoporsi a fatiche e sacrifici. Anzi. Sono abituati, molti giovani d’oggi, ad avere tutto quello che desiderano e a invidiare chi ha di più. Non hanno voglia di darsi da fare più di tanto. Riescono tranquillamente a tenere il piede in più scarpe, sfruttando  finché è possibile l’albergo domestico e le cure della mamma, ma, intanto, girando il mondo e sperimentando partner. 

A un certo punto, con entusiasmo o esitazione, decidono di convivere invece che di sposarsi, pensando per l’ennesima volta di aggirare così le specifiche responsabilità che il matrimonio comporta. Infatti, a fronte del calo dei matrimoni, c’è l’aumento significativo  delle libere convivenze. Che anche la donna accetta ben volentieri, salvo pentirsene al momento della separazione, perché priva di garanzie economiche personali. E persino delle possibilità di dividere a metà i regali delle nozze mai celebrate. Molti convivono anziché sposarsi, perché suggestionati dal pericoloso equivoco che, così, «ci sono meno problemi e ci lasciamo quando vogliamo». Invece, anche dalle convivenze, nascono accese battaglie giudiziarie e creativi percorsi di vendette e rivendicazioni. 

Alcune donne autonome, in carriera, sole, arrivano a rifiutare sia il matrimonio,sia la convivenza nel segno dell’indipendenza assoluta. Intrattengono relazioni sessuali multiple, finché individuano (sovente a insaputa di lui) un padre biologico con un reddito alto, dal quale trarre il vantaggio di un figlio che assicuri loro la vita affettiva e la rendita vitalizia, senza il fastidio del marito per casa. 

Può darsi anche che molti decidano di non sposarsi per sperimentare ogni giorno tra loro la gioia di confermare la scelta; la capacità di modulare i progetti senza schemi preconcetti; il gusto della solidarietà non obbligata da norme di legge. 

Questo è,insomma, così articolato, il territorio di pensieri, esperienze,capacità o limiti personali, sul quale dovrebbero in teoria decidersi i matrimoni: obiettivamente ci si meraviglia che ancora ci sia chi voglia sposarsi, salvo che non sia cattolico praticante. Non c’è infatti più fiducia tra uomini e donne. Il tradimento è una regola. Condivisa. Basterebbe il conto quotidiano delle separazioni e dei divorzi, delle denunce di violenze domestiche, dei giornalieri omicidi in famiglia, per scoraggiare anche il più ottimista dei potenziali nubendi. 

A meno che tutto non si riduca all’organizzazione di una festa indimenticabile.

La verità è che il matrimonio, salvo quello di Will e Kate, non è più un sogno per ragazzine, da coltivare e programmare nel tempo, bensì un incubo per adulti incapaci di diventare grandi.

Morale della favola: Cenerentola non sogna più di sposare il principe azzurro, ma vuole diventare una Winx; Crudelia Demon si innamora di Peter Pan, ma il matrimonio è continuamente rinviato; la piccola fiammiferaia è impegnata con Aladino in una multinazionale produttrice di lampade; Cappuccetto rosso fa riconoscere un figlio naturale a Barbablu. 

E nessuno visse mai più felice e contento”

E nemmeno i figli, sempre di meno, sempre più in balìa di separazioni e divorzi e sempre più affidati alle istituzioni, anziché alla famiglia – aggiungo io.

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3 risposte a Meno matrimoni: tutti più felici?

  1. vincenzo ha detto:

    Tutti più felici? Chi lo sa? Più probabilmente molti infelici in meno.
    Quello che è prevedibile è un futuro con molti uomini anziani soli, categoria generalmente molto più triste rispetto alle donne della stessa età che, in qualche modo, sono generalmente più autonome, più attive, più impegnate ed organizzate.
    Un uomo anziano da solo generalmente è un caso “disperato”….. salvo eccezioni.
    Sui figli non sarei così catastrofico. Esistono, come si sa, specie in America (negli states, per intenderci, che sono socialmente sempre avanti a noi di dieci quindici anni), molte famiglie “allargate”.
    Dal nostro punto di vista che è tradizionalista proviamo un senso di tristezza, ma quando il fenomeno diventasse più diffuso forse ci si abituerebbe a vedere la situazione sotto una luce meno drammatica.
    Meno traumi per quei figli che sono magari costretti ad assistere a continue scenate e violenze tra genitori che non si amano più.
    Non tutto è poi così negativo: più rispetto e libertà per l’individuo e buona fortuna a tutti!
    Vincenzo

  2. Pingback: MATRIMONIO O CONVIVENZA: QUAL È LA SCELTA GIUSTA? « Marisa Moles's Weblog

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