Vite difficili

 

Che dire d’altro di fronte a questa notizia?

“L’Aquila, arrestato per droga il marocchino che salvò famiglia dopo incidente”

L’Aquila, 9 nov. – (Adnkronos) – E’ stato arrestato Adoiu Abderrahim, il marocchino di 48 anni, che aveva ottenuto il permesso di soggiorno dal ministero dell’Interno dopo aver salvato una famiglia, con un bambino di 5 anni, finita con l’auto in un canale tra Avezzano e San Benedetto, nell’Aquilano. L’uomo è stato fermato dai carabinieri di Avezzano perché sorpreso in possesso di hashish. Secondo gli investigatori, l’uomo stava spacciando droga insieme a un’altra persona. Nell’abitazione che il marocchino condivide con suo fratello, i militari hanno rinvenuto altri 45 grammi di hashish e 2 di cocaina.
L’uomo il 22 ottobre scorso aveva ottenuto un permesso di soggiorno dal ministro Anna Maria Cancellieri per motivi umanitari, per la durata di sei mesi. Il permesso è concesso, si leggeva nella nota, ”per il coraggio, l’elevato senso civico e lo spirito di appartenenza alla comunita’ dimostrati lo scorso 17 ottobre quando ha tratto in salvo una famiglia, tra cui un bambino di cinque anni, che si trovava a bordo di un veicolo finito fuori strada nelle acque di un canale”.

(fonte dell’immagine ogginotizie.it)

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32 risposte a Vite difficili

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. elinepal ha detto:

    Caro @Frz, purtroppo il permesso di soggiorno non è tutto. Averlo o avere lo status di rifugiato non dà da vivere. Ci sono Immigrati che cercano disperatamente di andare via dal’Italia ma essendo sbarcati sul nostro territorio ed avendo avuto prelevate le impronte nel nostro paese qui devono rimanere. In altri paesi europei avrebbero più chances di trovare un lavoro, anche piccolo, che permetta loro di vivere decentemente. In Italia è molto difficile. E quindi è facile adattarsi ad altri tipi di lavori. Dico questo non per giustificare uno spacciatore. Figuriamoci. Ma sono a contatto ultimamente con immigrati che hanno avuto l’opportunità di partecipare ad un progetto di lavoro artigianale, di cui probabilmente scriverò, e ti assicuro che potendo lavorare per vivere onestamente, lo fanno. Se non ti dispiace l’invadenza ti posto un link di un filmato abbastanza chiarificatore di come vanno le cose in Italia per queste persone.
    http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/08/18/hotel-africa-roma-vivono-profughi-dimenticati-tutti/203551/

    • frz40 ha detto:

      Ti chiedo scusa, ritornerò sul tuo commento domani con calma. Nel frattempo chiariscimi, per favore, una cosa che non so: perché dici “avendo avuto prelevate le impronte nel nostro paese qui devono rimanere”?

      • elinepal ha detto:

        le impronte digitali intendo. Per essere identificati, nell’iter che devono seguire per avere il permesso di soggiorno o lo status di rifugiato.

      • frz40 ha detto:

        Sì, ho capito, ma perché se gli prelevano le impronte non possono più recarsi all’estero? O è per effetto del permesso di soggiorno o dello status di rifugiato?

      • elinepal ha detto:

        per la convenzione di Dublino, lo stato membro della UE che ha il dovere di esaminare la sua richiesta di asilo è il primo in cui l’immigrato è stato registrato. Dopo di che non è più possibile per lui chiedere asilo inun altro paese. Anche se ha la sua famiglia in Germania, per esempio, un immigrato che arriva a Lampedusa e viene registrato in Italia, non ha diritto di andare in Germania. E quindi deve rimanere in italia e cercare di lavorare e vivere qui. Anche se le su chance di inserimento sociale sono inferiori e se per lui l’Italia è stato solo il primo approdo di fortuna. Sono in tanti che cercano comunque di passare la frontiera, molti si bruciano le dita per cancellare le impronte. Ma normalmente vengono beccati e rimandati mal paese che per primo li ha accolti. ora io non sono una esperta in diritto internazionale, ma dal poco che ho potuto conoscere questa convenzione per molti motivi è un problema per i paesi europei che maggiormente sono oggetto di “sbarchi” e per gli immigrati che non possono “scegliere” in quale paese europeo chiedere asilo. La differenza di possibilità di integrazione, di riuscire a trovare occupazione, di avere diritto ad una assistenza decente sono molto diversi da paese a paese.

      • frz40 ha detto:

        Prima di tutto ti ringrazio sia per il commento che per la successiva spiegazione. Tocchi argomenti che meriterebbero un ampio dibattito, io mi limiterò a qualche considerazione.
        1. Lo spirito di questo post non era quello di mettere a dito la figura dell’immigrato, più o meno clandestino che sia, ma dell’uomo in generale. Poteva trattarsi di un nostro giovane in cerca di occupazione o di un padre di famiglia rimasto senza lavoro e questo caso, ancora una volta e con una certa amarezza, dimostra come anche in animi dallo spirito altamente nobile e umanitario possano convivere comportamenti di segno contrario. Insomma in ognuno di noi pare proprio che possano coesistere, estremizzando, un doctor Jackill e un mister Hide.
        2. La convenzione di Dublino. Pare proprio che sia come dici tu. Nata per semplificare è diventata una vera ghigliottina alla quale non si può sfuggire. L’ho letto anche qui. Basterebbe forse modificare la legge nel senso di far dichiarare immediatamente al profugo quale sia lo Stato di destinazione per attribuire a quello Stato, e non a quello di sbarco, la competenza sul merito della domanda di accoglimento. Visto però che oggi, nella pratica, le clausole umanitarie previste dall’attuale convenzione vengono bellamente ignorate, non c’è molto da sperare e le patate calde dovranno continuare a sbucciarsele gli Stati di sbarco.
        3. E tra le “patate calde” che restano da noi, non c’è dubbio che molti vorrebbero solo lavorare onestamente (e alcuni, nel mio piccolo, li ho aiutati personalmente, anche se altri mi hanno dato delle fregature), ma qualcuno non ne ha mai avuto la minima intenzione e in qualcun altro lo stato di necessità fa prevalere Mr. Hide. Dico subito che all’assoluto stato di necessità credo poco. Mi vengono in mente i nostri nonni e i tempi che Giampaolo Pansa così racconta: “Di abbondante c’era soltanto la malaria. Ci dava dentro ogni mese dell’anno perché non veniva curata a dovere. Il chinino non era ancora gratuito e costava caro come il fuoco. Chi si ammalava, di solito andava al creatore. Per deperimento organico, ossia per la fame. Per le tumefazioni della milza. Per le cirrosi epatiche malariche. […] Mia nonna Caterina Zaffiro, nata a Caresana nel 1869, siamo sempre nella pianura di Vercelli, era analfabeta e tale rimase sino alla morte, nel 1947. Lei e Giovanni si sposarono nell’agosto 1888, quando lui aveva 25 anni e lei appena 19. Unirono due miserie. Mangiavano pane e appetito. Oppure polenta e coltello. Però la polenta non sempre c’era. Per averla, bisognava rubarla. Ricordo di aver sentito mia nonna recitare, in dialetto, una filastrocca: «Polenta, polentata, è più buona se l’hai rubata». Sì “rubar la polenta”, ma solo quella. Oggi rubano ben altro e spesso in modo organizzato. E non ce l’ho solo con i poveri immigrati che forse, tra tutti, lo stato di necessità, sono quelli che lo subiscono di più.
        4. Quanto alle condizioni miserevoli del cosiddetto Hotel Africa, ovvero di “Palazzo Selam”, come è stato ribattezzato dagli 800 immigrati che ci vivono, leggo (da Il Fatto) che lì “manchi tutto o quasi: a cominciare da luce e gas. Ai tempi questo edificio era frutto di un progetto voluto da Actionaid e l’associazione Selem, appoggiato dalla giunta Veltroni. Si voleva creare un luogo autogestito dagli stessi rifugiati, ma, visti i costi, alla fine non se ne fece più niente. Nel 2007 con l’ordine di sgombero, i rifugiati hanno cominciato la resistenza barricandosi nel palazzo” e mi vengono queste considerazioni:
        a. Ai costi bisognava pensarci prima, cari Veltroni, Ferrero e tutti quanti l’hanno fatta facile a farsi belli con iniziative “umanitarie” con i quattrini altrui.
        b. Se non ci si è pensato prima, è appena giusto pensarci poi e quindi l’ordine di sgombero va eseguito. Se no chi paga? E per quanti altri dovremo pagare?
        c. Certo, chi lo occupa fa pena, ma che diritto ne ha?
        d. E poi, scusatemi la franchezza, ma se le condizioni di permanenza sono tanto disagiate, chi glielo fa fare di rimanere?
        Vite difficili, recitava il titolo di questo post; se possiamo aiutiamole, sì, ma non col pietismo facile e le tasche altrui.

  3. strangethelost ha detto:

    Sarà pure uno spacciatore ,ma ha dato una prova di umanità e coraggio che forse in pochi avrebbero avuto!

    • frz40 ha detto:

      Concordo, ma con l’amaro in bocca. Tanto più che dopo quell’atto di grande umanità e coraggio qualche opportunità l’avrà probabilmente avuta.

      • strangethelost ha detto:

        Non possiamo saperlo,forse non ha avuto nessuna opportunità!
        Ricorda che siamo in piena crisi e lui resta sempre uno straniero di cui si diffida anche se tanti direbbero che non è affatto vero.

      • frz40 ha detto:

        Infatti ho detto “probabilmente” e, per contro, non sappiamo nemmeno se se la sia cercata sfruttando la popolarità. Ma l’amaro in bocca, un piccolo senso di delusione, ce l’avrei comunque e a prescindere dallo status di immigrato.

  4. Monique ha detto:

    Come spesso accade, non mi piace la modalità “faziosa” con cui vengono date certe notizia dai media. Nel caso specifico sembrano voler evidenziare quanto sia razzista il nostro paese, infischiandosene del fatto che spacciare droga sia un reato. Concordo con te sul fatto che sarebbe stato lo stesso se, invece di un immigrato, si fosse trattato di un italiano senza lavoro.
    E poi basta con questo buonismo stucchevole!

  5. Elena ha detto:

    Mi ha colpito questa storia! Certo forse per sopravvivere tutto si fa!

  6. Diemme ha detto:

    Posso azzardare anche l’ipotesi che, in certi paesi, spacciare droga possa essere come da noi contrabbandare sigarette? Credo che sia proprio il concetto di droga, soprattutto di quelle cosiddette “leggere”, a essere diverso.

    Questo non toglie che sia un reato ma, ripeto, fate conto che uno che ha salvato una vita venga sorpreso a contrabbandare sigarette per vivere: l’avremmo trovato così contradditorio e ci saremmo scandalizzati nello stesso modo?

    • frz40 ha detto:

      Nessuno si scandalizza più di tanto; è che gli eroi ci piace tanto immaginarli immacolati, senza macchia e senza paura e quando ci accorgiamo che non è così, ci deludono un po’.

      • Diemme ha detto:

        Volevo dire, magari nella loro mentalità il consumo di hashish non è neanche una macchia.

      • frz40 ha detto:

        No, non scherzare. Questo non te lo passo, perché anche se fosse sanno benissimo che qui è vietato e i soldi che servono per comprare e vendere non sono peanuts.

      • Diemme ha detto:

        Non intendevo questo. Ti ripeto, ricordo il nonno quando mi raccontava della borsanera: i beni comprati – e venduti per lo più per necessità – erano beni regolari, abbenché quel tipo di vendita fosse fuori legge, non a caso la borsa era definita “nera” (ma forse non riesco a spiegarmi).

      • frz40 ha detto:

        Ho capito, ma sono certo che sanno benissimo quali sono i beni regolari, qui da noi.

  7. elinepal ha detto:

    E’ vero, è un argomento complesso e bisognerebbe conoscere bene le cose prima di parlarne. Ma ho avuto la presunzione di parlare di qualcosa che non conosco a fondo e vado avanti. Questo è quello che so.
    E’ chiaro che qualunque comportamento in contrasto con la legge deve essere punito, chiunque lo attui. E quindi è giusto che se si spaccia droga si debba essere arrestati. Mi sembra comunque che la questione non sia questa. In Italia arrivano tante persone. Molte sono persone per bene, che hanno dovuto lasciare lavoro, famiglia, casa, ogni cosa. Questo è un fatto e l’Europa ci deve fare i conti. Il problema in Italia è che non c’è adeguata assistenza per il considerevole numero di immigrati che arrivano richiedendo asilo. E’ chiaro che una persona che non ha nulla è facile che arrivi a delinquere per riuscire a vivere. Senza quindi giustificare alcun atto, ritengo che si debba considerare che dare anche una piccola opportunità di lavoro a chi riceve un permesso di soggiorno o uno status di rifugiato dovrebbe essere automatico. In Italia questo tipo di attività lo fanno le associazioni cattoliche tipo Caritas, o associazioni private tipo il progetto di cui ti ho parlato. Ti assicuro che incontrare questi uomini e donne e sentire la loro storia e capire quante e quali sofferenze hanno alle spalle cambia un po’ la percezione del problema. E’ chiaro che nessuno vorrebbe vivere, magari con dei figli piccoli, all’Hotel Africa. Ma se l’alternativa è dormire per strada? Non conosco bene la storia del progetto Veltroniano, ma temo si sia arenato al cambio di amministrazione al Comune di Roma. In questi anni di amministrazione Alemanno c’è stato un taglio drastico ai finanziamenti da parte delle politiche sociali, per esempio. Anche ai centri dove vengono accolti di giorno i bambini degli immigrati, per esempio. Se il livello di vita di tutti noi romani è così miseramente crollato, immaginiamoci quello di persone che non hanno nulla.
    Di certo c’è che nessuno, se non obbligato, decide di emigrare. E non si può più far finta che questo problema non esista. O pensare di poter mettere un freno. C’è da ripensare le convenzione che regolano i flussi migratori in Europa forse. C’è da capire dove vanno a finire i soldi che l’Europa destina ai paesi che ospitano i rifugiati. Non si tratta di fare la carità se avanza qualcosa. Ma di riordinare il concetto di società, di accoglienza e integrazione.

    • frz40 ha detto:

      Sul piano umanitario hai tutte le ragioni, tuttavia non è vero che in Italia arrivino solo persone per bene e solo persone obbligate ad emigrare. Arriva di tutto e per colpa di qualcuno si finisce col non far credito a nessuno. Che poi non è nemmeno vero questo.

      Certo, si può sempre far di più e, soprattutto, meglio e sarebbe magari anche bello poter dare, come tu dici, una piccola opportunità di lavoro a chi riceve un permesso di soggiorno o uno status di rifugiato. Ma chi la dovrebbe dare, per quanto tempo, a che costo e per far che cosa?

      Le risorse disponibili sono quel che sono e il momento economico non è certo favorevole. Starei molto attento a implementare iniziative, come quella del cosiddetto Hotel Africa, che non possono che tradursi in pozzi senza fondo.

      • elinepal ha detto:

        Hai assolutamente ragione. E’ certo che tra tante persone per bene arrivino anche delinquenti. Esattamente come successe nella nostra fase emigratoria transoceanica. Ilsarebbe bello per me non può esistere. Prima che inizi una vera emergenza sociale, e secondo me non ci vorrà molto, è necessario che l’Europa trovi, se già non l’ha fatto le risorse per gestire questa nuova fase mondiale di emigrazioni. ( su questo ho dei dubbi ma mi devo documentare che l’Italia impieghi le risorse europee in modo non corretto).
        L’hotel Africa andrebbe chiuso. Ma tu ce la vedi un’amministrazione sgombrare un posto dove vivono 800 immigrati, dove nessuno può entrare se non ha il “permesso” neanche la polizia, quando non ha avuto il fegato di liberare il Teatro Valle occupato da un paio di decine di artisti? Fa molto comodo lasciare tutto così nel degrado e poi gridare all’emergenza. Esattamente come nella gestione dei campi Rom.
        Ma vabbè il discorso si allunga troppo. So anche la sensibilità e la preoccupazione si intrecciano strettamente su questi argomenti. Ed anche io ho paura a girare in certi posti la sera, o di ritrovarmi i ladri in casa. Una buonissima giornata.

      • frz40 ha detto:

        Sì come allora, con una grande differenza: che allora c’era terra e lavoro per tutti, adesso né l’una, né l’altra cosa.
        Quanto all’hotel Africa il dramma è che sia stato pensato. Bisognerebbe mandarci a vivere chi l’ha voluto per qualche voto in più.

  8. mizaar ha detto:

    invece delle onorificenze, avrebbero fatto bene a dargli un posto di lavoro, o no?

  9. Monique ha detto:

    @frz40 : sono pienamente d’accordo con i tuoi commenti.
    Un reato è un reato punto, anche se lo commette il papa! Possiamo discutere su come venga applicata la legge, ma resta il fatto che un reato è un reato.
    Aggiungo che mi lascia un po’ perplessa la levata di scudi in sua difesa e questo chiedere insistentemente che gli si “doveva” dare un lavoro…mi chiedo perchè non ci sia la stessa partecipazione nei confronti di tanti precari italiani, anche a questi allora si “deve” dare un lavoro! E’ indubbio che questa faccenda delle migrazioni sia malgestita, ma se in una nazione esistono difficoltà legate al lavoro ci sono per tutti, non vedo perchè alcuni debbano avere una corsia preferenziale.

  10. marisamoles ha detto:

    Ho letto con interesse il post e i vari commenti. La questione è spinosa, non è possibile che questa persona – di cui si sa poco, in verità – passi dall’altare alla polvere come comoda ai giornalisti. Sai quanti arresti per spaccio ci sono ogni giorno in ogni angolo d’Italia? A me pare che non si parli di tutti sulla stampa, forse su quella locale. Quest’uomo ha salvato delle vite e, oltre ad un regolare permesso di soggiorno, avrebbe dovuto avere una possibilità di lavorare onestamente. Sono d’accordo anche con Monique che non si possono privilegiare gli stranieri a scapito dei tanti italiani senza lavoro. Ma è anche vero che tanti italiani disoccupati non sono disposti ad accettare qualsiasi lavoro.

    Quanto alla questione che spacciare sia un reato, nessuno lo nega, ci mancherebbe. Ma anche rubare al supermercato per non morire di fame lo è, eppure quanti indigenti, anche italiani, pensionati per la maggior parte, lo fanno? Sono tutti criminali?

    • frz40 ha detto:

      Sul singolo caso mi sembra solo di poter ripetere che da parte mia c’è stata una certa delusione, che avrei provato anche se il soggetto fosse stato italiano da sempre.
      Sui piccoli reati in generale, chiunque li compia, sbaglia. Qualcuno avrà delle attenuanti anche valide; starà al buon senso di ognuno esprimere un giudizio sui singoli casi.

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