L’isolazionismo di Obama, per Christian Rocca


Il fallimento di Obama (mi dispiace)

Di Christian Rocca

22 agosto 2013 IlSole24Ore.com

Tranne che nelle redazioni dei giornali, l’autorevolezza e la credibilità di Obama sono ai minimi termini (io sono tra quelli che spera ancora).

In Medio Oriente è ancora più odiato di Bush, essendo riuscito nel compito di farsi odiare dai regimi (che non ha difeso), dai ribelli (che non ha aiutato), dall’opinione pubblica, da tutti. Non era mai successo che un presidente americano fosse così sprovvisto di strategia sulla zona più infuocata del pianeta.

Obama è partito promettendo la difesa dello status quo dispotico, dall’Iran all’Egitto, abbandonando la politica del Regime Change di Bush, pur accelerando e inasprendo la guerra segreta e coperta contro il terrorismo islamista. Poi si è piegato, in ritardo, al vento della Primavera araba, senza esercitare alcuna leva a favore della promozione della democrazia. Successivamente, cambio totale, è arrivato a rimuovere un regime dispotico con una guerra preventiva (per prevenire un massacro) in Libia, si pure “guidando dal sedile posteriore”. È sembrato appoggiare i Fratelli musulmani in modo acritico, con poche e certamente inefficaci critiche alla deriva autoritaria che stava prendendo il presidente Morsi. Il tutto non facendosi proprio amare da Israele né dai democratici laici egiziani.

Sulla Siria ha fatto un gran pasticcio: prima quello di Assad era un regime pragmatico, poi gli ha detto di andare via, fissando linee rosse ampiamente sorpassate dalle squadracce di Damasco. Nel frattempo ha regalato l’opposizione ad Al Qaeda, non aiutando i ribelli meno fanatici. I siriani presi tra due fuochi scappano… in Iraq, dove però ora che Obama ha ritirato le truppe c’è il pericolo del ritorno di Al Qaeda, tanto che gli iracheni sono tornati a chiedere aiuto militare a Washington (che per ora non glielo dà o, perlomeno, non sa che cosa fare). Un po’ di armi ai ribelli, concesse male e in ritardo, non sono servite a nulla, Assad ha già fatto 100 mila morti e ora pare anche con l’uso massiccio di armi chimiche.

Una seconda linea rossa è stata oltrepassata, ma Obama non sa che cosa fare. Non ha alternative, non ha scelte buone a disposizione, non ha coraggio. Pensa ai sondaggi e all’opinione pubblica americana. L’ambasciatrice all’Onu Samantha Power, solida interventista democratica, è costretta a sfogarsi su Twitter anziché al Palazzo di Vetro o alla Casa Bianca: basta, dice. Ok, sei il rappresentante di Obama all’Onu e scrivi “basta” su Twitter? Fa’ qualcosa, convinci il presidente, no? Invece no, niente. Calma piatta.

Mentre Francia e Turchia, i cui governi di sinistra e islamici sono notoriamente influenzati dalle teorie neocon di Leo Strauss, chiedono a gran voce l’uso della forza per fermare la carneficina in Siria, la Russia dice che i cattivi sono i ribelli e l’Iran dice che sulla Siria stanno vincendo loro, cioè gli ayatollah teocratici, assieme alla Cina e alla Russia.

Sull’Egitto è tutto ancora più complicato, se possibile. Assassini islamici guidano l’esercito e il paese, anche con l’aiuto di Obama, oltre che con quello dei paesi arabi, per impedire a fanatici islamisti di prendere il potere e non mollarlo più. Assistendo a tutto ciò, e senza battere ciglio sul golpe militare, Obama ha mandato in frantumi la speranza democratica egiziana. Ora gli islamisti, che certo non sono democratici (e non pensavano di diventarlo nonostante le baggianate sulla trasformazione in democrazia cristiana araba di cui scrivevano i giornali italiani), hanno anche tutto il diritto a considerare una barzelletta l’idea democratica occidentale, i cui principi evidentemente non si applicano se vincono loro. Sono loro che li vogliono applicare (una testa, un voto, una volta sola), ma ripeto: Obama ha sbagliato a lasciar fare Morsi, a non impedire la deriva autoritaria, a non usare la leva degli aiuti per promuovere un Egitto moderno e democratico.

Ma qui sta il punto. Alla base del disastro obamiano in Medio oriente c’è la filosofia politica che lo ha guidato, l’ideologia. Obama è un ideologo, non un dilettante. Questa ideologia è l’isolazionismo, malattia tipica della politica americana, soprattutto della politica e dei presidenti di destra. Alla base c’è l’idea che non sono affari loro quelli che non toccano direttamente gli interessi americani. Che nulla possa venire di buono nel caso di un intervento americano di qualsiasi tipo.

Si pensava che Obama fosse più pragmatico, che di adattasse alle cose, da consumato realpolitiker. E a un certo punto, nel pieno delle primavere arabe, è sembrato così. Invece alla prima occasione si è di nuovo tirato in disparte, ha provato a sfilarsi, sperando di farla franca. Obama è un isolazionista. Ai tempi della Fortezza America, protetta dai due oceani, poteva anche avere un senso. Nel 2013 è una cosa grottesca anche stando a Palazzo Chigi, figuriamoci da leader della più grande potenza mondiale, libera e democratica.

Abdicare al ruolo di faro della libertà, di promotore della democrazia e di predicatore della società aperta oggi è impensabile, non praticabile. Sarebbe decretare la fine della Rivoluzione americana, dell’America. Non finirà, l’America. Ma Obama sarà ricordato per questo. E non sarà un bel ricordo.

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2 risposte a L’isolazionismo di Obama, per Christian Rocca

  1. blogdibarbara ha detto:

    E vabbè, questa è un’analisi seria, articolata, approfondita, competente, ma alla fin fine dice esattamente quello che dicono le mie vignette…

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