[Libri] Erri De Luca – “Il giorno prima della felicità” – Feltrinelli 2009.

Il giorno prima della felicità

Bello, mi è piaciuto molto. Grazie ad Anna e a Marisa che, leggendo della mia delusione per “La doppia vita dei numeri” (link) e per “I pesci non chiudono gli occhi” (link), me l’hanno consigliato.

Siamo nei quartieri poveri di Napoli, tra  la fine della seconda guerra mondiale e gli anni cinquanta.

Lui è lo Smilzo, detto anche  “‘a scigna” la scimmia, un ragazzino ora diciottenne, figlio di nessuno. Si saprà poi che il papà lo abbandonò dopo averne ucciso la mamma, che si era innamorata di un soldato americano, ed era fuggito in America senza mai più dar di sé notizie o far ritorno. Ci racconta in prima persona gli anni della sua vita, dalla prima età scolare, quando i ragazzi più grandi gli permisero di giocare con loro a calcio da portiere, nel cortile del palazzo,  per la sua abilità di recuperare,  arrampicandosi su per la grondaia, i palloni che finivano sul balcone ai primi piani. Dal quel cortile guardava Anna, la ragazzina del terzo piano che un giorno sparì, per far ritorno solo dopo dieci anni e determinare la più importante svolta della sua vita.

Racconta:

Mi arrampicai lungo un tubo dell’acqua, discendente, che passava accanto al terrazzino e proseguiva in cima. Era piccolo e fissato al muro del cortile con dei morsetti arrugginiti. Cominciai a salire, il tubo era coperto da polvere, la presa era meno sicura di quello che mi ero immaginato. Mi ero impegnato, ormai. Guardai in su: dietro i vetri di una finestra del terzo piano c’era lei, la bambina che cercavo di sbirciare. Era al suo posto, la testa appoggiata sulle mani. Di solito guardava il cielo, in quel momento no, guardava giù.

Dovevo continuare e continuai. Per un bambino cinque metri sono un precipizio. Scalai il tubo puntando i piedi sui morsetti fino all’altezza del terrazzino. Sotto di me si erano azzittiti i commenti. Allungai la mano sinistra per arrivare alla ringhiera di ferro, mi mancava un palmo. In quel punto dovevo fidarmi dei piedi e stendere il braccio che teneva il tubo. Decisi di farlo di slancio e ci arrivai con la sinistra. Ora dovevo portarci la destra. Strinsi forte la presa sul ferro del terrazzo e buttai la destra ad afferrare. Persi l’appoggio dei piedi: le mani ressero per un momento il corpo nel vuoto, poi subito un ginocchio, poi due piedi e scavalcai. Com’è che non avevo avuto paura? Capii che la mia paura era timida, per uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola. Lì invece c’erano gli occhi dei bambini sotto e quelli di lei sopra. La mia paura si vergognava di uscire. Si sarebbe vendicata dopo, la sera al buio nel letto, col fruscio dei fantasmi nel vuoto.

Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me. La discesa era più facile, potevo stendere la mano verso il tubo contando su due buoni appoggi per i piedi sul bordo del terrazzino. Prima di allungarmi verso il tubo guardai veloce al terzo piano. Mi ero offerto all’impresa per desiderio che si accorgesse di me, minuscolo scopettino da cortile. Era lì con gli occhi sbarrati, prima che potessi azzardare un sorriso era scomparsa. Stupido a guardare se lei stava guardando. Bisognava crederci senza controllare, come si fa con gli angeli custodi.

Del ragazzino si prende cura don Gaetano, portinaio tutto fare del palazzo ma, soprattutto, saggio mentore che gli insegnerà le regole di vita di quel difficile mondo e lo guiderà nelle prime esperienze.

Anche don Gaetano è un orfano figlio di nessuno e quando il ragazzo, un giorno, lo ringrazierà dicendogli:

“Se avevo un padre, non faceva questo per me.”

 Gli risponderà:

 “Non lo sappiamo, tu e io non ne abbiamo avuto uno, non ce ne intendiamo.”

Sullo sfondo la Napoli povera ed orgogliosa capace di grandi slanci che la rendono capace di uscire dalle rovine della seconda guerra mondiale  con l’insurrezione popolare delle Quattro Giornate, con la quale, primi in Europa e prima dell’arrivo degli americani, i civili riuscirono liberare la città  dall’occupazione tedesca.

Ma anche la Napoli dai facili entusiasmi e dalle mille contraddizioni.

Il dopoguerra era stato un arrembaggio. Gli uomini si buttavano a fare soldi e le donne si sfrenavano con gli americani.

 Racconta don Gaetano:

 Le femmine di Napoli perdettero la testa e pure il resto. Ogni casa ospitava un soldato americano. Portavano l’abbondanza, gli affari, il lavoro. Le ragazze andavano alle loro feste al Rest Camp. Erano diventate più belle e più sfrontate. Circolavano pochi mezzi pubblici, le ragazze chiedevano il passaggio alle jeep. Si facevano portare e si innamoravano. Succedevano delitti di gelosia. Un marito sapeva che la moglie andava con gli americani però si stava zitto, che gli conveniva. Anzi la accompagnava pure. Ma una volta la moglie disse che ci pigliava gusto a farsela con loro e allora uscì pazzo di gelosia. Uccise lei, la suocera, la cognata e il marito, quattro in una volta sola, a Piedigrotta.

[…]Eri appena nato quando tua madre s’innamorò di un ufficiale americano. Tuo padre lo venne a sapere. Venne da me che già facevo il portiere qua. Il posto me l’aveva trovato lui. Venne da me una mattina e mi disse solamente: ‘Don Gaetano pensate voi al bambino’. Salì in casa e sparò a tua madre. La sera stessa si è imbarcato per l’America e non ho saputo niente di lui”.

 Commenta il ragazzo:

 Napoli si era consumata di lacrime di guerra, si sfogava con gli americani, faceva carnevale tutti i giorni. L’ho capita allora la città: monarchica e anarchica. Voleva un re però nessun governo. Era una città spagnola. In Spagna c’è sempre stata la monarchia ma pure il più forte movimento anarchico. Napoli è spagnola, sta in Italia per sbaglio.

 “Il giorno prima della felicità”  è, dunque, anche una piccola pagina di storia ma, soprattutto, è un romanzo ricco di personaggi e di quadretti di vita quotidiana ben caratterizzati, taluni grotteschi ed esilaranti, altri teneri e commoventi. Il linguaggio è semplice e scorrevole, intervallato da colorite espressioni dialettali. Molte sono le frasi e le situazioni che lasciano intendere un mondo e scatenano riflessioni .

Erri De Luca è , lo si percepisce ad ogni pagina, innamorato della sua città, ma proprio per questo non gli perdono di non condannare almeno un po’, in questo libro, quel  determinismo deteriore, tipico  napoletano, che prende tutto come ineluttabile e che finisce con l’accettare l’inaccettabile.

Il mio gradimento è ****.

Quattro stelline che sarebbero potute essere anche di più, senza quest’ultimo piccolo rimprovero.

——-
Memo:
I links del mio blog per i libri letti:
– I precedenti commenti
– La tabella di riepilogo.
– Le cinque stelline

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4 risposte a [Libri] Erri De Luca – “Il giorno prima della felicità” – Feltrinelli 2009.

  1. Dopo un po’ di pausa ti potrebbero piacere anche “Montedidio” e “tu, mio” 😉

  2. Gioacchina ha detto:

    io sono arrivata a pagina 20 e ho mollato..

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