Il tangentone. Così la pensa Giampaolo Pansa

Per chi non la consoscesse o non la ricordasse, questa e la storia. E da questa Giampaolo Pansa ne deduce che….

“Mazzetta rossa la trionferà!”

“Qualcuno ricrda ancora Eugenio Cefis? Era un friulano nato a Cividale nel 1921, un pezzo d’uomo alto un metro e novanta, con il portamento del militare. Da giovanissimo tenente del 2° Granatieri di Sardegna, aveva combattuto in Jugoslavia contro i partigiani comunisti di Tito. Dopo l’8 settembre 143 andò a fare il partigiano nell’area dell’Ossola e qui incontrò altri comunisti: i garibaldini di Cino Moscatelli. Gli uomini di Cefis portavano il fazzoletto blu e le stellette del Regio esercito. Gli uomini di Moscatelli avevano il fazzoletto rosso con la falce e martello. Tra loro poteva succedere di tutto e infatti accadde parecchio. Dopo la fine della guerra civile Cefis divenne un grande manager, destinato a prendere il posto di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto nell’ottobre 1962 in un misterioso incidente aereo. E guidò l’ente petrolifero di Stato sino al maggio 1971, quando passò a guidare la Montedison.

Cefis amava il segreto. Tanto sull’Eni che su se stesso. Quando venni assunto al “Giorno”, il quotidiano di fatto posseduto da lui, mi avvisarono subito che era vietato pubblicare il suo nome e la sua fotografia. L’oscurità e il silenzio: ecco una regola di vita che Cefis osservò sempre. Tranne in un caso: all’epoca di Tangentopoli, nell’aprile 1993. Quando venne interrogato come testimone dal sostituto procuratore Pier Luigi Maria Dell’Osso. Il verbale di Cefis è a disposizione di chiunque. Lo pubblicammo sull’Espresso il 6 giugno 1993. Claudio Rinaldi gli diede un titolo acchiappante: «E Suslov mi disse: pagate il Pci». Dovrebbero leggerlo quanti continuano a credere che il Partitone rosso e i suoi eredi odierni siano sempre stati verginelli illibati e non abbiano mai incassato tangenti.

Di certo, in questa estate di crisi finanziaria ed economica devastante, nessuno può sostenere con certezza che Filippo Penati abbia incassato le bombastiche mazzette di cui si parla. E tanto meno è possibile affermare che una parte di quel malloppone sia finito nel casse del partito ora guidato da Pier Luigi Bersani. Tuttavia chi lavora nei giornali ha sempre saputo che anche il Pci e i partiti nati da lui si foraggiavano pure con le mazzette.

E dunque erano corrotti quanto i partiti di governo, a cominciare dalla Dc e dal Psi.

LO SAPEVANO TUTTI

Era un segreto di Pulcinella. Bastava frequentare qualche Festa nazionale dell’Unità per rendersene conto. Nove militanti su dieci negavano che il partito intascasse soldi neri. Ma trovavi sempre il decimo che ammetteva l’esistenza di tangenti. Anzi ne andava orgoglioso. Al punto di scandire, sul motivo dell’antico inno proletario, un motto che non ho più dimenticato: “Mazzetta rossa la trionferà!”.

Come spiegare questo grido? Tra le tante ragioni, ne esisteva una che valeva per ogni caso. Le tangenti o le mazzette pretese dal Grande Partito non erano uguali a quelle agguantate dai partiti borghesi. Queste servivano a finanziare una politica che avversava il proletariato, gli operai, gli ultimi della scala sociale. Invece quelle conquistate dal Pci e dai suoi derivati erano il carburante necessario per far avanzare la democrazia e favorire l’avvento di una società più giusta. Era un riflesso della diversità genetica del Pci, tanto cara a Enrico Berlinguer. Che tuttavia aveva un sbocco imprevisto. Lo traduco così: anche noi comunisti pratichiamo la corruzione politica, però a fin di bene. E nessuno dei nostri compagni che si occupano di tangenti ha mai trattenuto una lira per se stesso. Sono corrieri e cassieri dalle mani nette. E rendono un servizio prezioso al partito e alla sua politica.

Si spiega così un’affermazione di Berlinguer citata in un libro di Gianni Cervetti: “L’oro di Mosca. La verità sui finanziamenti sovietici al Pci raccontata dal diretto protagonista”, pubblicato da Baldini & Castoldi nel 1993. Me lo sono riletto in questi giorni e l’ho trovato deludente.

“ORO DI MOSCA”

Cervetti oggi ha 78 anni ed è ancora in attività come presidente del consiglio d’amministrazione del Riformista. Negli anni Settanta, da membro della segreteria nazionale del partito, e responsabile del settore amministrativo e finanziario, ha visto molte cose ed è stato al corrente di tanti segreti. Ma il suo racconto in quel libro rivela poco o niente. Tuttavia nell’“Oro di Mosca” viene riferito un episodio che non riguarda i dollari che arrivavano ogni anno dall’Unione sovietica. È una vicenda italiana: lo scandalo edilizio emerso nel 1975 a Parma, città allora amministrata dalle sinistre, con il Pci in prima fila. Secondo Cervetti, il commento di Berlinguer sui fatti di Parma fu il seguente: «Occorre ammettere che ci distinguiamo dagli altri non perché non siamo ricorsi a finanziamenti deprecabili. Ma perché nel ricorrervi il disinteresse personale dei nostri compagni è stato assoluto».

Il problema, dunque, non era il fango della corruzione, bensì le mani candide dei compagni impegnati nel lavoro sporco su quel fronte. Un lavoro diventato sempre più massiccio con il crescere delle dimensioni dei partiti e dei costi generali della politica. Non più coperti dalla legge sul finanziamento pubblico, entrata in vigore nell’aprile 1974 e cancellata da un referendum popolare dell’aprile 1993.

Tutte le parrocchie politiche, da quelle grandi sino alle più piccole, mangiavano alla stessa greppia. Le aziende, dalle maxi alle medie, arrivarono a offrire tangenti senza che venissero richieste. Lo consideravano un costo fisso per far sì che gli affari, una commessa, un appalto, una fornitura, andassero a buon fine. Nessuno poteva resistere alla voracità dei partiti. Neppure la Fiat, la Montedison, la stessa Eni.

Tra le cose raccontate da Cefis al magistrato Dell’Osso c’è una vicenda che riguarda la fornitura di gas siberiano all’Eni. Era la metà degli anni Sessanta. L’Eni aveva un eccellente rete di distribuzione del metano, ma stava esaurendo le riserve della Pianura padana. Mattei incontrò a Roma il vice presidente sovietico, Aleksej Kossighin e si sentì dire che l’Urss aveva una sterminata quantità di metano disponibile in Siberia. L’Eni si dichiarò disposto ad acquistarne una parte.

L’ACCORDO DEL ’69

La trattativa risultò molto complicata e durò qualche anno. Per concluderla, Cefis, succeduto a Mattei, si disse pronto a versare una tangente al Pci. L’accordo fu raggiunto nel dicembre 1969. Alle Botteghe Oscure venne riconosciuta una mazzetta di oltre dodici milioni di dollari, come contributo dell’Eni per il buon esito dell’accordo. Poiché il contratto di fornitura del gas siberiano aveva una durata ventennale, la tangente fu pagata a rate. Un milione e 200 mila dollari alla firma del contratto, il resto in versamenti semestrali. Il tutto passato per un conto svizzero indicato da Amerigo Terenzi, responsabile della stampa comunista in Italia. È inutile aggiungere che l’Eni di Mattei e poi di Cefis pagava quasi tutti i partiti, a cominciare dalla Dc e dal Psi.

Negli anni precedenti il terremoto di Mani Pulite un fiume di denaro sporco correva verso l’Italia dalla Svizzera o da qualche paradiso fiscale. I corrieri comunisti erano i più sicuri: compagni fidati e di carattere forte. Sapevano che, se fossero stati beccati, il partito li avrebbe scaricati. I pochi che vennero arrestati negli anni di Tangentopoli non parlarono mai. Anche i dirigenti del Pci pizzicati dal pool di Mani Pulite fecero scena muta, sia pure non tutti. Fra il giugno e l’agosto del 1993 intervistai per due volte il famoso “compagno G”, Primo Greganti. Era un vero osso duro che neppure i tre mesi passati nel carcere di San Vittore convinsero ad aprire bocca. Il compagno Primo negò di essere un corriere tra la Svizzera e l’Italia. E sostenne che i tanti milioni di lire che maneggiava erano suoi o avevano una provenienza lecita.

Nel 2011 ci sono ancora personaggi come lui? Ne dubito. Per di più i magistrati sono diventati assai più aggressivi. È questo uno dei motivi che mi fa pensare male della storia del tangentone, vero o fasullo non lo so, capace di travolgere anche un compagno sicuro di sé come Penati. Se fossi al posto di Bersani, non dormirei sonni tranquilli. Il rischio è che la leadership del Partito democratico venga presa da una signora con quattro palle: Rosy Bindi. Un ipotetico governo delle sinistre guidato da lei e dal compagno Nichi Vendola non farebbe dormire in pace neppure me.

(da Libero del 31 luglio 2011)

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4 risposte a Il tangentone. Così la pensa Giampaolo Pansa

  1. marisamoles ha detto:

    Non so se c’è più “materiale” su cui potrebbe lavorare Machiavelli (il fine giustifica i mezzi) oppure Freud (la rimozione). 😦

  2. Drilly ha detto:

    Mio marito ha progettato diverse scuole in Liguria (soprattutto a ponente) sotto il dominio di socialisti e comunisti. Alla mattina all’apertura dei cantieri una folta delegazione appartenente a questi partiti era lì pronta a raccogliere la mazzetta. Era impossibile sottrarsi a questo balzello, ti avrebbero ostacolato nel proseguo dei lavori. Era obbligo ubbidire se non volevi mandare a casa gli operai e chiudere i cantieri. Qualcuno di questi politici venne pure indagato ma nessuno condannato. Viva Via l’ITALIA!!!!!!!!!!!!!!!!!

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