Tutte mele marce, meno qualcuna?


«Penati e i suoi? Un direttorio finanziario democratico»

“Un sistema di corruzione attivo per 15 anni attorno al dirigente pd ex presidente della Provincia di Milano”

Così titola in prima pagina Il Corriere di oggi, riportando le conclusioni della Procura di Monza sul caso del dirigente del Pd Filippo Penati, del suo ex capo di gabinetto Giordano Vimercati e degli altri esponenti del PD, di quello, insomma, che la Procura definisce un «direttorio finanziario democratico» che ha operato in «un quindicennio di sfruttamento della funzione pubblica a fini di arricchimento privato e di illecito finanziamento alla politica a Sesto San Giovanni», con «un peccato originale» da scontare: «Il peccato originale degli ingenti finanziamenti percepiti durante il duplice mandato di sindaco condiziona tutt’ora le decisioni di Penati indipendentemente dal tempo trascorso e dal ruolo ricoperto».

Non solo, ma i pubblici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia arrivano a ritenere che «la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni amministrative ampli il rischio di reiterazione del delitto» e gli stessi pm, inoltre denunciano «la sistematica attività di inquinamento istruttorio tutt’ora in corso ad opera dei politici indagati, con pressioni su vittime e complici»

Ci sarà un processo? Certo che no! E’ la sinistra sotto acccusa e il Gip ha declassato tutto questo ambaradan come semplice “corruzione”, anzichè “concussione” e, dato il tempo trascorso dai fatti accertati, senza tener conto delle affermazioni dei pm relativi alle recenti amministrative, ha fatto in modo che scattasse la prescrizione.

Uno scandalo. Certamente, anche se, in ogni caso, la prescrizione non cancellerà i fatti. Ma in politica il più pulito ha la rogna e ci hanno abituati a questo ed altro!

Sempre in prima pagina, commentando la vicenda, Antonio Polito propone:

“Rinunciate alla prescrizione”



Vedo già l classico gesto dell’ombrello, ma val la pena di leggere:

Il danno che la vicenda di Sesto San Giovanni sta arrecando al partito di Bersani è molto serio [..] Il punto cruciale è che Penati non può essere trattato come una «mela marcia». Non c’è niente di «marcio» in quest’uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista, prima da sindaco e poi da presidente di Provincia, salendo un po’ alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi. Penati non commerciava in Rolex falsi e non girava in Ferrari. Se ha preso le mazzette che gli vengono contestate, le ha prese per finanziare la sua ascesa politica e quella dei suoi compagni. Ed è sgradevole che il gip, seguendo una moda ormai invalsa tra i magistrati, infili nella sua sentenza gratuiti commenti da corsivista, scrivendo che si è comportato come un «delinquente matricolato».

Ma è proprio perché Penati non è delinquente matricolato che il Pd è nei guai. Quello emerso a Sesto San Giovanni è infatti un «sistema», anzi un «sistemone» di finanziamento della politica. Non c’è solo Penati. C’è il suo capo di gabinetto, c’è l’assessore della giunta seguente, e per una vicenda minore è indagato anche l’attuale sindaco. Il pm parla di un «direttorio finanziario democratico» in opera da almeno 15 anni, di un vero e proprio «peccato originale».

 È di quel peccato originale che il vertice del Pd sta ostinatamente evitando di parlare, assumendo un atteggiamento da vergine offesa che le circostanze davvero non giustificano. Se infatti le cose funzionavano così a Sesto San Giovanni, che era un po’ la boutique del governo della sinistra nel Nord, se coinvolgevano le Coop, se proseguivano nell’inquinamento probatorio fino ai giorni nostri, se perfino il successo elettorale a Milano poteva diventare occasione per reiterare il reato tacitando l’imprenditore amico, titolare per altro di una società il cui nome, «Caronte», diceva già tutto; beh, allora vuol dire che si trattava di una pratica radicata, antica ed evidentemente tollerata. Il punto è: quanto è estesa? Troppe fondazioni, troppe correnti, troppi feudi locali nel Pd cercano risorse per vivere, affermarsi e contare a Roma un po’ come ha fatto Penati in questi anni.

 Non so se nel Pd ci sono ancora i probiviri come c’erano una volta nel Pci. Ma, se ci sono, Bersani dovrebbe sguinzagliarli in giro per l’Italia, dovrebbe essere lui a promuovere un’inchiesta, a scrutare dentro e dietro i potentati piccoli e grandi che esistono nel suo partito, alcuni dei quali —Penati e le Coop di sicuro—fanno parte integrante della sua constituency personale. Il Pd ha proposto nella «contromanovra» un drastico taglio dei costi della politica. Ma non c’è nessun aspetto della politica italiana che costi più della corruzione. La credibilità di un partito che vuole curare il Paese sta anche nella capacità di curare innanzitutto se stesso.

Tutto giusto ma è la conclusione che è patetica. Un penoso tentativo di salvare la verginità della testa di quel partito, con un’indagine interna che non porterà a nulla. A chi la vuol raccontare? Se prima dice che “allora vuol dire che si trattava di una pratica radicata, antica ed evidentemente tollerata” e si chiede “quanto è estesa?” citando le “Troppe fondazioni, troppe correnti, troppi feudi locali nel Pd cercano risorse per vivere, affermarsi e contare a Roma”, in un sistema di mele marce, dunque, come fa a pensare che ci siano tutte mele buone a capo di quel sistema?

Un vecchio proverbio napoletano dice: O’ pesce fete da’ capa!” – Il pesce puzza dalla testa – Mai sentito dire?

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