Marchionne non si illuda.

Titola oggi il Corriere:

Da sempre sostengo che il male numero uno del nostro Pese è la perdita di competitività internazionale.

Da cinquant’anni in qua tutti i governi che si sono succeduti hanno fatto di tutto meno che porre l’impresa al centro dei loro programmi. Siamo ora in un momento di possibile cambiamento e mi son chiesto se sia possibile che questo avvenga in futuro.

Mi da la risposta Beppe Severgnini con questo articolo, “Entusiasmi e sospetti” (LINK) sul Corriere di oggi. Lo commento passo a passo.

Dapprima Severgnini ricorda le posizioni del  ministro Maurizio Sacconi («si oppongono il sindacato conservatore, settori ideologizzati della magistratura e cambiamenti delle borghesie bancarie. Una alleanza minoritaria che in Italia più volte ha rallentato il progresso»), del responsabile lavoro dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi, (che si chiede «cosa aspetti il governo a convocare Marchionne per dirgli: “Adesso basta, non ti diamo più un euro italiano se non garantisci al nostro Paese quello che stai garantendo al governo americano: gli investimenti per 20 miliardi tante volte declamati e mai effettuati”») e del capogruppo del Pd nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano («È fondamentale riproporre la strada del dialogo e della concertazione e abbandonare quella dei fatti compiuti e dei monologhi».), che apparentemente lasciano ben poca speranza.

Poi Severgnini dice:

“E invece, al netto di ogni polemica, è anche questione di atteggiamento. Negli Usa c’è un entusiasmo istintivo verso gli investimenti e l’imprenditoria; in Italia, un sospetto metodico. Negli Usa all’annuncio di un nuovo stabilimento si brinda; in Italia si convocano gli avvocati. Negli Usa gli amministratori locali corteggiano gli investimenti; in Italia gli investimenti corteggiano —anche troppo— gli amministratori locali.”

Giusto. E’ proprio  così. Ma subito dopo in nostro instilla il seme della sfiducia e dice:

“Ma, negli Usa, un imprenditore che distrae un finanziamento o vanifica una concessione, paga. Se ha avuto un credito pubblico, in genere, lo ripaga. Se approfitta della scarsità di regole per danneggiare, inquinare, non pagare le imposte o far sparire capitali all’estero, restano abbastanza regole —e certamente un giudice—capaci di punirlo: in fretta.”

Già, gli imprenditori da noi sono tutti ladri ed evasori ed i nostri giudici, ahimè, non son capaci di raddrizzarli. E Severgnini prosegue:

“Sia chiaro: il modello americano, nel complesso, non è importabile. Il mondo del lavoro statunitense è drastico: grandi opportunità, grandi cadute, nessun paracadute. Un sistema per cui il licenziamento comporta spesso la perdita dell’assistenza sanitaria sarebbe giustamente inaccettabile, in Italia. Ma non essere riusciti a trovare un compromesso tra precarietà e ipergarantismo è una colpa grave, anche perché la situazione attuale— difficile e costoso assumere, quasi impossibile licenziare —sta sabotando un’intera generazione.

La soluzione sta nella combinazione tra flessibilità e sicurezza con cui la Scandinavia sta ricostruendo la propria fortuna: facilità di assunzione, possibilità di licenziamento, garanzia di protezione per chi resta temporaneamente senza lavoro. Una strada che in Italia è bloccata dalla reciproca sfiducia: i sindacati dei lavoratori temono che gli imprenditori approfitterebbero del nuovo meccanismo; gli imprenditori credono che i sindacati approfittino del meccanismo attuale.

Il risultato? Un sistema bloccato.”

E allora ? Che cosa auspica Severgnini? Che il sistema si sblocchi, ovviamente. Ma è possibile? La risposta sta nell’ultimo capoverso dell’articolo, un postscriptum che dice:

“P. S. A Sergio Marchionne è stata chiesta anche un’opinione sull’imitazione di Maurizio Crozza, che lo rappresenta ossessionato «dagli scherzi della Fiom» («Non voglio essere ringraziato, ma non si può tirarmi una torta in faccia o un gatto morto contro il vetro della macchina»). Il capo della Fiat è sembrato infastidito: «Facciamo le persone serie». No, Marchionne, non si risponde così a uno showman bravo e popolare: né in Italia né in America. È una questione di atteggiamento.”

Appunto. Si può sbloccare tutto purché non si tocchi nulla, neppure infastidirsi per la battuta di uno showman di sinistra “bravo e popolare”.

E considerando che il governo attuale non ha fatto un granché e che quello di un possibile futuro sarà verosimilmente composto da un vecchio establishment sempre più dominato dalle posizioni estremistiche (vendolini, grillini e valorini – che ne hanno determinato il successo nelle recenti amministrative), potete facilmente indovinare come si “sbloccherà” il sistema e dove si andrà a finire: ciao, ciao FIAT, ciao, ciao imprenditoria.

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