[Libri] “Mandorle amare” di Laurence Cossé – Edizioni e/o (2012)


“Mandorle amare” (Les amandes amères) è un breve romanzo di Laurence Cossé che affronta il tema degli immigrati provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi in guerra, che raggiungono i paesi europei privi di un minimo di conoscenza a partire dall’alfabetizzazione.

Edith è una colta parigina, traduttrice di romanzi dall’inglese, che assume quale collaboratrice domestica ad ore, Fadila, un’immigrata marocchina ultrasessantenne, berbera, commossa da fatto che questa ha appena perso il precedente lavoro per il fallimento della tintoria presso la quale era occupata ed è in grosse difficoltà.

Fadila parla un francese stentato, e soprattutto – «Mai scuola, io», «Io stupida» – non ha mai imparato a leggere e scrivere non solo in francese, ma nemmeno in arabo.

Fadila è quindi incapace di svolgere autonomamente le più elementari attività come annotare o comporre un numero di telefono, usare la metropolitana, compilare un bollettino postale o usare il bancomat, ed Edith si offrirà di farle da insegnate.

L’insegnamento procederà con alterne fortune: è praticamente impossibile che una persona della terza età per di più di lingua madre tanto diversa e nessuna scolarità riesca ad apprendere in tempi brevi. Dirà un addetta ai servizi sociali: «È naturale. I giovani imparano a leggere e scrivere in due anni, gli anziani ne impiegano dieci. Si tratta di persone che non hanno mai appreso ad apprendere». Tanto più quando si è stressati dal lavoro e da tanti problemi («No scrive niente, io. Stanca morta»).

Tra le due donne tanto diverse, però, nasce un profondo rapporto d’affetto ed amicizia che darà origine ad un legame fortissimo e commovente.

Fadila vive in una stanzina di due metri per due e mezzo, nella quale sono ammassate tutte le sue povere cose e dove soffre in silenzio, spesso con crisi di pianto, la solitudine delle ore notturne che solo un piccolo televisore riesce ad alleviare. Della sistemazione però non si lamenta. La camera al sesto piano è piccola ma situata in un «quartiere buono», a rue de Laborde. «Tranquillo. Solo gente co’ soldi». Il suo piano è ben tenuto e i vicini sono brave persone: un «signore di Cambogia» che vive lì da più di vent’anni, una coppia di tunisini «molto gentile» e uno studente i cui nonni abitano al quinto piano. Per l’affitto della stanza Fadila paga 120 euro a una signora del palazzo, e sa che non è caro. L’unico problema è che la signora non le vuole dare la ricevuta. Si fa pagare in contanti. E ai servizi sociali, che più volte hanno prospettato a Fadila la possibilità di un sussidio per l’alloggio, le hanno spiegato che prima di tutto avrebbe dovuto mostrare le quietanze dell’affitto.

Ha un passato tremendo dal quale sono nati sei figli: due da un infelice matrimonio a quattordici anni, due quando venne venduta dal padre ad un ricco di Casablanca cercava una seconda moglie. (L’uomo, sposato da tempo, non aveva figli e si era messo d’accordo con la consorte: avrebbe preso un’altra sposa e, quando quest’ultima gli avesse dato un figlio e una figlia – lui, la femmina per lei – l’avrebbe ripudiata) e due, uno dei quali morto bambino, frutto di un rapporto con un violento balordo ubriacone che la voleva come seconda moglie.

I figli sono a Parigi ma non solo l’aiutano e la sfruttano..

«I suoi figli non le danno una mano?».

Fadila sembra interdetta.

«Figli? Io aiuta figli! Loro chiede me soldi».

Figlie, generi, figlio: cinque persone che lavorano e hanno tra i quaranta e i cinquant’anni. Il mondo va a rovescio.

«Lei dà denaro ai suoi figli?» si fa ripetere Édith.

«Vita è caro» dice Fadila.

La nuora non lavora, specifica, è cresciuta senza mancare di niente, si compra «cioccolato, mandorle», e la nipotina ha tutto quel che serve. «Quando va trovare, loro chiede me soldi».

A Édith torna subito in mente la carta bancomat che Fadila usa solo al distributore automatico di Pantin, con il codice che il figlio sa a memoria.

«Quando va con suo figlio al bancomat, è per dare dei soldi a lui?».

Fadila alza le spalle.

«Chiaro».

Non le dice che anche le figlie fanno la stessa cosa. D’altronde non rimprovera al figlio di chiederle aiuto. Non gli rimprovera mai niente.

… ma quel che più la fa soffrire è che tutti la trascurano.

Le figlie non la vanno a trovare. Le telefonano poco. Capita che una o l’altra passino dal suo quartiere e non salgano neppure a salutarla. È una cosa che lei non capisce.

«Se tu abita vicino sua madre, lei va trovare un po’. Accompagna fa spesa con lei. No più giovane, io».

Ma Fadila è fiera e orgogliosa, non deve essere lei a fare la prima mossa. Aspetta sempre che siano i figli a chiamarla e aspetta.

« Certe volta triste, io piange».

«Non deve piangere, Fadila».

«No piange io, piange cuore».

E il suo sogno è ritornare in Marocco.

E’ una storia delicata, lieve, a tratti drammatica ma capace di parlare al cuore. Se posso permettermi, direi solo che le parti dedicate all’insegnamento sono un po’ troppo insistite, anche se sono utili a descrivere le quasi insormontabili difficoltà.

Il finale è amaro. Ancor più amaro se penso che il romanzo ripropone una storia vera vissuta da Laurence Cossé , l’autrice, in prima persona.

Mio gradimento ***/****

Memo:
I links del mio blog per i libri letti:
– I precedenti commenti
– La tabella di riepilogo.
– Le cinque stelline

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