[Libri] Date un cane a un intellettuale…“E poi chi lo porta fuori il cane?”

Date un cane a un intellettuale…, e vedrete che cosa ne vien fuori.

“Insomma, a dispetto delle migliori speranze, e anche del principio speranza di Ernst Bloch, a onta delle utopie e delle illusioni delle avanguardie letterarie e spirituali del Novecento, i cani non fanno niente per niente: «loro» ti stanno accanto e si stringono a te perché vogliono sentire il caldo, altro che sentimentalismi, ti leccano il braccio per la buona ragione che è ottimo il sapore salatino del sudore, ti appoggiano miserevolmente il muso sulla coscia per lucrare un pezzetto di pizza.” 

“Ma tutti noi abbiamo una tale capacità di autoillusione da ignorare queste semplici verità, e siamo in grado di costruire potenti immagini illusorie in cui il sacro cane è un vaso di sapienza e di bontà, pronto a regalarci tutti i suoi doni vitali e a dedicarci i suoi talenti, per il nostro esclusivo piacere e per la maggior gloria dei cieli.”

E ancora:

“Il cane produce effetti miracolosi. Rende tutti più buoni, più intelligenti e più sani. Non è un prodigio misterioso. Si diventa più buoni perché fin dall’inizio c’è un piacere mai provato nel ritrovarsi con fratelli e amici a fare compagnia alla Liù, a cenare insieme, a bere, a scherzare mentre lei si aggira fra le gambe dei commensali che la chiamano, Liù, dove sei, pizza, vuoi pizza? E capirai se non la vuole la pizza. La pizza è stata inventata anche per lei. Si diventa più intelligenti perché è necessario uno sforzo continuo per capire che cosa diavolo vuole il cane, se ha fame o se ha mal di pancia, se vuole uscire o se si è insospettito per un rumore sul pianerottolo, se finge o se fa sul serio, se ha voglia semplicemente di fare quattro salti o gli sta per venire una colica. E si diventa più sani, neanche a dirlo, perché il cane trotta e noi camminiamo, il cane tira e noi resistiamo, il cane vuole correre e noi gli corriamo dietro.”

 Insomma: noi, poveri comuni mortali saremmo solo un’accozzaglia  di autoillusi ammiratori del “povero Marley che drammaticamente muore per iniezione letale alla fine del libro strappalacrime dopo avere avvelenato il matrimonio ai due poveretti”, mentre il cane  sarebbe solo un oggetto animato, un saprofita, utile per farci stare in compagnia di altri esseri umani, per farci sentire più intelligenti e tenerci più in salute. Poi, ma questo solo per gli eletti, può anche essere un’occasione per fare ampio sfoggio di cultura ed erudite citazioni.

E’ questo quel che mi appare dalla lettura di “E poi chi lo porta fuori il cane? – Come una labrador nera mi ha rivoluzionato la vita” di Edmondo Berselli – Mondadori, 2012 –  al quale si associano plaudenti Ezio Mauro, con la sua prefazione e Gad Lerner a commento di “Liù – Biografia morale di un cane” dello stesso autore.

Io sto dalla parte dei poveri di spirito che adorano i cani per tutto quanto ci sanno dare.

Noi umani, cosi più saggi e più sofisticati, abbiamo sempre avuto difficoltà a immaginare quel che conta e non conta realmente – scrive John Grogan – Marley mi ha insegnato a vivere ogni giorno con sfrenata esuberanza e gioia, a cogliere il momento e seguire il mio cuore. Mi ha insegnato ad apprezzare le cose semplici: una passeggiata nei boschi, una fresca nevicata, un sonnellino in un raggio di sole invernale. E mentre diventava vecchio e malandato, mi ha insegnato l’ottimismo di fronte alle avversità. Soprattutto mi ha insegnato l’amicizia, l’altruismo e una profonda devozione. A un cane non importa se sei ricco o povero, istruito o analfabeta, intelligente o stupido. Dagli il tuo cuore e lui ti darà il suo”.

E che gli “intellettuali” si tengano il proprio.

Per il libro, mio gradimento *.

—-
(Questo il mio precedente post e questa la pagina dei libri letti)

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