[Libri] “Lo strano caso dell’apprendista libraia” di Deborah Meyler – Garzanti (2014)

Beh, ogni tanto un piccolo tuffo nel mondo dei romanzi rosa non ci sta niente male, soprattutto se sono scritti con arguzia e simpatia, come “Lo strano caso dell’apprendista libraia”, romanzo d’esordio, di Deborah Meyler, scrittrice inglese nata a Manchester ora trasferita a New York, dove ha aperto, con successo nonostante la crisi, due librerie indipendenti.

Lei, l’apprendista libraia, è Esme Garland. Ventitrè anni, inglese, vive a New York perché vincitrice di una borsa di studio presso la Columbia University per un dottorato in storia dell’Arte su Wayne Thiebaud.

La libreria è La Civetta. Un piccolo locale pieno di magia , nell’Upper West, dove, tra pile di polverosi libri e l’inconfondibile odore dei libri usati, si incontrano curiosi personaggi come il proprietario , George, che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo, o Luke, timido e taciturno commesso, che comunica con lei con le note della sua chitarra. Non mancano i clienti squattrinati, le sagge vecchiette, gli accattoni e mlti altri ancora.

Sullo sfondo c’è New York, con tutto il fascino della sua gente, dei suoi grattacieli, delle sue strade, del suo metro e dei suoi parchi.

E poi c’è lui. Mitchell van Leuven, bello, ricco, affascinante trentenne in carriera con gli occhi blu, ma terribile sciupafemmine.

Di Mitchell, Esme si innamora a prima vista “Mi sono sentita senza fiato - confessa - spaventata e pronta a fare qualsiasi cosa gli fosse saltato in mente di chiedermi. Non ne avevo idea, ma si vede che ero come la polvere da sparo, nera e secca. Lui mi ha acceso, e io sono esplosa”.

Ma ahimè, per “quella sola volta senza protezione”, la povera Esme è rimasta incinta. Mitchell le chiede di abortire e al, suo rifiuto, l’abbandona.

Ed è allora, mentre le sta crollando il mondo addosso, che sulla vetrina de La Civetta, Esme vede appeso un cartello: ‘cercasi libraia’ e ……

E il seguito non ve lo racconto per non togliervi il piacere di scoprirlo nelle pagine del libro.

Non una storia trascendentale, non una pietra miliare della letteratura, ma un racconto scritto con spirito e garbo, che si legge con piacere senza farsi venire troppi mal di testa.

Non per nulla “Lo strano caso dell’apprendista libraia” ha riscosso un notevole successo nel Stati Uniti e nel Dicembre 2013 è stato proclamato il romanzo dell’anno per i librai indipendenti americani. Da noi, attualmente, è nelle prime venti posizioni delle vendite settimanali.

Mio gradimento ***/****

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E adesso, signor Presidente, si vergogni!

Se permette ai suoi giocatori di rilasciare, non a caldo, ma a mente fredda, dato il tempo trascorso. interviste come questa (e non è la sola).

(Dalla prima pagina della Gazzetta dello Sport)

Alle belle parole faccia seguire i provvedimenti coerenti, altrimenti si vergogni.

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[Libri] “La forma dell’acqua” di Andrea Camilleri – Sellerio (1994)


 La trama (dal libro stesso):

 Pino Catalano e Saro Montaperto, due geometri che per necessità fanno il lavoro di munnizzari in una zona malfamata, la mànnara, consueto luogo di ritrovo di prostitute, trovano in un’auto il cadavere di un uomo con gli abiti discinti che essi conoscono bene essendo un noto uomo politico: l’ingegner Luparello. Uno dei due, Saro, trova poi una collana di alto valore che nasconde perché si ripromette di venderla per ricavarne del denaro per curare il figlioletto malato.

Essi pensano bene di avvertire telefonicamente, per accattivarsene i favori, prima ancora che la polizia, l’avvocato Rizzo, amico e consigliere politico dell’ingegnere defunto e suo prevedibile successore, il quale stranamente però non sembra sorpreso di quanto i due gli riferiscono ma li invita semplicemente a chiamare la polizia.

Giunto sul luogo il commissario Montalbano riceve conferma dallo scontroso medico legale Pasquano che la morte di Luparello è avvenuta durante un incontro sessuale. Sul posto viene rinvenuta una borsa con le iniziali di Ingrid Sjöstrom e anche la collana, ritrovata dal netturbino, come verrà a sapere il commissario, le appartiene.

La morte dell’ingegnere, perché di questo è convinto Montalbano, è stato costruita in modo tale che assuma una forma, come l’acqua in un contenitore, che accusi la bella svedese di cui nel corso dell’indagine diviene amico ma non, resistendo eroicamente alle sue disinvolte profferte, amante mantenendosi fedele alla sua fidanzata Livia.

Saranno proprio le due donne a far risolvere a Montalbano l’intricato caso.

“La forma dell’acqua” è il primo romanzo della serie del Commissario Montalbano ed è il romanzo che ne ha fatto la fortuna.

E’ un bel giallo di casa nostracon tanto di malaffare di stampo mafioso, corruzione, protagonismo politico e, da questo punto di vista, fa riflettere il fatto che dopo tanti anni, ancora oggi sia tutto come prima, se non peggio di prima.

Al di là di questo ha buon intreccio e un buon finale. Lo stile è ironico e pungente e gli intercalari dialettali (non molti e facilmente comprensibili) aggiungono colore ai vari personaggi.

Mio gradimento ****

PS – Un grazie a Mariella per la segnalazione, e ha ragione, di questa serie ne leggerò altri.

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[Libri] “La piramide di fango”, “Un covo di vipere”, “La pensione Eva” di Andrea Camilleri


Mi ero sempre rifiutato di affrontare i libri di Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 6 settembre 1925) per non fare lo sforzo di decodificare quel particolare linguaggio commisto di italiano e siciliano che tanto caratterizza le opere di questo autore.

Mi son detto che così mi sarei perso qualcosa e, dopo aver letto tre romanzi, e posso dire che di fare questo piccolo sforzo ne valeva la pena.

Due sono gialli di recente pubblicazione e hanno per protagonista il notissimo commissario Montalbano e i coloriti personaggi che da sempre gli fanno da contorno; il terzo è un romanzo pubblicato qualche anno fa, che ha per protagonista un ragazzino, Nenè, che vive la sua adolescenza in un contesto sociale d’altri tempi.

Ve li presento brevemente:


La piramide di fango – Sellerio, Maggio 2014.

Piove a dirotto su Vigata. Un giovane, ferito alla schiena, ha inforcato una bicicletta e ha pedalato con fatica in quella solitudine di fango per venir trovato, morto, in un cantiere edile. Sua moglie è scomparsa e, con lei, un presunto zio, che non ha nome, non ha volto, e non lascia impronte. E’ un delitto di mafia legato al mondo degli appalti, ma i clan mafiosi faranno di tutto, attentati, intimidazioni, delazioni, false confessioni e depistaggi,  per fuorviare il commissario Montalbano e convincerlo che si tratta di un delitto d’onore e non di mafia.

Montalbano scoprirà  la vera causa del delitto e, con un trabocchetto finale, uno «sfunnapedi» o «trainello», riuscirà a “fare un buco nella piramide di fango” di quell’organizzazione criminale.

Mio gradimento ***/****


Un covo di vipere – Sellerio, Giugno 2013.

Riporto qui di seguito, con qualche aggiustamento, la presentazione che ne fa Wikipedia.

La vittima è il ragionier Cosimo Barletta, trovato morto nel suo studio, con un colpo di rivoltella alla nuca. Il movente dell’omicidio sembra incomprensibile nel villino dove è stato ritrovato cadavere non appare alcuna traccia di effrazione. Cosimo Barletta, vedovo e padre di Arturo e Giovanna, conduceva una vita apparente normale; almeno così sembra sino a quando non si scoprono nel doppio fondo di un cassetto di una scrivania foto e lettere che rivelano una personalità equivoca. I figli affermano poi che il padre non era quell’esemplare di onestà che appariva ed essi sono sicuri che aveva lasciato un testamento che però è scomparso. Alla fine il commissario arriverà alla soluzione dei misteri ma gli apparirà una verità che forse avrebbe preferito non scoprire.

Mio gradimento ***/****


 La pensione Eva – Mondadori, Gennaio 2006.

“Fu tanticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla Pensione Eva tra i màscoli grandi che la frequentavano e le fìmmine che ci abitavano”.

Un giorno tentò di entrare a curiosare ma fu bloccato da un omone:

“Sei precoce, eh? Alla tua età già ti piace il miele, ragazzino? Subito via da qui!” Nenè non capì quello che l’omo diceva, ma sinni scappò lo stisso di corsa, vrigugnoso”.

E’ questo l’inizio del romanzo che vede crescere Nenè tra la fine degli anni trenta e gli della seconda guerra mondiale in quel di Vigata. Sarà la cugina Angela, compagna di quel quel gioco del malato e del dottore che tanti hanno praticato nella loro preadolescenza, almeno quelli della generazione di Camilleri, che inizierà a fargli capire che cosa succede nella Pensione Eva.

Intendiamoci, niente di erotico, in questo romanzo, ma una raccolta di curiosi personaggi e situazioni con le prime esperienze di Nenè, dei suoi amici Jacolino e Ciccio e storie delle “picciotte a quindicina”, come quella del cavalier Calcedonio, afflitto da impotenza, che sotto un terribile bombardamento recupera miracolosamente la sua virilità o l’episodio della “puttana comunista” Tatiana che collabora con la resistenza partigiana.

Sullo sfondo, le durezze di una guerra che alla fine distruggerà anche la Pensione Eva.

Dirà Camilleri: «Desidero avvertire che il racconto non è autobiografico, anche se ho prestato al mio protagonista il diminutivo col quale mi chiamavano i miei famigliari e i miei amici. È autentico il contesto. E la pensione Eva è veramente esistita…».

Voi ci credete? Io no.

Mio gradimento ***/****.

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Bravo Presidente !

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Il presidente giallorosso Pallotta interviene per placare le polemiche.

Il suo messaggio sul sito della Roma:

Dovremmo fare tutti un respiro profondo e calmarci un po’. Il calcio è un gioco che va a mille all’ora e a volte emergono errori e controversie: questo è un discorso valido per tutti. In fondo siamo due grandi squadre e ci avviamo verso una rivalità che durerà a lungo: questo non può che essere un bene per il calcio italiano.

Saremo sempre orgogliosi della nostra squadra. Amiamo il nostro. spirito.

Torneremo presto e lotteremo sempre per arrivare in alto.

Cominciate ad abituarvi.

Forza Roma!.

Bravo Presidente, auguri alla Roma e, sempre, forza JUVE !!!


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Si vergogni, signor Fognini

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SHANGHAI

Dopo l’incredibile sconfitta contro lo sconosciuto cinese Chuhan Wang, nr. 553 ATP, esce dal campo mostrando il dito ad uno (?) spettatore che lo insulta.

Non è che l’ultima trovata del nostro portacolori. Questi i precedenti del solo 2014:

AMBURGO.

Campione in carica, perde al 1° turno dal serbo Krajinovic e lo insulta: «zingaro di m…».

WIMBLEDON.

Multa di 27.000 $ per aver scagliato a terra la racchetta e aver insultato il supervisor.

MADRID.

Subito out con Dolgopolov, se la prende con l’arbitro Layani: «Se perdo avrai dei problemi».

MONTECARLO.

Negli ottavi con Tsonga domina , poi crolla e se la prende con papà Fulvio: «E’ colpa tua».

(fonte La Gazzetta dello Sport)

Complimenti Fabio, un bell’esempio per il mondo dello sport (e, ahimè, non solo per quello).

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Ma questi li abbiamo eletti per fare questo mestiere?


 Dal Corriere di oggi:

“SE ANCHE IL GOL FINISCE IN POLITICA”

“La guerra del football Un po’ di serietà non guasterebbe tra quei parlamentari che, sfidando il ridicolo, minacciano interrogazioni contro l’arbitro di Juve-Roma e alimentano la rissa sui social network”

“Dopo Juventus-Roma, coi suoi tre rigori e le sue mille liti, una formazione bipartisan di deputati ha annunciato un’interrogazione parlamentare: l’ultimo cattivo servizio reso dalla politica al nostro Paese.

Mentre il tifoso comune si macera davanti alla tv per un rigore carogna, o dalla curva maledice impotente i defunti dell’omino in giacchetta gialla (un tempo nera) , beh, deve dare un sottile brivido sottopelle poter proclamare a parenti e amici: «Domani a quell’arbitro gliela faccio vedere io!». E l’indomani, anziché intrupparsi al Bar Sport tra cappuccini tiepidi e imprecazioni roventi, filare a Montecitorio, sorseggiare fieri un caffè alla buvette e annunciare una bella interrogazione parlamentare.

Nientemeno.

Stavolta, dopo Juventus-Roma, coi suoi tre rigori e un gol forse gravato da fuorigioco (attivo? passivo?), i nostri eroi si sono schierati in formazione bipartisan: i deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, Ignazio Abrignani di Forza Italia, Marco Miccoli del Pd e Paola Binetti dell’Udc (momentaneamente distolta da più serie questioni etiche) chiederanno — indignati — al governo di rispondere sull’operato dell’arbitro Rocchi, da domenica sera appena un gradino sotto il comandante Schettino nella hit parade dei cuori giallorossi: si tira in ballo anche la Consob (trattasi di società calcistiche quotate in Borsa).

Miccoli, renzianamente, ci infila pure la meritocrazia, e riesce a dichiarare: «… più che dall’articolo 18 sono sicuro che gli imprenditori stranieri siano messi in fuga da questa arbitrarietà (sic) e mancanza di certezze nell’applicazione delle regole », svelandoci infine che non le lentezze del processo civile, non le pastoie della nostra burocrazia sono responsabili della stagnazione italiana, ma il cripto-juventino Rocchi.

Naturalmente Miccoli e i suoi sodali non s’inventano nulla di nuovo. Churchill sogghignava spiegando che noi italiani andiamo alla partita di calcio come a una guerra e alla guerra come a una partita di calcio.

Calcio e politica sono da sempre binomio intrigante, prova ne siano il fascino che il pallone ha esercitato su tutti i dittatori in cerca di consenso — da Mussolini a Videla — e le mirabolanti favole di passione e sudore («Splendori e miserie…») narrate da Eduardo Galeano. Si parva licet, troviamo, già trent’anni or sono dalle nostre parti, serissime interrogazioni di tre senatori comunisti a favore di O’ Lione Vinicio, sloggiato dalla panchina dal patron dell’Avellino Sibilia: «Si pone con urgenza il problema di garantire in una società democratica (sic) il rispetto della dignità degli allenatori». E via così, di interrogazione in interrogazione, con sovrano sprezzo del ridicolo, fino ai nostri giorni.

Tuttavia questi sono tempi di ferro, sorridere è sempre più difficile. L’ultimo cattivo servizio che la nostra politica rende al Paese è infilare uno spirito da «lei non sa chi sono io» nella rissa divampata da domenica sera sui social network di tutta Italia.

Si dirà che l’Italia è appunto questa e i deputati ne sono una… avanguardia.

Gianluca Buonanno, lo stravagante leghista che ha proclamato Varallo Sesia «Comune non islamizzato » e messo a dieta i concittadini dietro compenso (cinquanta euro per tre chili persi in un mese), porta lo «scandaloso arbitraggio» alla Commissione europea.

Paolo Cento, antico difensore di ultrà, sostiene che Roma sia stata «umiliata, offesa, derisa» e chiede al sindaco Marino di battere i pugni.

Sui profili Facebook di numerosi dirigenti del Pd romano appaiono commenti del tenore «ladri da vomitare, schifosi, Moggi era un’orsolina». Questa è l’Italia e ha i parlamentari che merita, certo.

Tuttavia un po’ di serietà, se non di sobrietà, non guasterebbe. Serio sarebbe non stupirsi la prossima volta che centinaia di mentecatti, scambiando per Vangelo le sciocchezze di queste ore, se le suoneranno di santa ragione davanti allo stadio. Serio sarebbe non prendersi così sul serio.

Ma la nonna di Florenzi dura un pomeriggio, tutto il resto sono giochi di guerra.”

Di Goffredo Buccini per il Corriere dell’8 Ottobre 2014.

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[Libri] “Donne” di Andrea Camilleri – Rizzoli 2014


“Donne” di Andrea Camilleri è da qualche settimana ai primissimi posti nelle classifiche di vendita.

Dice la presentazione:

Donne fiere che non cedono a minacce né a lusinghe, pronte ad affrontare il loro destino. Donne misteriose…donne scandalose, perché non hanno paura di prendere ciò che è loro, compresa la libertà. Semplicemente, donne.

Un intimo, giocoso catalogo delle donne che nel corso dei secoli gli uomini hanno di volta in volta amato e odiato. Un viaggio di scoperta della seduzione, del sesso e di quel formidabile, irrisolvibile enigma che è l’universo femminile.

Aggiunge l’autore:

“Questo libro è un parziale catalogo delle donne, realmente esistite nella Storia o create dalla letteratura (come Elena di Troia, Giovanna d’Arco, Antigone, la Beatrice di Dante Alighieri, e altre ancora ndr.), e di altre che ho conosciute e di altre ancora di cui m’hanno raccontato, le quali, per un verso o per l’altro, sono rimaste nella mia memoria.

Esso non ambisce quindi ad essere un trattato sulle donne, non intende tirare somme o far consuntivi, proporre interpretazioni psicologiche, addentrarsi nei labirinti dell’universo femminile.

Ho semplicemente voluto trasferire dalla memoria alla pagina un fatto, un incontro, una storia, l’impressione di una lettura. Cercarvi altri intenti sarebbe vano esercizio.

Gli incontri personali sono così lontani nel tempo che credo possa valere per essi la prescrizione. Comunque non potrei giurare che siano realmente accaduti, può darsi che me li sia inventati o sognati e poi, col trascorrere del tempo, li abbia creduti veri.

E probabilmente veri non lo sono o, almeno, non lo sono in parte.

Ma i racconti sono estremamente gradevoli. In 210 pagine troviamo 39 donne narrate in una piccola colorita enciclopedia dell’universo femminile.

Dalla A di Angelica, quella dell’Orlando Furioso, che “creata dalla poesia di messer Ludovico Ariosto mi iniziò ad un sentimento d’amore, esaltante e struggente” Quella che “le meravigliose illustrazioni di Gustavo Doré mi avevano già provocato l’emozione indescrivibile di vedere per la prima volta com’era fatto il corpo nudo di una donna“.

Alla Z di Zina che “veniva da un paese dell’Est e faceva la governante di un vecchio che la pagava bene, ma pretendeva da lei ogni sera una cosina. Figlia di contadini, il padre l’aveva violentata che aveva quattordici anni, lo stesso aveva fatto il fratello maggiore e dopo un po’ anche quello minore. Era l’unica donna in casa, la madre era morta anni prima. Per racimolare il denaro e scapparsene, aveva subito tutte le brutalità possibili e immaginabili. Poi, in Italia, era sempre stato un “fare cambio”, continuo, ininterrotto, per ottenere il visto d’entrata, il permesso di soggiorno, per trovare un’abitazione, per trovare un lavoro… Spesso era stata truffata, avevano voluto che desse in anticipo, poi non avevano fatto cambio.

Le mie perferite ?

Ingrid una giovane studentessa svedese che dopo uno stage sul teatro di Pirandello, a Copenaghen, lo invitò a trascorrere una notte in casa sua “In un quartiere fatto di graziose casette, ognuna con relativo grande giardino, si infilò dentro un cancello, imboccò un vialetto che portava a una villetta a un piano, la costeggiò, posteggiò la macchina dentro il garage accanto a un’altra auto. Passando, avevo notato che dentro il villino le luci erano accese. Non me ne preoccupai, chissà perché mi persuasi che abitasse con qualche compagna di studi. Aprì la porta con la chiave, dall’anticamera disse qualcosa, una voce femminile le rispose.

«Vieni.» La seguii. Entrammo in un grazioso salottino. Un uomo e una donna, alquanto più giovani di me, stavano guardando la televisione. Si alzarono.

«Questa è mamma e questo è papà» disse Ingrid presentandomi.

Aggiunse qualcosa, credo stesse loro spiegando che ero il professore venuto dall’Italia.

«Andiamo nella mia stanza» fece Ingrid prendendomi per mano.

Ero inorridito e vergognoso. Che fare? Crollare svenuto? Fingere un attacco di pazzia? Sedermi con loro nel salottino e parlare dei primi acciacchi dell’età? Ma intanto Ingrid mi aveva trascinato nella sua camera ch’era proprio accanto al salottino. M’abbracciò, cominciò a baciarmi, ma s’interruppe: «Che hai? Sei tutto sudato».

Colsi la palla al balzo.

«Effettivamente mi sto sentendo male, mi gira la testa, forse qualcosa che ho mangiato o un calo di pressione…» Cinque minuti appresso ero circondato dalle cure di papà e mamma.

Bevande calde, termometro. Una mezzoretta dopo dichiarai di sentirmi meglio. Papà volle riaccompagnarmi fino a Copenaghen, mi lasciò solo davanti al mio albergo.

Quella settimana l’indice di virilità degli italiani in Svezia dovette cadere a picco, come fa la Borsa in tempi di crisi”.

E nonna Elvira Capizzi in Fragapane, “colei che ha saputo aprire la mia fantasia e a lungo m’ha aiutato ad esercitarla.

Nonna dialogava normalmente con gli oggetti, certe volte in dialetto, altre volte in linguaggi vari e del tutto inventati perché, mi spiegava con la massima serietà, una sedia non parla come un pianoforte o come una pentola.

Una volta che avevamo appena finito di pranzare nella casa di campagna e lei era rimasta seduta a tavola mentre tutti se ne erano andati, la sentii dialogare con un’antica saliera di vetro finissimo.

«Quanti anni hai, salè? Ducento? Sì? Vidisti moriri a mè catanonno, a mè nonno e a mè patre? Sì? E ora che fai? Ti nni stai a taliarimi aspittanno la mè morti? Sì? E io ‘sta soddisfazioni non ta la dugno!» Prese la saliera e la scagliò fuori dal balcone, in cortile.

Spesso, rivolgendosi ai suoi figli o a me, introduceva all’interno di un discorso comprensibile delle parole inventate, in genere dal suono bellissimo, che dovevamo sforzarci di capire”.

Mio gradimento ****, non perdetevelo.

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L’eleganza non è un’opinione


Sempre per la serie “L’inarrestabile ascesa di Matteo da Fi” mi son trattenuto dal pubblicare l’attacco di De Bortoli sul Corriere del 24/09 (lo trovate qui), ma non posso resistere dal proporvi questo spassoso articolo di Selvaggia Lucarelli su Libero di oggi:

“Se Matteo è elegante io sono Kate Middleton”.

Matteo Renzi è uno dei personaggi meglio vestiti del pianeta No, non l’ha detto Enzo Miccio dopo tre mojiti e neppure Sandro Mayer su Dipiù in una delle sue celebri gallery di outfit in cui il personaggio più elegante è Iva Zanicchi che strappa la gramigna nell’orto. L’ha sancito Vanity Fair France che, a sorpresa, ha inserito il nostro premier nell’ambita classifica dei 31 best dressed del mondo. Piazzato bene, tra l’altro, in settima posizione tra la socialite Olivia Palermo e Keyra Knightley le quali, secondo voci vicine a Palazzo Chigi, da carine, slavate e prive di personalità quali sono, pare siano già papabili ministre nel prossimo rimpasto di governo.

Se la faccenda vi sembra poco sorprendente, aggiungo che nella stessa classifica Matthew McConaughey è in ventiquattresima posizione. Come a dire: volete mettere Matthew McConaughey che ritira l’Oscar in smoking bianco con Matthew Renzi che gioca a tennis con ascella pezzata e magliettina in acrilico-traspirante multicolor? Non c’è storia.

Esilarante poi la didascalia che accompagna la foto di Renzi su Vanity Fair: «Il presidente del consiglio italiano ha cambiato il suo Paese e ha rivoluzionato anche i canoni della moda in politica». Ora, io se fossi il giornalista che ha scritto tale amenità mi augurerei che la Wintour, al matrimonio di Clooney, si sia fatta tanti di quei cicchetti da dormire sul fondo di una gondola per una settimana, perché se legge un’amenità simile, credo sia capace di entrare nella sede di Vanity Fair con una granata a frammentazione. Forse è il caso di rinfrescare la memoria ai francesi sull’irresistibile galleria di look del nostro premier, look che hanno fatto guadagnare il 40% di voti a lui e perdere il40% di indotto alla moda italiana.

Intanto, il primo a spiegare all’ex concorrente del quiz di Mike che i vestiti non si scelgono girando la Ruota della fortuna, fu Silvio Berlusconi, il quale se lo vide arrivare al famoso pranzo ad Arcore vestito di marrone e gli spiegò che quel colore faceva molto comunista. E siccome, com’è noto, Renzi preferirebbe somigliare a un generale delle SS che a un comunista, pensò bene di passare al blu. In pratica, il primo patto del Nazareno tra i due fu sulle riforme urgenti degli outfit di Matteo. Poi arrivò il momento della svolta gggiovane.

Del giubbottino di pelle alla Fonzi e per andare ad Amici e conquistare i voti dei bimbominkia di Emma Marrone. Un look che provocò una certa ilarità, ma del resto, conoscendo la sua ambizione, se si andasse alle elezioni ora, non esiterebbe a vestirsi da Anna Oxa per conquistarsi i voti dei bimbominkia di Valerio Scanu.

Anche lì Berlusconi non esitò a bacchettarlo: «Gli consiglio di portare dal sarto il giubbotto per farlo allargare», dichiarò. E ancora una volta Silvio dettò la sua linea politica, perché Renzi il giubbotto di pelle lo abbandonò nell’armadio, prima che i suoi slogan divenissero «ADESSO levati quel giacchetto da pirla» e «Cambiamo verso all’Italia e stylist a Matteo Renzi».

Poi ci fu la prima apparizione da premier da Barbara D’Urso. Col suo abbinamento scarpe marroni/vestito blu riuscì nella rara impresa di vestirsi peggio della conduttrice, ma il momento più memorabile rimane il suo primo epico incontro con Angela Merkel. Partì spavaldo convinto di farle il cappotto e non riuscì ad allacciarsi neanche il suo.

Le foto del suo soprabito sbilenco fecero il giro del mondo. E già questo basterebbe ad escludere un suo coinvolgimento coi poteri forti del Paese. Renzi nella stanza dei bottoni, quando non riesce manco ad infilarne uno nell’asola giusta, è davvero poco credibile.

Come dimenticare infine la sua mitica camicia bianca, quella coi polsini slacciati e le maniche tirate su come se avesse appena finito di spurgare il lavandino.

Quella stropicciata dopo ore di riunioni e conferenze stampa e strette di mano. Quella che tira sui fianchi degli ultimi tempi.

Quella che di fianco a Sanchez, anche lui in camicia bianca, l’ha fatto sembrare Teo Mammucari live alla sagra del lampredotto.

Quella, insomma, che gli ha fatto misteriosamente conquistare il titolo di best dressed su Vanity Fair.

Nel frattempo, qui in Italia rimaniamo lucidi e consigliamo a Renzi di abolire pure i Co.Co.Pro. ma di reintegrare gli insegnamenti di CoCo Chanel in fatto di eleganza.

P.s. al primo posto della classifica appare la bella attrice Lupita Nyong’o. Pare che Renzi, poco competitivo come sempre, si sia accontentato del suo settimo posto e le abbia mandato un biglietto di congratulazioni, augurandole di confermarsi prima anche il prossimo anno. C’era scritto «Lupita stai serena».

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“La ghigliottina” di Massimo Gramellini.


La ghigliottina.

Di Massimo Gramellini.

Stavolta non hanno tagliato la testa a un soldato, a un giornalista o a un volontario: qualcuno che avesse a che fare con la guerra. Stavolta, e per la prima volta, a venire macellato come simbolo dell’Occidente è una persona che passava di lì per motivi suoi. Hervé Pierre Gourdel era un alpinista e fotografo di paesaggi: stava facendo trekking sui monti d’Algeria. I masnadieri lo hanno localizzato, sequestrato e giustiziato nel giro di quarantott’ore, non prima di averlo costretto al rito surreale e stalinista dell’autoaccusa. Nel video si vede un uomo con i capelli bianchi – un nonno giovane o un padre vecchio – in ginocchio davanti alla telecamera mentre ripete a pappagallo delle frasi contro Hollande. E appena la sua voce ha un sussulto di esitazione, il miliziano gli avvicina il fucile alla testa per fargli paura.

Si percepisce il senso di straniamento, la totale incoerenza tra il contesto dell’azione e il personaggio principale: a tutti gli effetti un turista. E anche se né a me né a voi verrebbe mai in mente di scalare montagne infestate da tagliagole, è impossibile non avvertire la sensazione che al suo posto avrebbe potuto esserci uno di noi.

(Da La Stampa del 25.09.2014)

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