Il mio esame di matura? Sì, un grande amore.

Tutti gli anni, quando arriva il tempo dell’esame di matura, ritorno con la mente a tanto tempo fa.

Era il 1959. Allora l’esame toccava distintamente ciascuna materia e, come per una normale pagella, si usciva con i singoli voti e con la loro media. Niente crediti, niente sconti. Un solo membro interno tra i professori che ci avevano seguito per tutto l’anno scolastico, tutti gli altri esterni, uno per materia.

Non so se fosse meglio o peggio e non è di questo che voglio parlare. Mi pare però che ci fosse meno ansia. O, forse è solo una valutazione personale.

Non ero un secchione e nemmeno un allievo modello. Imparavo alla svelta le cose essenziali, il ché mi portava facilmente alla sufficienza, e approfondivo quelle che mi suscitavano interesse, il ché mi permetteva di meritare qualche buon voto.

Vivevo felicemente i miei diciott’ anni e affrontai quell’esame con grande tranquillità. Tanto che arrivai a scuola, quel primo giorno, all’ultimo minuto. Tutti i banchi migliori erano ovviamente occupati, ma non fu per me un problema. Non mi piaceva copiare, né far copiare.

Fu così che me la sbrigai abbastanza velocemente col tema e, dopo aver controllato sintassi e punteggiatura, uscii all’esterno della scuola, sulla gradinata, ad aspettare qualche compagno.

Fu allora che la vidi per la prima volta, nonostante che per cinque lunghi anni avessimo frequentato lo stesso istituto.

Rosanna era deliziosa. Di media statura, bruna con la frangetta che si apriva sulla fronte, due occhi neri e sorridenti come carboncini accesi e un sorriso dolce, dolce.

“Com’è andata? – l’abbordai, come se da sempre l’avessi conosciuta – Che tema hai fatto?»

Era un po’ preoccupata, lo ricordo bene, ma mi rispose tranquillamente e fu così che ebbe inizio la nostra storia.

“Racconta, dai, facciamo due passi insieme”, “Dammi il tuo numero di telefono, ti chiamo nel pomeriggio”, “Dove abiti?”, “Sei preparata, hai paura?”.

La rividi il giorno dopo. E poi quello dopo ancora. E ancora. A poco a poco l’esame di matura passò in secondo piano e ogni ansia svanì.

Forse fu una fortuna perché l’esame filò via liscio come l’olio e ne ricordo poco. Ebbi un piccolo momento di panico, agli orali, solo quando alla terza domanda di italiano il prof. mi disse: «Mi parli di D’Annunzio”. Ne sapevo davvero poco, giusto quell’ “essenziale” di cui ho detto più sopra, ma bastò e la matura fu un successo.

Di Rosanna ero innamorato perso. L’amavo come mai mi era capitato prima. Adoravo tutto di lei. Ogni gesto, ogni parola. Persino quel suo modo di parlare pizzicando un po’ la esse e la zeta. “Pifficando”, dovrei dire.

L’estate fu un sogno. Venne con noi al mare, ospite a casa mia. La ricordo ancora, sulla spiaggia, con quel costume intero blu e i capelli sciolti al vento, intenta a leggere un libro.

Poi venne Settembre ed anche metà Ottobre.

Lei si era iscritta ad un corso di perfezionamento per le lingue straniere.

Una sera andai all’uscita della scuola per accompagnarla a casa.

Lì mi lasciò. Come un cretino.

«E’ finita – disse – la nostra storia deve finire qui».

Non ne capii mai il perché e fu, per me, un fulmine a ciel sereno: ne soffrii non poco.

Avevo passato brillantemente l’esame dei prof alla matura. Non anche il suo.

Non la rividi più. Ma quell’estate è  sempre un sogno.

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2 risposte a Il mio esame di matura? Sì, un grande amore.

  1. elisabetta ha detto:

    Sento che anche dopo 52 anni quell’amore spezzato è ancora vivo nel tuo ricordo.
    E’ rimasto un ricordo felice e triste nello stesso tempo…
    Certi episodi, certe emozioni, certi avvenimenti non si possono ne si devono dimenticare mai.
    Essi sono le radici della nostra vita futura: gli esami di maturità sono il preludio alla vera maturità e alla consapevolezza di essere entrati in quella vita, ma anche l’abbandono del primo amore è inevitabile: esso è la prima delle tante delusioni che l’esistenza ci riserva, ma è anche un’esperienza bella che un giorno lontano, ben 52 anni dopo, ancora si ricorda con tanto amore nonostante ci abbia fatto soffrire.

    Sull’amore giovanile Jaques Prevèrt ha scritto una delle sue più belle poesie, eccola:

    I ragazzi che si amano
    I ragazzi che si amano si baciano in piedi
    Contro le porte della notte
    E i passanti che passano li segnano a dito
    Ma i ragazzi che si amano
    Non ci sono per nessuno
    Ed è la loro ombra soltanto
    Che trema nella notte
    Stimolando la rabbia dei passanti
    La loro rabbia e il loro disprezzo le risa la loro invidia
    I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
    Essi sono altrove molto più lontano della notte
    Molto più in alto del giorno
    Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
    Jacques Prèvert

    Questi pensieri e queste parole susciteranno in te ancora quei ricordi passati…. Quei ricordi di oltre mezzo secolo fa, quei ricordi, nonostante tutto, di una “estate da sogno”….

    eli

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