Opinioni: l’incompetenza.


L’articolo di Giampaolo Pansa per Libero del 30 Marzo scorso. Come sempre i grassetti sono miei.

State sereni Vincerà l’incompetenza.

«Stai sereno!». Ci sono parole che diventano testimoni del tempo, il segno di un’epoca. Il primo passo l’ha fatto Matteo Renzi, il presidente del Consiglio.

Quando non era ancora a Palazzo Chigi e soltanto segretario del Partito democratico, aveva rassicurato il premier in carica, Enrico Letta, garantendo che il suo governo sarebbe durato a lungo. E gli aveva twittato: «Enrico, stai sereno».

Ma qualche giorno dopo, Renzi ha costretto Letta a dimettersi.

Un’emula di Matteo è l’attuale ministro della Difesa, la signora Roberta Pinotti. Era finita sui giornali dopo un’intervista televisiva dove parlava delle nostre forze armate. Tra parentesi mi azzardo a offrire un consiglio ai politici: guardatevi dalla tivù, stare troppo davanti alle telecamere non solo vi rende fastidiosi. Ma può essere pericoloso se hai appena ricevuto un incarico delicato e ti esponi a troppe gaffe.

Sta di fatto che il ministro Pinotti, persino troppo compiaciuta di essere intervistata da Maria Latella di Sky, si è lasciata scappare un dubbio esistenziale: serve ancora avere un’aviazione militare? Ecco un esempio di domanda da non proporre.

Ne è nato un pasticcio con i vertici dell’arma azzurra. E la candida Pinotti ha pensato di rassicurarli cascando nella trappola delle paroline renziane: «State sereni», il Paese ha bisogno di voi e sugli F35 ci comporteremo da bravi ragazzi.

Ma la frittata era fatta. Il motto di Renzi sta dilagando. Ormai è diventato di uso comune. Lo adoperano i figli con le madri, le mogli con i mariti o viceversa, gli avvocati con i clienti e i medici con i pazienti. A volte esplode in circostanze impensabili.

Qualche giorno fa, mi ero fermato a un autogrill dell’Autostrada del sole. C’era un cliente che litigava con il barista. E alla fine ha concluso: «Stai sereno che, quando ripasso di qua, ti spacco la faccia!».


Il vero problema, tuttavia, è riassunto in una domanda: c’è davvero da stare sereni in Italia? Il Bestiario pensa di no. Ma il motivo vero non è, come molti pensano, il debito pubblico, le riforme mai fatte, le coperture che non si trovano, il numero infinito di evasori fiscali. Il guaio reale e più grande è un altro: il dilagare dell’incompetenza. Ovvero l’incapacità a fare il lavoro che ti è stato affidato e farlo bene. Il declino della professionalità e il trionfo dei dilettanti allo sbaraglio. Il prevalere dell’ignorante che occupa il posto di chi la sa più lunga di lui e pretende di fare la stessa carriera.

In passato, credevo che questa tragedia fosse colpa soprattutto del vertice politico, economico e culturale del paese. Ma adesso ho corretto il mio giudizio. Il male dell’incapacità è ormai troppo diffuso e radicato in Italia perché sia possibile attribuirlo a qualcuno. Colpevoli lo siamo tutti, sia pure in gradi diversi. La nostra è una nazione che, di colpo, ha cominciato a mostrare i suoi vizi. Un vecchio proverbio recita: quando un asino è spelato, tutte le mosche gli vanno addosso. Siamo ridotti così. E non vedo come sarà possibile scoprire il rimedio giusto.

La vittoria dell’incompetenza ha intaccato anche la squadra del governo Renzi.

Non tutta, per fortuna. Un ministro di grande serietà è Pier Carlo Padoan, responsabile dell’Economia. Ma altrettanto non si può dire, per esempio, del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia. È diventata subito famosa perché, non appena inserita nel giro di Renzi, ha sbagliato l’indirizzo del ministro da incontrare.

Per il momento, la sua ultima trovata è di mandare in pensione anticipata qualche migliaio di dipendenti pubblici per mettere al loro posto dei giovani senza lavoro. Con nessun risparmio sulla spesa, anzi con molti debiti in più.

Un altro esempio dell’incompetenza dilagante ce lo offre l’inutile e dannosa diatriba su una questione antica quanto il mondo: quella tra giovani e anziani. Non posso ignorarla, anche perché sono un signore dai capelli bianchi. E riconosco di essere davvero fortunato per il mio anno di nascita. È il 1935, una data che dichiaro sempre. Mi sono laureato quando l’università era ancora per pochi, ma accoglieva pure i figli di operai come il sottoscritto.

Ho lavorato per decenni nei giornali, nell’epoca che l’editoria tirava. Se eri bravo un posto lo trovavi subito e gli stipendi erano più che buoni. Adesso scopro che sono un signore da rottamare, che la mia pensione viene classificata come un vitalizio immeritato, che possiedo molto mentre un ventenne non possiede nulla.

Per la moda odierna non conta niente che abbia sempre pagato molte tasse e continui a pagarle ogni anno, con fedeltà, contribuendo alle casse repubblicane.

Anche per questo motivo mi batto contro l’evasione fiscale. E mi ritrovo nelle parole di un collega che la politica rende molto distante da me, Michele Serra, una firma della sinistra italica. Un giorno Serra ha detto: «Oggi la vera lotta di classe è tra chi paga le tasse e chi non le paga».

Anche sotto questo aspetto l’Italia dell’incompetenza sta vincendo alla grande. Ce lo confermano le grida di trionfo per il tetto agli stipendi dei manager delle aziende non quotate in Borsa che dipendono in modo diretto o indiretto dal ministero dell’Economia. Dal 1° aprile, ossia fra due giorni, le loro retribuzioni risulteranno di colpo ridotte per decisione del governo. È una scelta giusta oppure no? Non è anche questo uno dei famigerati tagli lineari? Che non distinguono tra efficienti e incapaci, tra onesti e disonesti, tra chi è sempre stato al servizio del potente di turno e chi ha lavorato nell’interesse dei cittadini? Confesso di non possedere una risposta.

Ma come sempre mi succede, anche questa faccenda di tetti e di retribuzioni ridottemi spinge a fiutare l’aria che tira o presto tirerà. La grande crisi ci sta portando, passo dopo passo, verso un modello sociale che credevamo sconfitto. È quello del pauperismo imposto per legge, dove le condizioni economiche a poco a poco vengono livellate. Esiste una spia in proposito: il fastidio crescente per chi possiede un bene che non tutti hanno. Una casa grande, un conto in banca, un’automobile comoda, un tenore di vita superiore a quello di milioni di altri italiani.

Non conta più che il cosiddetto ricco si sia guadagnato tutto con il lavoro onesto di molti anni e sia stato sempre un contribuente fedele. La norma che diventerà imperativa risulterà di una semplicità brutale: poiché è impossibile che tutti diventino ricchi, quelli che lo sono o lo sembrano dovranno rinunciare a molto di quanto possiedono e dunque ridursi adagio adagio in povertà.

Sapete che cosa mi ricorda questo processo? I paesi dell’Esteuropeo che ancora oggi scontano le conseguenze del socialismo reale. L’altra sera, su Sky, ho visto un buon film, «La scelta di Barbara», ambientato nella Germania comunista prima della caduta del muro di Berlino, la Repubblica democratica tedesca. Quelle case dai muri scrostati, le automobili povere, gli ospedali in difficoltà, la società senza differenze, la polizia dappertutto.

Anche l’Italia di oggi farà la stessa fine? Spero di no e mi auguro che nessuna forma di neosocialismo prenda piede nel nostro Paese. Ma è certo che si avvicina un inverno sociale, dove tutto sarà improvvisato e di serie C. L’incompetenza abbinata all’ignoranza vincerà. Grazie all’ideologia della rottamazione ormai trionfante.

Tranne per i pochi che detengono il potere di decidere chi resterà a galla e chi no.



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12 risposte a Opinioni: l’incompetenza.

  1. Diemme ha detto:

    L’ha ribloggato su Scelti per voie ha commentato:
    Sconvolgente. Sono paranoica se inizio ad avere paura?

  2. Monique ha detto:

    Come non essere d’accordo? considerato, poi, che la mia voce arriva dall’interno della scuola, che sta diventando la fabbrica dell’incompetenza!
    A cosa appigliarsi per sperare ancora? Per…stare sereni?

  3. marisamoles ha detto:

    «Non conta più che il cosiddetto ricco si sia guadagnato tutto con il lavoro onesto di molti anni e sia stato sempre un contribuente fedele. La norma che diventerà imperativa risulterà di una semplicità brutale: poiché è impossibile che tutti diventino ricchi, quelli che lo sono o lo sembrano dovranno rinunciare a molto di quanto possiedono e dunque ridursi adagio adagio in povertà.»

    Ritengo che ciò sia altamente improbabile. Figuriamoci se, tagliando stipendi e pensioni ai ricchi, questi si riducono in povertà. Il sistema forse sembra poco democratico ma piuttosto che rubare ai ricchi per dare ai poveri, come Robin Hood, è meglio che non di furto si tratti ma di sacrificio “legalizzato” che viene richiesto a chi ha tanto. Purtroppo, però, non so se a beneficiarne saranno i poveri, quelli veri.

    Può comunque sembrare una proposta demagogica e nient’altro. Onestamente mi chiedo: cosa farei io se a un certo punto mi tagliassero lo stipendio (già misero ma facciamo comunque un esempio)? Mi chiederei perché fino a oggi ho guadagnato tot per svolgere un dato lavoro e da domani dovrei guadagnare meno per lo stesso lavoro: fino a oggi ho guadagnato troppo? Oppure da domani guadagnerei troppo poco? La cosa mi lascia perplessa.

    • frz40 ha detto:

      Credo che Pansa non si riferisca ai veri ricchi ma ai pensionati che hanno “lavorato per decenni”, hanno “sempre pagato molte tasse” e “adesso scoprono che sono signori da rottamare” con una “pensione che viene classificata come un vitalizio immeritato”. Per questi la proposta è tutt’altro che solo demagogica.
      E quel che lo preoccupa (e mi preoccupa) è la deriva che ci sta portando “passo dopo passo, verso un modello sociale che credevamo sconfitto” e, soprattutto, anti competitivo nel contesto economico mondiale.

  4. sergio ha detto:

    temo che non abbiamo ancora toccato il fondo

  5. Eliana Macchi ha detto:

    Concordo, la penso come G.Pansa.

  6. eli ha detto:

    Concordo con tutto…. ma questo purtroppo non ci porta a risolvere i problemi….
    Quelli sono nelle mani sbagliate e non vedo all’orizzonte mani giuste che possano migliorare la situazione…. Forse, solo le mani del Padreterno, ma ai miracoli, anche se sono credente, ci credo poco……
    eli

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