Essere seri non basta, ma almeno quello proviamo ad esserlo.

E’ di Ferruccio De Bortoli questo articolo di fondo sul Corriere di ieri, 12 luglio.

“Ora Più Coraggio”

“La manovra economica non c’è ancora, ma parte rilevante dei suoi ipotetici benefici è già stata bruciata. In un giorno. È questa l’amara sintesi di quello che è accaduto ieri sui mercati (ndr: – 4% in un sol giorno). La differenza, lo spread , fra il rendimento dei nostri Btp e i Bund è al record storico. I primi, sulla scadenza decennale, rendono il 5,7 per cento contro il 2,65 degli analoghi titoli tedeschi. Che cosa significa? Semplice: dobbiamo promettere di più, concedendo un premio maggiore al rischio, a chi ci presta i soldi. Il nostro debito, il 119 per cento del Pil, cioè superiore a quanto produciamo in beni e servizi ogni anno, va continuamente rifinanziato. La media mensile delle emissioni lorde di titoli sfiora i 40 miliardi. Nel 2010 gli interessi pagati sul debito sono stati pari al 4,5 per cento del Pil, ovvero 70 miliardi, e oggi sono intorno al 5. Lo spread con i Bund era di 245 punti base venerdì, ieri ha toccato i 305. Tanto per dare un’idea: cento punti significano 3,2 miliardi di maggiori interessi per l’anno in corso e 6,4 per il prossimo.

Quello che è accaduto rende ridicola e preoccupante la litania dei distinguo e delle promessedi togliere questo o quell’aspetto della manovra per compiacere fette di elettorato o clientele. E ancora più incomprensibili la decisione di rinviare alla prossima legislatura il taglio dei costi della politica e l’anacronistica difesa delle Province. La crisi dei mercati espone nella sua drammaticità tutta la perdita di immagine di un esecutivo diviso da teatrali rivalità interne e indebolito dalle inchieste della magistratura. Della manovra, e soprattutto dei suoi saldi, abbiamo capito poco in Italia, figuriamoci che cosa possono aver pensato gli osservatori internazionali, spesso preda di pregiudizi. Il pareggio di bilancio al 2014 è obiettivo importante, ma se il percorso per raggiungerlo appare incerto e contraddittorio è come dire ai mercati: noi ci crediamo poco, però voi per favore credeteci. Per esempio, non si può pensare che la spesa pubblica (al 48 per cento del Pil nel 2001 è arrivata al 51 per cento lo scorso anno) non sia più seriamente riducibile, come farebbe qualsiasi avveduta famiglia.

Si può fare molto di più. I mercati hanno bisogno di segnali chiari. Prendersela con la speculazione internazionale non serve a nulla. Consolarsi con la spiegazione, corretta, che è tutta l’area dell’euro sotto attacco, sarebbe fuorviante. Si approvi velocemente la manovra con una discussione aperta e concreta. Maggioranza e opposizione si ritrovino, una volta tanto, sulla linea della responsabilità tracciata da Napolitano che ha sollecitato Pd, Udc e Idv a concordare e limitare gli emendamenti: una svolta positiva. Si pensi al Paese, non ai voti.

Il governo valuti anche la possibilità di anticipare il pareggio di bilancio, come hanno proposto sul Sole 24 Ore Roberto Perotti e Luigi Zingales, e dia un segnale più forte sulla crescita. Come? Le idee sono molte. Alcuni esempi: raggruppare tutti gli incentivi alle aziende in un fondo dedicato al finanziamento delle nuove imprese, soprattutto giovanili; abbattere con più coraggio la burocrazia; semplificare di colpo le procedure amministrative; costringere le società concessionarie (autostrade e aeroporti) a sbloccare investimenti già decisi; utilizzare meglio i fondi europei. Altre proposte sono contenute nell’articolo di Maurizio Ferrera. Se siamo seri non dobbiamo temere nulla, ha detto nei giorni scorsi Napolitano rivolgendosi ai palazzi della politica. Purtroppo finora non lo siamo stati. E i mercati ce la fanno pagare. Cara. 

Fin qui l’articolo (questo è il LINK), del quale ho evidenzaito in grassetto i passaggi per me più significativi.

Nel corso della giornata di ieri pare che, per la prima volta, maggioranza ed opposizione si siano accordate per aprovare la manovra entro la settimana. Non è un gran passo, ma è già qualcosa (e speriamo che lo mantengano)

Non lludiamoci troppo, però. Il punto cruciale rimane sempre quello di un debito pubblico abnorme che ci è stato regalato non tanto da questo governo, bensì da quelli che lo hanno preceduto dal 1960 in poi.

Quando andremo al voto, presto o tardi che sia, guardateli bene in faccia quei signori: sono ancora tutti lì (o quasi). Sono quelli che hanno pensato al voto e non all’economia, ai loro cadreghini e non allo sviluppo delle imprese.

Dice bene De Bortoli: incentivi alle aziende,  un fondo dedicato al finanziamento delle nuove imprese giovanili, abbattere la burocrazia; semplificare le procedure amministrative, sbloccare investimenti già decisi, utilizzare meglio i fondi europei, etc.etc. “Se siamo seri non dobbiamo temere nulla”, ha detto nei giorni scorsi Napolitano.

Non è del tutto vero, non basta, ma almeno quello proviamo ad esserlo. 

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