Referendum sul nucleare: un commento da prendere in considerazione

Tra i molti pareri sulla questione dei referendum per il nucleare, per il quale ho espresso in precedenza, in questo post e nei relativi commenti (LINK) la mia posizione di non voto,  credo che valga la pena di considerare attentamente quanto scrive  Marta Dassù(*) su La Stampa di oggi, col titolo:

“Non esistono scelte a rischio-zero”

Ve lo propongo sottolineando i passi che mi sembrano più significativi:

L’unico referendum su cui andrei a votare volentieri è un referendum che abolisse l’attuale legge elettorale. È una legge elettorale del genere, infatti, che consente di raccontarci la solita storia di comodo: siccome il governo uscito dalle urne in modo democratico non rappresenta in ogni caso la volontà popolare, i referendum la devono ripristinare. Sulle materie più disparate: dalla distribuzione dell’acqua all’energia nucleare.

In realtà, questo mio referendum preferito c’è già stato due anni fa; ma è fallito per mancanza di quorum. E quindi continuiamo in questo modo. Con una legge elettorale che funziona da alibi per passare alle vie referendarie. Quando la democrazia rappresentativa fallisce, subentra la democrazia plebiscitaria. Cosa che non certifica affatto lo stato di salute dell’Italia (è il popolo che finalmente decide, dicono i referendari) ma ne certifica la patologia: quando il popolo decide sulle politiche, la politica non funziona.

Ci sono cose che non succedono a caso. Non è un caso che la Costituzione americana non preveda referendum federali. E quindi escluda dai referendum la politica estera e le tasse del governo centrale, come del resto la Costituzione italiana.

È evidente, infatti, che su questioni cruciali per la solidità di uno Stato (la ratifica dei trattati internazionali da cui dipende in parte la nostra sicurezza, la tutela del patto fiscale che sta alla base delle democrazie moderne), plebisciti popolari equivarrebbero a un suicidio.

La politica energetica deve o non deve essere parte di questo stesso ragionamento?

In una dinamica democratica normale, chi fosse ostile al nucleare voterebbe contro la parte politica che lo contempla nel proprio programma elettorale; e a favore invece dei partiti anti-nuclearisti. Nella tanto decantata Germania, la decisione di chiudere le centrali nucleare di qui a dieci anni non avviene attraverso un referendum. È la decisione assunta da un governo che tiene conto dell’ascesa politica dei Verdi e che scommette sulla propria forza industriale nel settore delle energie rinnovabili.

Insomma: i referendum sul nucleare sono una prassi ricorrente in Italia. Non lo sono in America o nel resto d’Europa, con la parziale eccezione della Svizzera. In Francia, come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna (e come in Finlandia, in Giappone stesso, etc) sono stati i governi, dopo Fukushima, a prendere la decisione opposta a quella tedesca: confermare la scelta nucleare, ma puntando a rafforzare la sicurezza. Il che intanto dimostra una cosa: l’evidenza scientifica sui rischi nucleari non è tale da giustificare decisioni univoche. Mentre è scontato che, se chiamate a pronunciarsi direttamente sui «rischi», le società moderne, avverse al rischio, sceglieranno sempre di azzerarlo. Specie dopo un incidente nucleare. Così facendo, tuttavia, un Paese non compirà necessariamente la scelta più razionale. Anche perché in campo energetico non esistono scelte «a rischio zero»: almeno per tutta una fase di transizione – i molti decenni che ci separano dalla prevalenza delle energie rinnovabili – diminuire la quota prodotta da energia nucleare significa fare leva sui combustili fossili. Aumentando così un altro rischio, quello ambientale. L’ultimo Rapporto dell’Agenzia internazionale dell’Energia prevede infatti, dopo Fukushima, l’Età d’oro del gas.

Il problema psicologico delle società contemporanee è sintetizzato in modo efficace dal Wall Street Journal, in un commento al disastro di Fukushima: «Il paradosso del progresso materiale e tecnologico è che sembriamo diventare tanto più avversi al rischio quanto più quello stesso progresso ci ha reso maggiormente sicuri». Il referendum sul nucleare è tipico di questo paradosso. Ed evoca – prescindendo dai commi specifici che dovremmo abrogare o confermare – la questione più generale: come gestire il rischio in società occidentali dominate dall’ansia e dall’incertezza. Senza rischi, lo ricordava Angelo Panebianco tempo fa sul Corriere della Sera, non avremmo mai avuto quel progresso scientifico che ha permesso di ridurre intere categorie di pericoli, a cominciare dai livelli di mortalità umana. Ma tendiamo a dimenticarlo quando ci illudiamo che esistano scelte a rischio-zero; e quando pensiamo che bandire un’intera categoria di tecnologie, precludendo così anche gli sviluppi futuri, sia una soluzione ottimale.

I dubbi sul nucleare sono naturalmente legittimi; tanto più i dubbi sul modo in cui è stato concepito in Italia il rientro in una tecnologia da cui ci siamo auto-espulsi venticinque anni fa. Il problema, tuttavia, è che avremmo bisogno di fondare le decisioni sul futuro energetico del Paese non su riflessi emotivi ma su sensati trade off fra benefici e costi, fra vantaggi e rischi. Altrimenti, l’illusione della sicurezza assoluta tenderà a trasformarci, da società del rischio, in società della proibizione. O della rinuncia. Con effetti paralizzanti.

Argomenti come questi non impediranno forse di votare. Right or wrong è il mio Paese, voterò anch’io. Nel clima che stiamo vivendo, le pulsioni dei referendari sono state «confiscate» dalla politica tradizionale: votare sul nucleare o sull’acqua è diventato un modo come un altro, dopo le elezioni amministrative, per regolare i conti a Roma. Quando i partiti al governo decidono di rinunciare a difendere le loro stesse politiche, dando libertà di coscienza sulla distribuzione dell’acqua, come se fosse l’eutanasia; e quando i partiti all’opposizione decidono di cavalcare i referendum, il sistema politico non fa più il suo dovere. L’ondata di politicizzazione è tale che perfino il mio referendum preferito rischierebbe di passare, questa volta. Peccato che si voti su altro, non sulla legge elettorale.

Via LA STAMPA

(*) Marta Dassù è studiosa di politica internazionale, dirige il settore dei rapporti esteri della sede italiana dell’Aspen Institute (presidente Giulio Tremonti), oltre ad essere direttore della rivista di politica estera Aspenia. Ha collaborato come consigliere per la politica estera con il Presidente del Consiglio dei ministri nel Governo D’Alema I, nel Governo D’Alema II e nel Governo Amato II, e con il gruppo di riflessione strategica del Ministero degli Affari Esteri.  (via Wikipedia)

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11 risposte a Referendum sul nucleare: un commento da prendere in considerazione

  1. cinefobie ha detto:

    “avremmo bisogno di fondare le decisioni […] su sensati trade off fra benefici e costi”
    Ma che bel punto di vista.. Cosa ce ne importa dell’ambiente, cosa ce ne importa delle coseguenze sull’uomo.. l’importante è che il rapporto qualità/prezzo sia vantaggioso. Fantastico..

    Ma quand’é che l’uomo smetterà di considerarsi al centro dell’universo?

    • frz40 ha detto:

      I costi benefici comprendono quelli dell’ambiente e della salute.

    • elisabetta ha detto:

      “Ma quand’é che l’uomo smetterà di considerarsi al centro dell’universo?”

      Io, credo, mai……

      Comunque, caro o cara CINEFOBIE, non è nemmeno rinunciando al progresso che costruiremo il nostro futuro.
      Io, penso, come credo Franco (il nostro blogger), che non si può e non si deve tornare indietro, semmai si deve progredire in una ricerca che trovi altre soluzioni e che limiti al massimo oppure,meglio ancora, elimini i rischi per l’ambiente e per l’uomo: questo deve essere il vero obbiettivo.

      Questo è il mio pensiero che ritrovo e che condivido nel titolo di Marta Dassù :
      “Non esistono scelte a rischio-zero”

      eli

  2. marisamoles ha detto:

    Io sono contro il nucleare, lo ero venticinque anni fa e lo sono tuttora. La vicenda del Giappone dimostra che nemmeno in Paesi avanzatissimi, in cui la sicurezza è al centro dell’attenzione, si può essere sicuri di aver fatto di tutto per scongiurare qualsiasi pericolo per la salute dei cittadini. Figurati in Italia, dove si risparmia su tutto, dove i fondi statali non ci sono e quelli privati sono sempre guardati con sospetto, come verrebbero costruite le nuove centrali nucleari. Senza contare le scorie che devono essere smaltite.

    Sono d’accordo che bisognerebbe fidarsi di chi ne sa più di qualsiasi comune mortale, ma siamo sicuri che gli scienziati, anche quelli di fama mondiale e che ci sembrano affidabili, siano davvero onesti su questo tema? Ci sono troppi interessi …

    Io sono per le energie rinnovabili, prima di tutto quella eolica e la solare. Poi c’è anche la geotermica. E pensa a quanto poco sia sfruttata in Italia la termovalorizzazione dei rifiuti.

    • frz40 ha detto:

      Stando a quanto leggo non sono sufficienti per affrontare una crisi energetica e degli uomini di scienza mi fido molto di più che dei politici. Dopo Fukushima si faranno certamente importanti passi avanti per il controllo della sicurezza. Rinunciare ora per allora a questa alternativa, così come avverrà con il successo del referendum, mi sembra molto miope.

  3. cinefobie ha detto:

    Frz40, perché l’uomo dovrebbe considerarsi al centro dell’universo?

    • frz40 ha detto:

      [26] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.

      [27] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

      [28] Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente,
      che striscia sulla terra”.

      Così la Genesi.

      Ma anche senza scomodare le Sacre Scritture , mi sa dire un sol motivo per il quale dovrebbe cosiderarsi marginale?

      Lei vorrebbbe un universo senza l’uomo?

      Questo, ovviamente, non vuol dire che dell’universo non si debba aver cura.

  4. cinefobie ha detto:

    L’uomo è fatto della stessa sotanza delle quali sono composte le piante e gli animali, e ogni altro elemento della natura.

    Con quale arroganza dominare la vita che ci circonda?

    “Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così
    muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie,
    perché tutto è vanità.
    Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto
    ritorna.”
    [Qoe 3, 19-20]

    • frz40 ha detto:

      Mi scusi, ma se questa (“la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa”) è la ragione per la quale Lei si sente uguale a loro, non ho più nulla da aggiungere.

  5. Pingback: Referendum. L’opinione di Luca Ricolfi | Frz40's Blog

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