I valori.

Un bel pezzo di Roberto Gervaso per il Messaggero di oggi:

“Buongiorno vuol dire buongiorno”

Caro Signor Gervaso, buongiorno, con un aforisma in più: se il buongiorno si vede dal mattino, anche il mattino si vede dal buongiorno. Tanti buongiorno, quindi, quanti saranno gli aforismi più azzeccati. Ecco perché vorrei che facesse uno sforzo di memoria (e, magari, d’inventiva), e ci facesse leggere o rileggere pillole d’intelligenza critica (e autocritica) sull’educazione, la didattica, la ricerca, la formazione, la valutazione. Un sincero «buon viaggio» e un onesto «bene arrivati» nel Paese dove buongiorno vuol dire davvero buongiorno.
Nicola Siciliani de Cumis

Grazie del «buongiorno» che vuol dire davvero «buongiorno», in un Paese dove può voler dire di tutto: buona mattina, buon pomeriggio, buona notte. Uno dei vizi del nostro caro Stivale, forse il più detestabile e, per me, il più intollerabile, è non dire mai pane al pane, vino al vino, aceto all’aceto. Da noi niente è più precario della parola data, niente più labile dell’impegno preso, niente più aleatorio del giuramento fatto. Chi chiama le cose con il loro nome, non sa cosa rischia. La sincerità è la forma più coraggiosa di coraggio. E questo vale per tutti, soprattutto per i politici e i giornalisti che se la cantano e se la suonano fra di loro, infischiandosi di chi li ascolta o li legge. Pitigrilli, lo «scrittore-scandalo», come venne definito negli anni Venti e Trenta, indimenticabile autore della «Cintura di castità» e di «Mammiferi di lusso», ammoniva: «Se devi dire che piove, dì che piove».
Non mi piace chi allude, bisbiglia a mezza bocca, sputa sentenze e poi se le rimangia, pronuncia oracoli e poi li smentisce. Io amo chi va dritto al sodo, non s’aggrappa a eufemismi, non cerca alibi, non mena il can per l’aia. Fatta questa premessa, veniamo agli aforismi. Ne ho scritti più di diecimila, e almeno cinque li ho raccolti in volume. Una volta la settimana, di solito il giovedì, ne butto giù una sessantina sotto il titolo «Più aforismi, meno tasse». Sull’educazione potrei citargliene tanti, ma preferisco dire quel che penso senza liofilizzarlo in pillole.
L’educazione in Italia è latitante. Ce n’è poca in famiglia, ce n’è poca nella scuola, ce n’è pochissima nella società. E questo perché manchiamo di senso civico. E manchiamo di senso civico perché manchiamo di senso dello Stato. E manchiamo di senso dello Stato perché non abbiamo uno Stato, se non sulla carta, che si legge, ma di cui non si fa tesoro, o non se ne fa abbastanza. Un bel po’ di colpa ce l’ha il Sessantotto, che non solo ha irriso alle gerarchie, ma le ha sovvertite. Le gerarchie si fondano sul rispetto dei figli per i genitori; dei discenti per i docenti, tenuti anche a valutare il merito degli allievi.
Il merito dovrebbe essere il metro di misura anche nella società. Dovrebbe, ma non lo è, perché la società ha risentito delle turbolenze sessantottesche. Quando, oltre che del merito, si fa strame dei valori, non c’è più salvezza. I valori non sono bigotti residui del passato. I valori sono il nutrimento e il mastice di una comunità, che può, e deve, garantire a tutti le stesse opportunità di formazione e di carriera, ma non l’uguaglianza. Che è una grande balla, un’autentica impostura, una demagogica finzione. L’uguaglianza (siamo tutti uguali) non esiste, non è mai esistita, non può esistere. È, per dirla con Jules Renard, grande scrittore, gran galantuomo e sincero socialista, «l’utopia dell’invidia». Io vorrei le ricchezze di uno sceicco, ma non rinuncerei alla mia identità per la sua. Oggi, in Italia, educazione ce n’è poca. Chi dovrebbe insegnarcela in casa e a scuola non ce l’insegna, o ce l’insegna male. La società se ne infischia. Può anche rimproverarti e sanzionarti, ma sono eccezioni che lasciano il tempo che trovano. Ognuno fa i propri comodi e comodacci, passa col rosso, calpesta le aiuole, alza al massimo il volume del televisore, fa le corna a chi osa sorpassarlo, suona il clacson come se fosse al volante di un’ambulanza. Tutti bofonchiano, tutti protestano, ma fanno altrettanto, ligi al motto: «Malcostume mezzo gaudio».
I valori non sono funghi o lumache, che basta raccogliere sui prati o per le strade dopo la pioggia. Sono i puntelli di una società che, persa la faccia, ha perso anche la bussola. E non sarà certo la politica, questa politica, a restituirgliela.

Già, i valori!

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8 risposte a I valori.

  1. melodiestonate ha detto:

    non c’è più educazione è vero………..la nuova generazione poi …..se pensi che non salutano e non rispettano gli anziani…..io ho visto in autobus ragazzi seduti e anziani che traballavano in piedi…………cmq BUONGIORNO A TE CHE SIA UN BUON GIORNO…………SARA

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Pingback: Senza infingimenti | Diemme

  4. Monique ha detto:

    Sono d’accordo, a patto di non far coincidere la maggioranza con la totalità, perchè persone educate e oneste ce ne sono ancora e cambiare la rotta è sempre possibile. Come al solito è più facile criticare, che rimboccarsi le maniche e praticare ciò in cui si dice di credere. Credo sicuramente che se fossimo tutti più limpidi avremmo (e creeremmo) meno problemi.

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