Prima o poi la Fiat se ne andrà da questo Paese.

E’ firmato da Mario Deaglio l’editoriale per La Stampa oggi in edicola che titola:

“La vera partita per il Paese” 

L’editoriale fa riferimento all’annuncio di Sergio Marchionne per il quale Fiat e Fiat Industrial lasceranno Confindustria, a far data dal 1° Gennaio 2012. Tale decisione, peraltro attesa da tempo, trae verosimilmente origine dal dissenso sulla «postilla» dell’accordo interconfederale sottoscritto da Confindustria il 21 settembre scorso, che stabilisce l’impegno, tra imprese e sindacati, di non consentire l’applicazione dell’art. 8 della recente manovra estiva sui licenziamenti.

Scrive il professor Deaglio

“Con la decisione della Fiat di uscire dalla Confindustria, l’amministratore delegato Marchionne si configura una volta di più come avversario del «gattopardismo», un termine che vuole indicare un cambiamento di facciata che lascia intatti i sottostanti meccanismi e rapporti di potere. Derivato da «Il Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa, dove il nipote del protagonista, Tancredi, pronuncia una frase divenuta emblematica della realtà italiana: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» descrive purtroppo molto bene la nostra disperante immobilità.

Marchionne, può essere ammirato o criticato, può trovare consensi o dissensi ma di sicuro non è un Gattopardo. La sua azione di amministratore delegato della Fiat continua a configurarsi come il principale elemento di discontinuità, o, se si preferisce, di rottura, con la tradizione italiana di rapporti tra imprese e politica, tra imprese e mondo del lavoro, tra imprese e estero.

La decisione del 2009 di correre l’avventura americana con l’ingresso nel capitale della Chrysler, un’impresa più grande della Fiat – di cui la Fiat oggi detiene la maggioranza assoluta – non rientra certo negli schemi normali del capitalismo italiano, spesso molto attenti a non «offendere» i grandi concorrenti stranieri ma piuttosto a collaborare con loro; così come non vi rientrano gli accordi sindacali relativi agli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori e ex Bertone che hanno, in varia misura e con varie modalità, scardinato la bene oliata macchina delle normali contrattazioni sindacali; e il disinteresse che in più di un’occasione recente la Fiat ha mostrato verso gli sgravi fiscali per sostenere la domanda di auto in Italia.

La strategia degli investimenti di un gruppo delle dimensioni della Fiat non può non condizionare in gran parte la politica industriale dell’Italia, specie quando questa politica, come è successo negli ultimi 2-3 anni, può considerarsi praticamente inesistente. Quella che si è venuta definitivamente precisando con gli annunci di ieri è sicuramente una strategia scomoda, che, per di più, va contro a molta saggezza convenzionale. Il ritorno in Italia dalla Polonia di lavorazioni industriali «pesanti», la conferma di un ruolo tecnologico-produttivo importante per lo stabilimento torinese di Mirafiori, il tentativo di riaccendere la competizione della Fiat nel settore delle auto di qualità, in competizione con grandi case straniere, a partire dallo stabilimento ex Bertone sono mosse audaci, specie in un momento di difficile congiuntura mondiale come quello presente. Sono scommesse importanti, dall’esito non scontato, in un mondo industriale che non ama molto scommettere e che cerca spesso garanzie pubbliche e coperture bancarie, oltre che l’assenso informale del sindacato, a gran parte delle proprie iniziative.

Tutto ciò non significa che il mondo industriale non possa trovare una sua dimensione internazionale o che l’ambiente in cui operano le imprese italiane sia oggettivamente privo di punti di forza; di sicuro, però, tale ambiente si è rivelato poco adatto al quadro competitivo che, per il momento almeno, prevale nel mondo. Per valutare bene la portata dell’inadeguatezza italiana occorre ricordare che da vari anni nessuna grande impresa, italiana o estera che sia, compie investimenti importanti nel Mezzogiorno – se si eccettua qualche iniziativa dell’industria pubblica – e che il resto d’Italia vive in un clima economico stagnante in marcato contrasto, anche in questo periodo di crisi, con il carattere estremamente dinamico dell’economia mondiale. Una ricerca del Fraser Institute che viene presentata in questi giorni a Torino dal Centro Einaudi, pone l’Italia al 70˚ posto nel mondo e al terzultimo in Europa per quanto riguarda la libertà economica; nel 2008 era al 66˚ posto, nel 2003 al 50˚, 10 anni fa al 35˚.

Questi numeri parlano da soli. O forse no. L’Italia può anche legittimamente scegliere la strada del «piccolismo», dell’irrilevanza internazionale, del Paese-museo; delle relazioni sindacali in cui si stabilisce che tutto cambi, come con l’articolo 8 della recente manovra che consente di regolare con accordi anche i licenziamenti individuali, salvo poi procedere a un’intesa Confindustria-sindacato che impegna i contraenti a non applicare tale articolo. Precisamente tale intesa è stata la causa prossima dell’uscita della Fiat dalla Confindustria.

L’importante in questa vicenda non è stabilire se Marchionne abbia ragione o torto; è prima di tutto importante che gli impegni presi vengano rispettati e sin qui questo è successo. Occorre poi che l’Italia, di tutti i colori politici e di tutte le convinzioni, decida se vuole cercar di giocare una partita economica di primo piano. Se lo vuol fare non potrà difendere i diritti attuali di tutti se non riducendo di fatto i diritti di chi è senza lavoro e delle nuove generazioni, come purtroppo sta succedendo. Di fronte a alternative del genere, rinviare le scelte e fare i Gattopardi non serve a nulla.

Fin qui l’editoriale. Io sono certo che nessun governo di nessun colore, per ragioni elettorali, rinuncerà mai a difendere i diritti di tutti (flessibilità del lavoro, pensioni, sanità) e una domanda, quindi, ce l’ho: che cosa fareste voi al posto suo?

Chi glie lo fa fare di rimanere ancora a lungo in un Paese “gattopardo” che ha perso ogni tipo di competitività internazionale?

Che abbia ragione Giannelli?

(Da La Stampa e dal Corriere di oggi).

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4 risposte a Prima o poi la Fiat se ne andrà da questo Paese.

  1. quarchedundepegi ha detto:

    Chi glielo fa fare? L’amor patrio?

    • frz40 ha detto:

      No. Quando ci sono gli affari di mezzo, l’amor patrio non conta. E’ che dalle situazioni complesse non è facile defilarsi e spesso è anche molto costoso. Lo farà gradualmente, un poco alla volta.

  2. Quarchedundepegi ha detto:

    …e senza dar nell’occhio?

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