Guardando al mondo, almeno ogni tanto.

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Riporto questo lungo ma interessante articolo a firma Bill Emmott, pubblicato oggi da La Stampa, perché mi pare che qualche insegnamento per casa nostra si possa trarre.

Il Giappone e la sindrome cinese

 Mi sentivo un po’ strano. Domenica pomeriggio, grazie a un collegamento video, dal cuore della campagna inglese sono stato trasportato dall’altra parte del mondo e anche nel mio passato.ho preso parte a un dibattito televisivo sulle elezioni in un Paese in crisi economica e politica – e, no, non era l’Italia bensì il Giappone.

Il primo commento dei presentatori del programma sulla tv di Stato giapponese, la Nhk, è stato il più inesatto: «Gli occhi del mondo sono puntati sul Giappone», hanno detto. Non lo sono: poche persone, in Europa almeno, sapevano che domenica si votava in Giappone e ad ancora meno ne importava qualcosa. Abbiamo le nostre crisi, sia politiche che economiche, di cui preoccuparci, e il Giappone non accende più la nostra immaginazione come quando vivevo lì come corrispondente estero, negli Anni 80. Eppure, il voto è stato piuttosto drammatico, e contiene alcuni segnali importanti per noi europei.

Il primo messaggio è che quando un Paese è da vent’anni in difficoltà economiche, vale per il Giappone proprio come per l’Italia, ecco, la politica può diventare estremamente volatile. Tre anni fa, il partito che aveva dominato la politica giapponese per mezzo secolo, il Partito liberal democratico (Ldp), era stato umiliato alle elezioni, scacciato da un partito nuovo, più giovane, apparentemente più progressista, il Partito democratico del Giappone (Dpj). Gli esperti scrissero che l’Ldp era finito. Ora, tre anni dopo, l’Ldp torna al potere con un voto a valanga ancora più massiccio di quello grazie al quale fu sconfitto nel 2009. Silvio Berlusconi può senza dubbio essere un po’ rassicurato dal risultato del Giappone.

Novità e giovinezza sono belle cose, indica l’esempio giapponese, ma se un governo non mostra competenza, chiarezza ed efficienza, in particolare di fronte a una catastrofe straordinaria come lo tsunami che nel marzo 2011 uccise circa 20.000 persone e causò l’incidente nucleare all’impianto di Dai-ichi, a Fukushima, che non ha ucciso nessuno, ma spaventato milioni e di persone ed è costato miliardi, sarà buttato fuori alla prima occasione.

Il secondo messaggio, tuttavia, è che singoli temi popolari, come il sentimento anti-nucleare, per gli elettori sono meno importanti della competenza.

Perché l’Ldp, che ora è assai potente in Parlamento, è il gruppo più filonucleare in Giappone, ed è il partito che può più giustamente essere incolpato per la relazione troppo stretta e negligente tra il governo e l’industria nucleare di Fukushima che ha reso possibile l’incidente.

Vi è, tuttavia, un terzo messaggio che può servire a spiegare perché la competenza e la professionalità alla fine hanno convinto gli elettori a dare all’Ldp un’altra possibilità. Ed è che la forza più potente in ogni elezione è la paura. Nel caso del voto giapponese del 2012, c’è stata la paura di un inarrestabile declino economico, perdurando l’incompetenza del governo del Dpj e le continue faide interne. Ma era la Cina la paura principale.

La Cina non è in procinto di invadere o attaccare il Giappone. Ma durante l’anno scorso la nuova superpotenza mondiale è diventata sempre più assertiva, aggressiva perfino, sulle sue storiche rivendicazioni territoriali nei mari che circondano le sue lunghe coste, in particolare il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale. Rivendicazioni che a noi in Europa, a migliaia di chilometri di distanza, sembrano piuttosto assurde, dal momento che riguardano solo un sacco di rocce e scogli disabitati, ma si tratta anche di risorse petrolifere e di gas sottomarino. Si è tentati di pensare che l’importanza di queste controversie sia stata esagerata, e che il buon senso prevarrà e che presto sarà raggiunto una sorta di ragionevole compromesso.

Non è questa la sensazione in Asia, soprattutto nei piccoli Paesi attorno al Mar Cinese Meridionale come le Filippine, e nemmeno in un Paese grande come il Giappone. Perché a loro è chiaro che queste rivendicazioni territoriali non sono solo sulle risorse e non sono assurde. Sono importanti per la Cina sia per motivi di prestigio nazionale sia per strategia militare. E formulando le sue rivendicazioni in maniera sempre più intransigente e assertiva, la Cina sta cercando di fare quello che gli israeliani fanno quando costruiscono nuovi insediamenti nei territori occupati dei palestinesi: stanno creando una nuova realtà sul terreno, o, nel caso della Cina, sul mare.

Il Giappone non vede una fine scontata della pressione cinese e del suo appetito per una «nuova realtà». Due giorni prima delle elezioni politiche, un aereo di vigilanza cinese ha violato lo spazio aereo giapponese sopra le isole contese, per la prima volta da quando le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono state ripristinate nel 1972. È come se la Cina stesse facendo notare al Giappone che le isole contese non possono essere difese e quindi sarebbe meglio se il Giappone semplicemente accettasse che oggi la Cina è responsabile della zona e lì può fare quello che vuole.

Questo è ovviamente inaccettabile per il Giappone che possiede le isole contese in accordo ai termini del trattato di pace di San Francisco del 1951, in base al quale i vincitori della Seconda guerra mondiale sistemarono le questioni in sospeso, e che in ogni caso le deteneva fin dal 1895, senza che nessuno, prima, le avesse ufficialmente rivendicate.

Il governo del Dpj si è mostrato fermo sulla questione, ma messo sotto pressione ha vacillato. L’Ldp durante la sua campagna elettorale ha promesso una linea più dura. Alla fine, gli elettori giapponesi sembrano aver deciso che, per quanto non si fidino dell’Ldp per tutta la corruzione del passato, si fidano ancora meno della Cina.

Ciò non significa che ora ci sarà un deliberato scontro tra i due giganti economici dell’Asia. Ma significa che entrambi probabilmente non scenderanno a compromessi, cosa che aumenta il rischio di uno scontro accidentale al largo del Mar Cinese Orientale. Se qualcosa del genere dovesse accadere metterebbe gli Stati Uniti in una posizione scomoda, perché a norma del Trattato di Sicurezza nippo-statunitense sono tenuti a difendere il territorio giapponese in caso di attacco.

Alla Cina va bene che il Giappone ora abbia un governo più nazionalista e piuttosto di destra. Infatti, mentre la verità è che è stata la Cina a mostrarsi aggressiva, cercando di cambiare lo status quo nel Mar Cinese Meridionale e in quello orientale, la sua posizione ufficiale è che è stato il Giappone a provocare la disputa. Ora, userà ogni occasione per ritrarre il nuovo governo come una sorta di ritorno al passato militarista del Giappone.

Alla fine del mio dibattito televisivo post-elettorale sulla Nhk, a tutti gli intervenuti è stato chiesto di scrivere una parola o una breve frase su cui pensavano che il nuovo governo giapponese dovesse concentrarsi. L’hanno chiesto a me per primo e ho scritto la semplice parola «economia», sostenendo che se il nuovo governo non risolverà i problemi economici del Giappone, non sarà in grado di fare progressi nemmeno negli altri campi.

Poi è toccato al partecipante cinese, un illustre ex ambasciatore chiamato Wu Jianmin, un uomo che da giovane era l’interprete francese per il primo ministro Zhou Enlai durante l’era di Mao. Ha scritto «sviluppo pacifico», dicendo che il governo giapponese ha bisogno di concentrarsi su questo e non causare alcun problema internazionale.

L’implicazione era intelligente e chiara: egli sosteneva che il Giappone era l’aggressore, con il rischio di ritorno al militarismo. Questa è una sciocchezza. Ma la Cina moderna è altrettanto abile nell’uso della propaganda come durante i giorni del presidente Mao.

Fin qui l’articolo.

Mi pare di poter fare queste tre considerazioni:

1. Novità e giovinezza sono belle cose, indica l’esempio giapponese, ma se un governo non mostra competenza, chiarezza ed efficienza, sono guai.

2. Le nostre scelte devono soprattutto essere improntate sulla semplice parola «economia»: se un governo non sa risolvere i problemi economici non è in grado di fare progressi nemmeno negli altri campi.

3. Il mondo non è affatto tranquillo. Questa vertenza tra Giappone e Cina ne é l’ennesima testimonianza.

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Una risposta a Guardando al mondo, almeno ogni tanto.

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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