[Libri] “7-7-2007” di Antonio Manzini – Sellerio Ed. (Lug. 2016) – 384 pag.

Schiavone fa i conti con il passato E scopre com’è morta Marina.

di ERMANNO PACCAGNINI per “La Lettura” del 25/ 7/2016.

Credo che Antonio Manzini, con 7-7-2007, abbia scritto il suo più vero romanzo. Nel senso che ha voluto e saputo ritagliare dentro la serialità imperniata su un preciso protagonista, una storia che sapesse assumere una sua propria autonomia.

Che è approdo di una storia d’autore iniziata con due racconti a quattro mani firmati insieme a Niccolò Ammaniti; proseguita in Sangue marcio con due fratelli, di cui uno poliziotto, che in un’alternanza di voci rivivevano a trent’anni di distanza talune mostruose eredità paterne; atmosfere dense successivamente smorzate in La giostra dei criceti, racconto giallo giocato tra paradosso, comicità e ironia (un tono riapparso in Sull’orlo del precipizio, sul mondo editoriale, con accentuazione grottesca). Un processo sfociato nella serialità narrativa di Rocco Schiavone a partire da Pista nera, seguita da La costola di Adamo, Non è stagione e infine Era di maggio: romanzi ambientati in Valle d’Aosta, dove Rocco è finito non certo «in vacanza premio», avendo applicato il suo personale concetto di giustizia a un sempre impunito violentatore seriale figlio d’un potente sottosegretario, e anzi continuando ad avere costantemente «gli occhi addosso della questura e della procura.

Perché non sono uno stinco di santo».

Un Rocco Schiavone cui Manzini si conserva fedele pur nella narrativa breve: quei racconti consegnati alle antologie «a tema giallo» organizzate dalla Sellerio e di recente riuniti in Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, nei quali veniva ricostruendo appunto il passato romano di Schiavone.

Un lavorio procedente per affinamento: nel senso d’un legame da un lato sempre più stretto col passato, soprattutto personale prima ancor che lavorativo, dal quale emergevano «i conti da saldare», ma pure momenti di «suonata nostalgica»; e che permeava il presente di Rocco d’un clima che nei romanzi passati si poteva definire di tristezza, trovando pause di pacificazione solo quando lo veniva a trovare Marina, la moglie restauratrice morta per cause mai sino a oggi dichiarate, e con la quale intratteneva dialoghi tenerissimi.

Un affinamento che trova un punto fermo proprio in questo 7-7-2007: la data che svela il come e il perché della morte di Marina. Un romanzo dal prologo valdostano nell’estate 2013, con Schiavone a dialogo col questore Costa e il giudice Baldi — e nel quale fa il suo ingresso nella sua narrativa il giovane Gabriele, simpatico nuovo vicino di casa —, ma che lascia subito spazio alle quasi trecento pagine del corpo del romanzo: che riportano Rocco a «Roma, estate 2007», e agli avvenimenti che, in quel 7 luglio, hanno avuto quale epilogo la morte di Marina. Per poi sciogliersi in un’alternanza di capitoli di rifinitura delle situazioni di oggi (2013) e della settimana successiva al 7 luglio; e comunque con un voluto finale a doppia scena aperta: nella caccia a Enzo Baiocchi, che in Era di maggio in casa di Rocco aveva ucciso per errore Adele, la donna di Sebastiano, il più stretto degli amici romani; ma anche, su un piano più personale e psicologico, lo stesso Rocco, in un ormai quasi insperato dialogo con Marina, che non sai se di addio o di arrivederci tra quel suo «riprendere la vita. E la cosa non gli piaceva. Non gli piaceva sentire su una zattera senza timone e senza vela che vaga nell’oceano con poche speranze di attracco », e la voce della moglie che gli si affaccia con un «è la vita, Rocco. E devi continuare a viverla!».

Una scelta nei «ricordi» quella operata da Manzini in 7-7-2007. Un lungo flashback che, proprio per la scelta di puntare sulla figura del quarantunenne Rocco prima ancora che sulle indagini — senza però che quanto attiene al thriller conosca cadute di intensità, e a sospingere le quali stanno le crudeli morti di due ragazzi invischiati in traffici di droga e tradimenti vari —, amplia la sua visuale narrativa. È infatti un lavorio sulla psicologia del protagonista e sul momento della sua crisi come uomo e marito; a maggior ragione in un romanzo nel quale una Marina ancora viva è però per gran parte fisicamente assente, avendolo lasciato dopo che, messo alle strette, non ha potuto tacerle la provenienza illegale dei soldi che consentono loro una vita benestante. E però una Marina costantemente presente nei pensieri d’un Rocco innamorato e macerato dalla impossibilità di stabilire un contatto con lei (anche se le vie traverse da lui praticate per stabilire un contatto portano in scena il saggio e bel personaggio dell’antiquario Graziano).

Ed è sul tale versante che Manzini ha intuizioni quanto mai riuscite. Come nell’esergo di Steinbeck su quegli uomini — come appunto Rocco, che Marina definisce «bestione irrisolto» — che, «sotto lo strato superficiale di fragilità vogliono essere buoni ed essere amati. In effetti molti dei loro vizi non sono che tentativi di infilare scorciatoie per arrivare all’amore», e dove ovviamente la fragilità di Schiavone, il suo rodio interiore, il suo «cuore» è a sua volta ben nascosto dalla durezza esteriore (anche se non abbastanza per la collega Caterina). E soprattutto nel suo rispecchiarsi nella Fuga in Egitto di Astolfo Petrazzi: dove davvero il rapporto tra lui e Marina è ben esemplato nelle immagini di un Giuseppe «teso e nervoso» e di una Vergine «serena».

Ma il lavorio sulla psicologia di Rocco — davvero premessa ai comportamenti valdostani dove «sopporta il peso di una vita che non gli interessava più» e dove restano secondari i ben noti suoi tic e vizi — si rifrange anche su altri personaggi di quel mondo romano, come gli agenti Elena e De Silvestri, la donna delle pulizie Inna, e persino figure del sottomondo, come Gigi er cesso, cui dona non solo una minuziosa descrizione, ma soprattutto una definizione che contraddice il criterio solitamente applicato da Schiavone nel definire le persone attraverso immagini animali: «A Rocco non ricordò un animale, ma un vecchio ulivo dimenticato in un campo». Il tutto senza dimenticare il grande personaggio rappresentato da una Roma zigzagata dall’inquieto Schiavone.

Un affinamento che, a parte qualche similitudine un po’ forzata, si registra anche sulla scrittura: pulita e insieme ben calibrata nelle incrostazioni dialettali, e sempre ben tenuta nei dialoghi.

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2 risposte a [Libri] “7-7-2007” di Antonio Manzini – Sellerio Ed. (Lug. 2016) – 384 pag.

  1. mariella1953 ha detto:

    Piaciuto tantissimo😀😀

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