Quale giustizia?

Ancora con riferimento al caso di Dominique Strass-Kahn Vi propongo questo commento di Davide Giacalone che credo metta ben in luce le differenze tra la giustizia nel nostro Paese e negli USA.

Mi pare ben fatto e piuttosto interessante.

“Ha il suo lato feroce, la giustizia americana, ma anche garanzie effettive per gli accusati. Può spianare una vita, magari per cose che noi guardiamo con meno severità, ma può anche distruggere chi accusa ingiustamente o esageratamente.

Quando i francesi accusarono gli statunitensi di avere esposto alla gogna un loro cittadino, umiliandolo davanti alle telecamere e distruggendone la reputazione, avevano ragione. Quando gli americani replicarono che quel tipo di trattamento è usuale anche nella vecchia Europa, salvo il fatto    che loro non facevano distinzione fra uomini potenti e spiantati portoricani, avevano ragione.

In Italia mescoliamo i lati negativi dei due mondi: sputtanamento preventivo e irrimediabile e totale assenza di tempi certi e garanzie effettive.

Strass-Kahn non era un condannato quando fu arrestato e non è un assolto ora che viene liberato. Ma il  meccanismo che c’è stato mostrato ha dell’esemplare. Una donna sporge denuncia, viene creduta e scattano le accuse. L’uomo finisce in galera. Il prosecutor, quel che da noi è il pubblico ministero, formula i capi d’imputazione ed espone quel che sarà la richiesta di condanna: settanta anni di carcere. Si gioca con il fuoco. A quel punto la palla passa all’accusato, portato subito davanti a un giudice, che considererebbe un insulto l’essere considerato collega dell’accusatore. Qui deve dichiararsi colpevole o innocente.

È un passaggio fondamentale, perché un processo potrebbe costargli la vita sicché, se ha qualche cosa  da ammettere gli conviene farlo in fretta e patteggiare, magari risarcendo la vittima. L’intera giustizia penale americana è concepita per scoraggiare le parti ad andare al processo, chiudendo la partita prima. Se ammette d’essere colpevole, l’imputato può trattare. Se si dichiara innocente va alla guerra. Dal momento che proclama la propria innocenza tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza. Servono prove, non pregiudizi moraleggianti.  Servono fatti, non chiacchiere.

Un accusatore ci deve pensare bene, perché è vero che non è in gioco la sua vita, ma, di certo, la sua carriera. Anche perché, in caso di proscioglimento o assoluzione l’imputato chiederà d’essere risarcito dallo Stato, e questo non è disposto a pagare per un incapace. L’accusa, in questo caso, chiede che l’imputato resti prigioniero, sebbene ai domiciliari, vincolato da un braccialetto elettronico e garantito da una cauzione (un milione). Il giudice concede. Poi convoca le parti per l’udienza di merito. A quel punto partono le inchieste della difesa, che sono vere.

Se in Italia si facesse come negli Usa saremmo immediatamente arrestati per inquinamento delle prove. Lì, invece, la regola è chiara e i tempi stretti. Basta un’irregolarità e una delle due parti è fritta. Basta che la difesa commetta l’errore di chiamare una falsa testimonianza e la condanna è sicura. Basta  che l’accusa abbia assunto una prova in modo irregolare che quella non potrà essere esibita. Si gioca tutto e subito. Siccome l’accusatrice è la vittima la difesa annuncia: dimostreremo che ha mentito. L’accusa ripassa in esame tutte le parole, simula il processo e prova a vedere se il proprio teste regge. Si accorge che non è così: la donna ha mentito. Non sulla violenza carnale, magari, ma su altro. Sui dettagli, o anche su quel che ha fatto dopo. Ma se ha mentito in parte come si fa a dimostrare che non ha mentito in tutto? L’accusatore capisce d’essere in trappola e provvede a chiedere la liberazione dell’imputato e la restituzione della cauzione.

Da noi, invece, il burocrate dell’accusa avrebbe continuato per anni la sua lite temeraria, magari accusando il tribunale di non avere capito le sue giuste ragioni.

Il processo deve ancora farsi, le accuse non sono state ritirate. Se l’imputato sarà assolto il prosecutor dovrà cambiare mestiere. Apparirà come un avventuriero o, peggio, come un mentecatto che ha provato a diventare famoso accusando un uomo potente. Certo, questo non riparerà il danno subito da chi fu arrestato, ma la scena si chiude in due, tre mesi.

Da noi si procede per lustri.

La giustizia americana è feroce, certamente, ma la nostra è demenziale. La loro è severa, la nostra è selvaggia. Da loro chi sbaglia paga, accusa o difesa che sia, da noi non paga nessuno, né il criminale né il pubblico ministero bestia. Da loro il potente non può scappare, da noi può ben dire che non intende farsi fregare da due colleghi che fingono d’essere pubblico ministero e giudice.

A conti fatti, viva l’America”.

(Da: Libero – Il PM di Strauss-Kahn finirà male –  del 3 luglio 2011

Vi segnalo anche questi due articoli, “Avvocati irrducibili e accusa garantista: esempio anche per noi” e “La cameriera di DSK e Ciancimino jr” di Pierluigi Battista per il Corriere, che riporto nei commenti  di questo post.

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8 risposte a Quale giustizia?

  1. Quarchedundepegi ha detto:

    Non riesco ad essere d’accordo con te. Che la giustizia in Italia funzioni alla cavolo sono perfettamente d’accordo, ma che, dopo aver analizzato il recente caso dello Strauss-Kahn, si debba dire “Viva l’America”, proprio non ci sto.
    Li ringrazio molto perché ci hanno salvato dalla dittatura di Hitler, però hanno tantissimi difetti. Che poi se effettivamente sono “giusti”, se leggi il mio recente articolo, capisci bene che anche loro fanno, secondo i loro comodi, due pesi e due misure.
    E poi, siamo sinceri, hanno distrutto la carriera di un uomo. Che fosse un belinone o no, gli hanno distrutto la carriera. Che strana giustizia! Prova un po’ a leggermi QUI:
    Se leggi l’articolo, puoi rispondere alle mie domande? Quanti americani sono stati condannati per quegli stupri?
    Ciao.

    • frz40 ha detto:

      Avevo letto quel tuo post e non ero intervenuto di proposito perché non riesco bene a seguire il tuo pensiero.
      Critichi giustamente gli americani per le azioni di violenza contro le donne in situazioni di guerra o guerriglia. Hai ragione, giusto, nessuno ha pagato. E’ una vergogna. Ma non crederai mica che siano stati i soli! L’hanno fatto i russi, i tedeschi, i francesi e ttti gli altri. Pure gli italiani, per di più contro donne italiane, repubblichini contro partigiani e viceversa. E nessuno ha pagato. Giusto? Assolutamente no. E son forse gli americani più colpevoli degli altri?
      Ma anche se fosse, a fronte della denuncia di quella cameriera che aveva tutta l’aria d’esser vera, cosa avrebbero dovuto fare secondo te? Dirgli ‘scusi, l’abbiamo fatto anche noi, vada pure’? Si può discutere sulla forma, certo, qui concordo. La prep walk è un’assurdità, ma non è quello che ha cambiato le cose. E’ la risonanza della stampa e dei media che ha condannato DSK prima ancora di sapere se era colpevole. Non la giustizia americana.
      Quella, per contro, gli ha dato tutte le armi per difendersi. Forse fin troppe. Ed ha agito con una rapidità che neppure ci sognamo.
      Dove ha sbagliato? Che cosa avresti fatto tu? Tenuto tutto segreto fino al processo? Non è possibile. Lo sai bene. E allora?

  2. Quarchedundepegi ha detto:

    Anche le orde di Gengis Kahn ne combinavano di tutti i colori!
    Abbiamo sicuramente tutti ragione. Ricordi quelle battute del Manzoni?
    L’unica cosa, non diciamo Viva l’America!

    • frz40 ha detto:

      Non l’ho detto io, ma l’autore dell’articolo. Anzi, avrai notato che il post titola con un punto interrogativo. Non a caso.

      Buona settimana.

    • frz40 ha detto:

      Ti riporto anche il testo di un articolo di Pierluigi Battista, per il Corriere, che dice:

      Avvocati irriducibili e accusa garantista: esempio anche per noi.

      In Italia la difesa non può fare vere contro- indagini Difficile da noi riconoscere le falle nelle inchieste

      Gli effetti devastanti della gogna, quelli sono irrecuperabili. E anche la macchia indelebile che ha irrimediabilmente e ferocemente distrutto una reputazione internazionale e un’ambizione politica. Ma il caso Strauss-Kahn narra che se dalla dittatura mediatica non c’è scampo, dalla qualità di un sistema giudiziario può scaturire una via di salvezza. Che i diritti di un indagato, non da noi ma nell’America democratica, non sono cancellati. Che lì (non qui, lì) la difesa ha lo stesso rango, la stessa dignità, la stessa inviolabile integrità dell’accusa.
      Ora l’élite francese che, non a torto, ha denunciato l’orrore della «perp walk», della sbrigatività con cui l’ex potente Dominique Strauss-Kahn era stato schiacciato da uno spietato rito di umiliazione, sentirà di avere un altro argomento per detestare l’America capace di una brutale inciviltà nei confronti di un uomo accusato di crimini odiosi, ma ancora non provati.
      Nel processo, quello vero, l’imputato può far valere le sue ragioni. I suoi avvocati hanno tutte le opportunità per tutelare le ragioni di chi è sotto accusa. Hanno fatto in questo mese cose che nella mentalità inquisitoriale italiana verrebbero considerate deplorevoli, addirittura un ostacolo, come si dice «una delegittimazione» dell’accusa. Hanno scandagliato nella vita dell’accusatrice, hanno condotto come segugi indagini per carpire ogni segreto che potesse metterne in crisi la credibilità. In un caso fondato sulla parola «uno contro uno» hanno avuto la possibilità di svolgere contro-indagini, come abbiamo visto in un’infinità di film americani dove la difesa può cercare documenti, testimonianze, ogni frammento in grado di rafforzare la posizione di chi è accusato dentro un pubblico dibattimento.
      Da noi tutto questo verrebbe (viene) visto con sospetto. Gli avvocati che svolgono contro-indagini sono equiparati a squali dediti a massacrare i pilastri dell’accusa. La difesa aggressiva e combattiva è considerata una mania ostruzionistica di avvocati cavillosi. E sono numerosi i casi in cui gli indagati restano in carcere fino a che non «conformano» la loro versione dei fatti allo schema accusatorio degli inquirenti. Da noi Strauss-Kahn avrebbe avuto molte più difficoltà a ricostruire i lati oscuri di chi lo accusa di un terribile reato.
      E da noi, inoltre, gli inquirenti stessi avrebbero molte remore a riconoscere, come hanno fatto i procuratori americani, le innumerevoli «falle» che hanno reso fragile e vulnerabile l’indagine. Da noi spesso le ragioni dell’accusa vengono protette con una caparbietà che oltrepassa i limiti dell’accanimento. Come è accaduto con esemplare negatività nel caso Tortora, chi accusa si stringe nel suo guscio investigativo come una fortezza inespugnabile, rilancia con altri indizi quelli precedenti che si sono rivelati controversi. Non riconosce l’errore, come invece ha fatto con invidiabile sensibilità garantista l’accusa che pure non è sembrata ispirata a un pregiudizio positivo nei confronti del personaggio Strauss-Kahn.
      Questo vuol dire che l’ex capo del Fondo Monetario Internazionale può considerarsi risarcito dal massacro di immagine cui è stato sottoposto, dal trattamento carcerario, dalla passeggiata della gogna? Certamente no. E le conclusioni cui sono provvisoriamente arrivate sia l’accusa che la difesa non equivalgono ipso facto, nell’attesa di un giudizio, alla certezza dell’innocenza di Strauss-Kahn. Ma la vicenda di Strauss-Kahn accende la luce di un confronto per noi abbastanza umiliante tra due mentalità e due modi di considerare le vicende giudiziarie. In un tempo relativamente breve (soltanto un mese e mezzo o poco più) l’accusa e la difesa hanno fatto indagini, setacciato documenti, indagato sulla personalità dei principali protagonisti della vicenda.

      In poco tempo i difensori di Strauss-Kahn hanno avuto modo di sostenere con tutte le loro forze le ragioni del loro cliente e l’accusa non ha avuto esitazione a tornare sui propri passi in presenza di novità decisive per l’andamento del processo. Questo da noi risulterebbe totalmente impossibile, condividendo con gli Stati Uniti solo il peggio: la propensione alla gogna mediatica, alimentata e rafforzata dai giornali che in America hanno sposato con molta disinvoltura sin da subito l’assunto colpevolista. Altro che «inciviltà» americana.

      Pierluigi Battista 

    • frz40 ha detto:

      E questo:

      La cameriera di DSK e Ciancimino jr

      L’ accusatore minato nella sua credibilità non ha chance. Negli Usa. E da noi?

       

      Non è chiaro se ci sia un nesso diretto tra le due cose, ma colpisce che Lisa Friel, da dieci anni a capo dell’ unità per i crimini sessuali della Procura distrettuale di Manhattan, abbia lasciato il suo incarico proprio mentre crollano le accuse di stupro contro Dominique Strauss-Kahn. Negli Stati Uniti chi si è reso responsabile di errori giudiziari, comunque paga. In Italia invece, altro che dimissioni: chi ha perseguitato Enzo Tortora, con inchieste fantasiose sebbene sorrette dalle penne migliori del giustizialismo giornalistico, ha conosciuto i fasti di brillanti carriere: Lucio Di Pietro è meritatamente diventato Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e Procuratore generale a Salerno; Felice di Persia ha raggiunto meritatamente lo status di membro del Csm e di Procuratore capo a Nocera Inferiore; Diego Marmo è diventato Procuratore generale presso il tribunale di Torre Annunziata; Luigi Sansone Presidente di Cassazione; Orazio Gattola Presidente di sezione a Torre Annunziata. Povero Tortora. La giustizia è più garantista negli Stati Uniti, malgrado l’ abominio della gogna forcaiola della «perp walk». Gli errori, lì, si pagano. Non c’ è soggezione nei confronti di chi conduce le indagini. Se un testimone, o chi accusa qualcun altro di un crimine, esce distrutto nella sua credibilità, non ha più chance. Non lo si può tenere in sala d’ attesa a tempo indeterminato, gratificato di uno status ambiguo, a seconda delle convenienze dell’ accusa. In America. In Italia il signor Ciancimino jr ha potuto veleggiare per un sacco di tempo nell’ ambivalenza della semi-credibilità. In Italia la figura del testimone non credibile viene protetta oltre ogni limite da chi non vuole rinunciare a una carta preziosa per incastrare gli indagati. E così solo quando la patacca Ciancimino è esplosa, il magistrato Ingroia ha dovuto ammettere che le cose dette da un accusatore così poco presentabile provenivano da una fonte troppo sospetta. Ci voleva così tanto? In America chi conduce un’ inchiesta e si accorge che le accuse appaiono fragili, infondate, lacunose, lo ammette apertamente e lealmente. Non convoca conferenze stampa per difendere l’ indifendibile. Non si reca nei talk-show per sostenere una tesi che andrebbe discussa in ambito giudiziario, non nell’ arena mediatica. Uno dei magistrati dell’ ultima Calciopoli ha avuto l’ ardire di dichiarare: «Ho la sensazione di incontri truccati in serie A». Una «sensazione»? Ma un magistrato deve cercare prove, documenti, testimonianze. Non deve andare a caccia di «sensazioni»: non è il suo mestiere. Parlando a Otto e mezzo il capo della Procura napoletana Lepore che si sta occupando della cosiddetta P4 ha voluto manifestare la propria opinione «a prescindere dai reati contestati». Ma non dovrebbe occuparsi solo dei «reati contestati», e nelle sedi opportune per di più? Negli Usa una dichiarazione del genere sarebbe inimmaginabile. Meglio l’ America o l’ Italia?

      Battista Pierluigi

      Pagina 31
      (4 luglio 2011) – Corriere della Sera

  3. Quarchedundepegi ha detto:

    L’ho letto tutto e sono abbastanza d’accordo. I tempi e i metodi della giustizia italiana sono talmente lunghi per cui, oggettivamente, bisognerebbe agire “penalmente” contro chi la fa così lunga. È una specie di circolo vizioso.
    Per nostra fortuna la “civiltà” di un popolo non si misura solo con la bilancia della giustizia.

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