Riforma del lavoro: ma qual’era il vero obiettivo?

 

Non c’è dubbio che la riforma del lavoro fosse il passo più impegnativo del governo tecnico.

L’obiettivo avrebbe dovuto essere quello di promuovere gli investimenti e, quindi, la crescita economica del nostro Paese, rendendo il mercato del lavoro più dinamico, più flessibile, meno costoso e più efficiente.

Non mi pare che questa riforma raggiunga questi obiettivi se non in minima parte.

Dicono Alberto Alesina, Professore di economia alla Harvard University e Andrea Ichino Professore di economia all’ Università di Bologna, sul Corriere di ieri:

Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro, di cui si sta discutendo, appartiene a questa seconda categoria.  […] In ogni sistema economico, anche durante una recessione, ci sono imprese che potrebbero espandersi e imprese che si contraggono. E quelle che sono oggi in buone acque, domani potrebbero trovarsi in difficoltà mentre quelle oggi mal messe potrebbero riprendersi in futuro. Se i licenziamenti per motivi economici sono fortemente vincolati, le imprese in crisi hanno difficoltà a ridurre il numero dei dipendenti. D’ altro canto le imprese che potrebbero espandersi sono riluttanti ad assumere perché temono poi di non poter licenziare se e quando arriveranno tempi difficili.

E su questa riforma aggiungono:

Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l’ occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. [..] Se fosse «mancato il tempo per le lunghe consultazioni», come nel caso delle pensioni riformate in modo incisivo sotto la pressione dello spread, anche la riforma del mercato del lavoro, disegnata liberamente dal ministro Fornero, avrebbe potuto generare effetti reali e positivi derivanti da una migliore combinazione tra lavoro e capitale. Così è insufficiente per migliorare davvero le cose e sarà ancora peggio se il Parlamento la annacquerà ulteriormente soprattutto per quel che riguarda l’ accertamento giudiziale della sussistenza di motivi economici per il licenziamento e l’ eventuale reintegrazione del lavoratore. Da questo accertamento traggono profitto solo gli avvocati, non i giudici caricati di un inutile aggravio di lavoro e certamente non i lavoratori e le imprese che pagano un costo sensibile anche in termini di incertezza sugli esiti del giudizio.

Non c’è da illudersi che il contesto internazionale sia meno critico. Per tutti si sente tradito il Wall  Street  Journal che si pente amaramente di aver paragonato pochi giorni or sono Mario Monti alla Tatcher e afferma che la riforma è

«una resa a coloro che stanno portando l’Italia verso la Grecia». 

Al WSJ  Monti risponde che:

“Questa è una riforma complessa che avrà un impatto importante e positivo sull’economia italiana. Merita un’analisi seria piuttosto che giudizi veloci.” 

(Vedi:  linchiesta. it)

Io son per le cose semplici e facili da capire.

Ma soprattutto penso che ci si sia dimenticati del vero obiettivo, che, ripeto, è quello di tornare a rendere attrattivi gli investimenti nel nostro Paese, per stimolarne la crescita. E per far questo la riforma avrebbe dovuto rendere il mercato del lavoro molto più più dinamico, molto più flessibile, molto meno costoso e più molto efficiente che negli altri Paesi.

E questo certamente non è ed ci vorranno chissà quanti anni per riparare alla perdita di questa frande occasione.

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