I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: tiriamo le somme

Detto, seppur molto succintamente, dei singoli punti, non resta che tirar un po’ le somme e chiedersi se, e fino anche punto, si possa contare su quei cento punti per “salvare” l’Italia.

Dico subito che la risposta non è facile. Alcuni sono semplici enunciati, altri sono solo specchietti acchiappa voti per le allodole, altri ancora sono da valutare in termini di disponibilità delle risorse a  relativi benefici. Ma bisogna dar atto a Renzi che si è esposto con coraggio e molte cose buone le ha dette.

Valuto positivamente, in particolare:

–        l’obiettivo di portare il rapporto debito/Pil al 100% in 3 anni, anche se sono in grado di valutare il peso delle singole azioni indicate, poiché non sono indicati gli importi attesi da ognuna;
–        le azioni, nel loro complesso, per la riforma della politica e delle Istituzioni;
–        l’indicazione di voler intervenire sulle pensioni;
–        l’obiettivo di ridurre, a regime,  la pressione sul reddito personale e sulle imprese;
–        la liberalizzazione e la messa in concorrenza tra di loro di taluni servizi pubblici;
–        l’introduzione del principio della meritocrazia nell’ambito del pubblico impiego;
–        le azoni indicate con l’obiettivo di ridurre i tempi dei processi e l’introduzione del principio di responsabilità dei magistrati;
–        le azioni per parametrare e rendere uniformi tra le regioni i costi della sanità e contenerne  la spesa (anche se non quelle indicate non mi sembrano sufficienti);
–        l’obiettivo di dar maggior flessibilità al mondo del lavoro, riformando gli ammortizzatori sociali, valorizzando il ruolo dei contratti aziendali e aprendo maggiormente le porte ai giovani.

Mi sembra un buon programma e se ho dimenticato qualche punto importante, me ne scuso e prometto, per contro, di non attirare l’attenzione su alcune azioni che mi sembrano non appropriate o su temi non presi in considerazione.

L’importante è dire che va nella giusta direzione.

Non so, però, se possa salvare realisticamente l’Italia perché sono certo che incontrerebbe moltissimi ostacoli.

Il primo ostacolo è costituito dalle sfavorevoli prospettive di sviluppo dell’economia mondiale. Angela Merkel ha dichiarato, appena pochi giorni fa, che ci vorranno almeno dieci anni per ritornare a tassi di crescita soddisfacenti e stabili e credo che abbia ragione.

Il secondo ostacolo è che se anche i tassi di sviluppo dell’economia ritornassero a crescere nel mondo, noi non saremo tra i Paesi che ne potranno trarne maggior beneficio. Il nostro punto debole è l’industria e, al suo interno l’elevato costo del lavoro, lontano dall’essere competitivo sul piano internazionale.

Siamo un Paese che non ha materie prime, che deve importare energia e che può puntare pressoché solo sulla risorsa lavoro per rendere competitivo il costo di ogni prodotto, sia esso un’automobile, un frigorifero, un paio di scarpe o un bottone. E il nostro costo del lavoro è troppo elevato. E’ vero che i nostri salari netti sono inferiori a quelli di Francia e Germania, ma al lordo sono più alti per l’eccessivo peso degli oneri sociali e della elevata fiscalità sulle retribuzioni. In ogni caso, non è solo con quei due Paesi che dobbiamo confrontarci.

Dovremmo essere particolarmente produttivi ed efficienti ma abbiamo regole che ingessano la flessibilità del lavoro. Siamo totalmente assenti da settori in forte sviluppo, quali l’elettronica e, per tener bassi i costi finali, siamo costretti ad importare semilavorati e parti, ma questo vuol dire importare lavoro dall’estero. Non è un caso che nessun imprenditore internazionale sia venuto, da decenni, a svilupparsi in Italia e che i nostri siano andati all’estero.

Senza sviluppo dell’industria non c’è sviluppo dell’economia e non bastano i tassi di crescita della piccola e media industria o di settori ad alta meccanizzazione e scarso contenuto di valore aggiunto. Così come non bastano l’ agricoltura, i servizi, il turismo, le banche e le assicurazioni.

Il terzo punto è l’abnorme peso della spesa pubblica. I costi della sanità sono irrefrenabili, il sistema pensionistico va in rosso e, soprattutto, occorrerebbe recuperare produttività  e tagliare i molti inutili sperperi in molte aree. Ma questo vuol dire non sostituire o tagliare posti di lavoro.

Il quarto è l’insufficienza delle entrate per fronteggiare spese e nuove azioni di sviluppo. Le entrate sono quelle fiscali e la fiscalità italiana è già tra le più alte al mondo. E’ vero che c’è una forte evasione, ma fin quando prolifereranno ‘ndrangheta e mafia ci saranno sempre grandi evasioni e distrazioni di risorse.

In questo scenario che vede fortemente compromesse le possibilità di crescita e mette in crisi le prospettive occupazionali e di miglioramento delle retribuzioni, mi chiedo quali forze politiche abbiano la capacità di coagulare il consenso attorno ad un programma di questo tipo e quale probabilità abbia tale programma di essere  attuato con la dovuta incisività.

Eppure ad esso non vedo alternative. Il problema è che siamo ancora troppo ricchi. Non tutti, certo, ma molti e siamo stati abituati a vivere al di sopra delle nostre possibilità consumando i risparmi, senza renderci conto che se non abbassiamo noi da ricchi le pretese, sarà il mercato a costringere i nostri figli a farlo, da poveri.

In precedenza:

I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: da 87 a 100.
I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: da 61 a 86.
I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: da 39 a 60
I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: da 18 a 38
I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: da 1 a 17 
I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi. Prologo.

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2 risposte a I cento punti per salvare l’Italia di Matteo Renzi: tiriamo le somme

  1. ilGrandeColibrì ha detto:

    Le cento idee di Renzi grande novità della politica italiana? Come si notava (link), sembra più un rigurgito democristianista!

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