Ancora violenza !!!

 

“Scontri e guerriglia a Roma. Il corteo dei Movimenti si è trasformato in battaglia nelle strade del Centro.Alla fine della giornata si sono contati 40 feriti, tra cui un immigrato che ha perso una mano, e 5 arrestati”.

Sono senza parole. Servirebbero?

(Foto e testo da “Il Messaggero” del 13 Aprile 2014)

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“Amici” di Maria De Filippi – Il serale del 12 Aprile 2014

 

Serata tutta in blu, ieri sera ad Amici: 7-0 la prima manche. 6-1 la seconda. Il Moreno-sorridens avrà di che riflettere. Ne hanno fatte le spese gli Knef, bravi ma ripetitivi, e la povera Federica, bravina, ma ancora troppo giovane e acerba (come l’uva? sento già dire ai maligni).

Puntata, comunque, migliore della precedente: un Gabriel Garko tutto muscoli, ha mandato in estasi le ragazzine (e non solo quelle) ballando nei panni di un Rodolfo Valentino stile Big Jim (ma che gnocca la ballerina, quella scalza, non l’avete notata?) e ci ha fatto dimenticare il soporifero De Niro della scorsa settimana; Giorgio Panariello ci ha messo la ciliegina di simpatia che era totalmente mancata un Sabato fa.

Incominciano francamente un po’ a stufare gli occhi bistrati, e non solo quelli, di Miguel Bosè, ieri sera in versione guru, con tanto di sciarpona, collana, caftano bianco e mocassini colorati.

Nessun “duetto con ospite” mi ha entusiasmato: i nomi famosi danno blasone al programma ma aggiungono poco a sé stessi e poco ai ragazzi: ieri sera ci hanno provato Gianni Morandi (ahi, gli anni incominciano davvero a pesargli), Elisa, Francesco Renga e Alessandra Amoroso.

Non sempre singolarmente condivisibili e originali, ma accettabili nel complesso, i voti e i commenti dei tre giudici in pianta stabile; non hanno fatto danno quelli di Gabriel Garko.

Quasi tutte straordinarie le coreografie di Giuliano Peparini.

Dei ragazzi:

Deborah. E’ la punta di diamante dei bianchi, l’unica ad aver conquistato un punto ieri sera

I Carboidrati. Dopo l’ ingresso boom ad Amici, stanno esaurendo le calorie?

Paolo bravo, ieri sera, un piccolo show man.

Vincenzo. Sarà pur vero che “fa ballare bene” la sua Giovanna. Ma lei? Fantastica.

Lorenzo. Bravo e versatile, ma ieri ha rischiato grosso.

Nick. In crescita. Vuoi vedere che va in finale?

Christian. Bel personaggio. Molto meglio se non ha problemi di partnerhip.

Alessio e i Dear Jack. Meglio ieri, ma non mi entusiasma. E poi perché Alessio tre volte come solista nei duetti?

Oscar. In ombra ieri sera. Come mai?

Diana. Anche lei in ombra. Zerbi incombe?

Va beh, a tutti Buona Domenica, Buona settimana e chissà che Sabato prossimo, quello di Pasqua, non ci porti una qualche bella sorpresa.

-.-

Questo il Sabato precedente

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E vai, Camila !!!

La nostra Camila Giorgi, 22 anni di Macerata, ha conquistato oggi a Katowice , nel Paribas Open International, di 250.000 dollari, la sua prima finale in un torneo Wta.

Ha sconfitto la numero 17 al mondo e 3 del tabellone Carla Suarez Navarro col punteggio di 7-6 e 6-4. In precedenza aveva battuto l’israeliana Peer, la nostra Roberta Vinci e la polacca Piter.

Ora, in finale, incontrerà la francese Alize Cornet, che, però, in gennaio agli Australian Open si era imposta in tre set (6-3 4-6 6-4).

Sarà durissima, ma non impossibile.

Ha una caratteristica la Giorgi: le palle le picchia tutte.

E poi quel gonnellino……!!! Wow.

Aggiornamento:

Non ce l’ha fatta, ma per pochissimo: 6-7, 7-5, 5-7 dopo oltre 3 ore di gioco e dopo aver avuto una palla match sul 5-4 a suo favore.

Brava lo stesso, i successi non mancheranno.

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[Libri] “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli – Newton Compton (2013)

Come promesso dopo  “Come inciampare nel principe azzurro” (qui il mio post), eccomi all’altro e più famoso romanzo di Anna Premoli, “Ti prego lasciati odiare” (318 pagine), vincitore del Premio Bancarella 2013.

Dico subito che i due romanzi si somigliano in tutto e per tutto: stessa falsariga, stesso intreccio e sviluppo del racconto, ma anche stessa verve e simpatia.

Jennifer e Ian si conoscono da sette anni e gli ultimi cinque li hanno passati a farsi la guerra. A capo di due diverse squadre nella stessa banca d’affari, tra di loro la competizione è altissima e i colpi bassi e le scorrettezze non si contano. Si detestano, non si sopportano, e non fanno altro che mettersi i bastoni fra le ruote. Finché un giorno, per caso, i due sono costretti a lavorare a uno stesso progetto: la gestione dei capitali di un facoltoso e nobile cliente.

E così si ritrovano a passare molto del loro tempo insieme, anche oltre l’orario d’ufficio. Ma Ian è lo scapolo più affascinante, ricco e ambito di tutta Londra e le sue accompagnatrici non passano mai inosservate: basta un’innocente serata trascorsa a uno stesso tavolo perché lui e Jennifer finiscano sulle pagine di gossip di un giornale scandalistico. Lei è furiosa: come possono averla associata a un borioso, classista e pallone gonfiato come Ian? Lui è divertito, ma soprattutto sorpreso: le foto con Jenny hanno scoraggiato tutte le sue assillanti corteggiatrici.

E allora si lancia in una proposta indecente: le darà carta bianca col facoltoso cliente se lei accetterà di fingersi la sua fidanzata. Sfida accettata e inizio del gioco! Ma ben presto portare avanti quello che per Jenny sembrava un semplice accordo di affari si rivela più complicato del previsto.

Letto uno si può dire letto anche l’altro. Il maggior gradimento va al primo che si legge per l’effetto sorpresa, ma entrambi sono perfettamente godibili.

Mio gradimento ****

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“Amici” di Maria De Filippi – Il serale del 5 Aprile 2014

 


Puntata di sostanziale ordinaria amministrazione, quella di ieri sera, con un finale, però, amaro per i blu che vedono due dei loro ragazzi uscire dal programma: Sara, una bella voce che però si è involuta in questa scuola, accumulando incertezza ad incertezza, e Denny, repper a mio avviso un po’ mono-tono, che ha comunque visto pubblicare un proprio cd e francamente non poteva chiedere di più.

Per le due sconfitte non mi sembra esente da colpe un Miguel Bosé con gli occhi assurdamente bistrati – vien da dire “gli han fatto gli occhi blu” -, che probabilmente ha la responsabilità di aver sbagliato qualche strategia di gara, soprattutto nelle due terze prove.

Terze prove che restano assurdamente condizionate dal doppio voto attribuito al un quarto giudice internazionale che il più delle volte pare essere capitato lì per caso e bisogna far di tutto per tener sveglio. Non ha fatto eccezione ieri sera Robert De Niro per il quale la De Filippi è ricorsa al giochino un po’ scontato del papà buono che trova tutti straordinari e non vuol fare preferenze. Peccato, però poi, che nella triste realtà, il papà buono abbia votato due volte per i bianche e nessuna per i blu.

Poco da dire sugli ospiti chiamati a duettare. Bene Kylie Minoque; di secondo livello Birdy e Fedez. Moreno non ha trovato di meglio che ospitare sé stesso per lanciare il suo nuovo disco e il trio delle meraviglie, Argentero –Ferilli-Ponte non ha nemmeno avuto il buon gusto di assegnare il punto alla squadra avversaria).

E’ mancato l’intermezzo comico. Siamo ridotti alla canna del gas col budget della trasmissione?

Tra i ragazzi in particolare: in crescita di autostima e padronanza delle esecuzioni Deborah. Bene Diana. In calo le due band, Carboidrati e Dear Jack, bravo ma ripetitivo Oscar, ancora una volta sorprendente Christian. Non convincente Federica.

Arrivederci alla prossima.

Qui il post del Sabato precedente.

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Opinioni: l’incompetenza.


L’articolo di Giampaolo Pansa per Libero del 30 Marzo scorso. Come sempre i grassetti sono miei.

State sereni Vincerà l’incompetenza.

«Stai sereno!». Ci sono parole che diventano testimoni del tempo, il segno di un’epoca. Il primo passo l’ha fatto Matteo Renzi, il presidente del Consiglio.

Quando non era ancora a Palazzo Chigi e soltanto segretario del Partito democratico, aveva rassicurato il premier in carica, Enrico Letta, garantendo che il suo governo sarebbe durato a lungo. E gli aveva twittato: «Enrico, stai sereno».

Ma qualche giorno dopo, Renzi ha costretto Letta a dimettersi.

Un’emula di Matteo è l’attuale ministro della Difesa, la signora Roberta Pinotti. Era finita sui giornali dopo un’intervista televisiva dove parlava delle nostre forze armate. Tra parentesi mi azzardo a offrire un consiglio ai politici: guardatevi dalla tivù, stare troppo davanti alle telecamere non solo vi rende fastidiosi. Ma può essere pericoloso se hai appena ricevuto un incarico delicato e ti esponi a troppe gaffe.

Sta di fatto che il ministro Pinotti, persino troppo compiaciuta di essere intervistata da Maria Latella di Sky, si è lasciata scappare un dubbio esistenziale: serve ancora avere un’aviazione militare? Ecco un esempio di domanda da non proporre.

Ne è nato un pasticcio con i vertici dell’arma azzurra. E la candida Pinotti ha pensato di rassicurarli cascando nella trappola delle paroline renziane: «State sereni», il Paese ha bisogno di voi e sugli F35 ci comporteremo da bravi ragazzi.

Ma la frittata era fatta. Il motto di Renzi sta dilagando. Ormai è diventato di uso comune. Lo adoperano i figli con le madri, le mogli con i mariti o viceversa, gli avvocati con i clienti e i medici con i pazienti. A volte esplode in circostanze impensabili.

Qualche giorno fa, mi ero fermato a un autogrill dell’Autostrada del sole. C’era un cliente che litigava con il barista. E alla fine ha concluso: «Stai sereno che, quando ripasso di qua, ti spacco la faccia!».


Il vero problema, tuttavia, è riassunto in una domanda: c’è davvero da stare sereni in Italia? Il Bestiario pensa di no. Ma il motivo vero non è, come molti pensano, il debito pubblico, le riforme mai fatte, le coperture che non si trovano, il numero infinito di evasori fiscali. Il guaio reale e più grande è un altro: il dilagare dell’incompetenza. Ovvero l’incapacità a fare il lavoro che ti è stato affidato e farlo bene. Il declino della professionalità e il trionfo dei dilettanti allo sbaraglio. Il prevalere dell’ignorante che occupa il posto di chi la sa più lunga di lui e pretende di fare la stessa carriera.

In passato, credevo che questa tragedia fosse colpa soprattutto del vertice politico, economico e culturale del paese. Ma adesso ho corretto il mio giudizio. Il male dell’incapacità è ormai troppo diffuso e radicato in Italia perché sia possibile attribuirlo a qualcuno. Colpevoli lo siamo tutti, sia pure in gradi diversi. La nostra è una nazione che, di colpo, ha cominciato a mostrare i suoi vizi. Un vecchio proverbio recita: quando un asino è spelato, tutte le mosche gli vanno addosso. Siamo ridotti così. E non vedo come sarà possibile scoprire il rimedio giusto.

La vittoria dell’incompetenza ha intaccato anche la squadra del governo Renzi.

Non tutta, per fortuna. Un ministro di grande serietà è Pier Carlo Padoan, responsabile dell’Economia. Ma altrettanto non si può dire, per esempio, del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia. È diventata subito famosa perché, non appena inserita nel giro di Renzi, ha sbagliato l’indirizzo del ministro da incontrare.

Per il momento, la sua ultima trovata è di mandare in pensione anticipata qualche migliaio di dipendenti pubblici per mettere al loro posto dei giovani senza lavoro. Con nessun risparmio sulla spesa, anzi con molti debiti in più.

Un altro esempio dell’incompetenza dilagante ce lo offre l’inutile e dannosa diatriba su una questione antica quanto il mondo: quella tra giovani e anziani. Non posso ignorarla, anche perché sono un signore dai capelli bianchi. E riconosco di essere davvero fortunato per il mio anno di nascita. È il 1935, una data che dichiaro sempre. Mi sono laureato quando l’università era ancora per pochi, ma accoglieva pure i figli di operai come il sottoscritto.

Ho lavorato per decenni nei giornali, nell’epoca che l’editoria tirava. Se eri bravo un posto lo trovavi subito e gli stipendi erano più che buoni. Adesso scopro che sono un signore da rottamare, che la mia pensione viene classificata come un vitalizio immeritato, che possiedo molto mentre un ventenne non possiede nulla.

Per la moda odierna non conta niente che abbia sempre pagato molte tasse e continui a pagarle ogni anno, con fedeltà, contribuendo alle casse repubblicane.

Anche per questo motivo mi batto contro l’evasione fiscale. E mi ritrovo nelle parole di un collega che la politica rende molto distante da me, Michele Serra, una firma della sinistra italica. Un giorno Serra ha detto: «Oggi la vera lotta di classe è tra chi paga le tasse e chi non le paga».

Anche sotto questo aspetto l’Italia dell’incompetenza sta vincendo alla grande. Ce lo confermano le grida di trionfo per il tetto agli stipendi dei manager delle aziende non quotate in Borsa che dipendono in modo diretto o indiretto dal ministero dell’Economia. Dal 1° aprile, ossia fra due giorni, le loro retribuzioni risulteranno di colpo ridotte per decisione del governo. È una scelta giusta oppure no? Non è anche questo uno dei famigerati tagli lineari? Che non distinguono tra efficienti e incapaci, tra onesti e disonesti, tra chi è sempre stato al servizio del potente di turno e chi ha lavorato nell’interesse dei cittadini? Confesso di non possedere una risposta.

Ma come sempre mi succede, anche questa faccenda di tetti e di retribuzioni ridottemi spinge a fiutare l’aria che tira o presto tirerà. La grande crisi ci sta portando, passo dopo passo, verso un modello sociale che credevamo sconfitto. È quello del pauperismo imposto per legge, dove le condizioni economiche a poco a poco vengono livellate. Esiste una spia in proposito: il fastidio crescente per chi possiede un bene che non tutti hanno. Una casa grande, un conto in banca, un’automobile comoda, un tenore di vita superiore a quello di milioni di altri italiani.

Non conta più che il cosiddetto ricco si sia guadagnato tutto con il lavoro onesto di molti anni e sia stato sempre un contribuente fedele. La norma che diventerà imperativa risulterà di una semplicità brutale: poiché è impossibile che tutti diventino ricchi, quelli che lo sono o lo sembrano dovranno rinunciare a molto di quanto possiedono e dunque ridursi adagio adagio in povertà.

Sapete che cosa mi ricorda questo processo? I paesi dell’Esteuropeo che ancora oggi scontano le conseguenze del socialismo reale. L’altra sera, su Sky, ho visto un buon film, «La scelta di Barbara», ambientato nella Germania comunista prima della caduta del muro di Berlino, la Repubblica democratica tedesca. Quelle case dai muri scrostati, le automobili povere, gli ospedali in difficoltà, la società senza differenze, la polizia dappertutto.

Anche l’Italia di oggi farà la stessa fine? Spero di no e mi auguro che nessuna forma di neosocialismo prenda piede nel nostro Paese. Ma è certo che si avvicina un inverno sociale, dove tutto sarà improvvisato e di serie C. L’incompetenza abbinata all’ignoranza vincerà. Grazie all’ideologia della rottamazione ormai trionfante.

Tranne per i pochi che detengono il potere di decidere chi resterà a galla e chi no.



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[Libri] “Come inciampare nel principe azzurro” di Anna Premoli – Newton Compton (2013)

 

Anche se quello rosa non è il genere che prediligo, e non saprei dire per quale stano influsso astrale ci sono capitato, devo di che questo “Come inciampare nel principe azzurro” di Anna Premoli è stata una piacevolissima sorpresa.

Lei, Maddison, è inglese, ha 28 anni, è laureata in economia, è moderna, bella, indipendente e lavora a Londra in una prestigiosa banca d’affari. E’ brava, diligente, ha successo, ma non è un’arrivista a tutti i costi e prende il suo lavoro con serenità e un certo distacco.

Io faccio parte – dice – di un team che si occupa di fusioni ed acquisizioni estere, siamo una decina di persone completamente dedite al lavoro. O meglio, gli altri nove sono estremamente dediti, io faccio finta. Ma sono davvero brava a fingere.

Il problema principale del mio lavoro, a parte il fatto che riguarda lo studio dei bilanci e della fiscalità (blah…), è l’assurdo orario a cui siamo sottoposti: sono costretta a lavorare dalle 8 del mattino fino anche alle 10 di sera. Per riuscire a ritagliarmi qualche ora di shopping ogni tanto devo fingere un malore, un mal di pancia insostenibile, un’emicrania che tutte le volte è senza precedenti. I miei colleghi sono in genere così presi dal loro lavoro che neanche si accorgono della mia mancanza.

Vorrebbe essere trasferita a New York, più attratta dalle locali opportunità di shopping che altro, ma viene destinata a Seul e affidata alle grinfie di un nuovo capo, Mark Kim, 33 anni, americano con gli occhi a mandorla, di ferrei principi morali e lavorativi, oggettivamente molto affascinante, ma anche antipatico e strafottente quanto basta.

«Maddison, questo è Mark Kim.» [..]. Lui mi porge la mano, una mano grande e perfetta, che mi fa vergognare di non essere andata dalla manicure nell’ultima vita e mezza, e che stringo in maniera automatica ma con un po’ di titubanza. Spero davvero di non avere la mano sudata. Ha una presa molto decisa e severa, gli si addice molto. Dopo di ché si risiede al suo posto senza pronunciare una sola sillaba come se nulla fosse, e io faccio altrettanto sulla sedia accanto alla sua.

[..]Sono ufficialmente in panico, e come sempre mi accade nei momenti delicati riesco sempre a dire cose insensate. «Lei è cinese?» guardo accanto a me e la domanda mi esce fuori inaspettata. Ecco, forse partire con un interrogatorio non è il modo migliore per rendersi simpatici con gente che non si conosce. Mark Kim strabuzza gli occhi quasi sbigottito, come se la mia fosse una domanda totalmente ridicola. Ora, posso essere stata indiscreta, ma non merito lo sguardo di assoluto disprezzo che mi sta lanciando.

«Hmm, no. Sono americano, ma di origini coreane» mi dice finalmente. Ora che ci penso, è la prima volta che apre bocca da quando sono entrata. Voce profonda, ma chiaramente seccata. Una sorta di avvertimento. Chi diavolo è, il killer che la società manda per eliminare i dipendenti più pigri? Sono assolutamente certa dall’espressione dei suoi occhi che già mi detesta. Ci conosciamo da 30 secondi e l’antipatia reciproca è più che evidente. Nell’aria c’è qualcosa che non saprei definire…hmm, forse aria di tempesta? [..].

«Veramente io mi sono resa disponibile a trasferte a New York» puntualizzo, lanciandogli un’occhiataccia che vorrebbe dire “e il tutto a causa tua”.

Il Sig. Kim cerca di nascondere un sorriso di derisione di fronte alla mia frase ma non ci riesce del tutto. Chiaramente gli americani, o almeno quelli di origine coreana, non sanno nulla delle buone maniere; nessuno gli hai mai detto che in certi casi, e soprattutto in Inghilterra, fingere è d’obbligo? Ormai non mi importa di fare bella figura con lui, quindi cerco di incenerirlo con lo sguardo, cosa che sicuramente coglie. Pur essendo antipaticissimo devo ammettere che è perspicace.

[..] «Dove devo andare???» ora il mio tono è molto più acuto del normale. La voce non sembra neanche la mia.

Mark Kim non vuole assolutamente perdere la possibilità di darmi il colpo di grazia, quindi rimarca con eccessiva convinzione «A Seul, nella Corea del Sud, nel caso non sapesse dove si trova. Io sono appena arrivato dal nostro ufficio sudcoreano per rendere il suo trasferimento…come dire…più facile.» Ma è evidente che non sta neanche cercando di nascondere il suo vero pensiero, ovvero quello che mi renderà il trasferimento un inferno.

Non può essere, non può assolutamente essere. Devono essere tutti impazziti. Io non so nemmeno dove si trova la Corea del Sud, o meglio, so solo che si trova lontanissimo e non mi pare che sia famosa per lo shopping o per l’eccellente cibo. Improvvisamente mi rendo conto che per me è davvero finita.

Inizia così, sin da subito, tra i due, una gustosissima schermaglia a suon di battute taglienti e situazioni spassose tutte da gustare.

“Prima o poi ucciderò quest’uomo – dice ad un certo punto Maddy – Mi metteranno in prigione, ma ne sarà comunque valsa la pena”.

Non lo ucciderà, tutt’altro.

Letto (318 pagine) tutto d’un fiato: lo stile narrativo è semplice, simpatico, accattivante, senza le solite sdolcinature, coinvolgente sin dalle prime pagine.

Mio gradimento ****

-.-

Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia; vive a Milano dove si è laureata in Economia dei mercati finanziari, presso la Bocconi. E’ l’autrice di “Ti prego lasciati odiare”, Premio Bancarella 2013, suo romanzo d’esordio – che ovviamente leggerò – primo vero caso italiano di fortunato self-publishing. “Come inciampare nel principe azzurro” è stato pubblicato successivamente, ma in realtà è il primissimo libro scritto da questa autrice.

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AMICI di Maria De Filippi – Il serale del 29 Marzo 2014

Ed eccoci al primo serale della tredicesima edizione di Amici, di Maria De Filippi.

Sedici sono i talenti ai blocchi di partenza; non cambia formula vincente dell’anno scorso:

 -    due sfide tra due squadre capitanate dai due rispettivi coach, (gradito il ritorno di Miguel Bosé; a sorpresa, e sa tanto di scelta al risparmio, l’arrivo di Moreno), con un’eliminazione al termine di ciascuna sfida in cinque manche;

-    gli stessi tre giudici (lo spocchioso Gabri Ponte, il buonista Luca Argentero e la perennemente indecisa Sabrina Ferilli);

-    un quarto giudice ad invito, di solito una star internazionale che viene a fare la figura del pesce lesso (non così ieri sera Matthew McConaughey vincitore del premio Oscar 2014 come miglior attore protagonista in Dallas buyers club);

-    un comico per scacciare le tensioni al termine della prima manche (uno spassoso, ma troppo ingrassato, Checco Zalone);

-    tante firme note pronte ad improvvisare duetti quasi sempre improbabili coi ragazzi (questa sera un Renato Zero da ricovero nel soporifero duetto con Miguel Bosé, una Mannoia simpatica, ma fuori ordinanza, una sguaiatissima Anastacia, e i bravissimi Modà);

-    le splendide coreografie di Giuliano Peparini;

-    l’inossidabile Maria Defilippi, ieri sera in tacco dodici, con abito in bianconero

Tutti piuttosto bravi i ragazzi, qualcuno con una marcia in più.

Io che, invece, ho una marcia in meno per ogni anno che passa, mi limiterò a qualche commento telegrafico:

-    Straordinari Pasquale con i suoi Carboidrati, e il ballerino Oscar.,

-    Molto bravi Deborah e Giada e gli Knef,

-    Piacevoli Nick e la coppia di latino Vincenzo-Giovanna (soprattutto lei),

-    Sorprendenti ieri sera i ballerini Lorenzo e Chistian,

-    Bravi ma non di mio gusto i Dear Jack,

-    Esuberante, ma monotono, Danny,

 -    Carina Federica, con un gran bel lato B e un bel paio di gambe, che chissà perché, però, tiene sempre coperte. A disagio ieri sera con la lap dance,

-    Non sempre in palla Sara, peraltro con un bellissimo tono di voce, e Paolo (ieri sera entrambi semi muti),

Sono stati eliminati Giacomo, ingiustamente e senza esibirsi anche se non era certo il peggiore dei ballerini, e MIriam, tanto caruccia, mi piaceva molto, ma inesperta.

Entrambi sono giovani, avranno tempo di rifarsi. AUGURI.

Alla prossima !


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Noi che….


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Non sono nuove, ma me le ha mandate Sergio, con questo commento:

«Tanta nostalgia, e tanto rammarico per quanto non avranno i nostri nipoti».

Noi, che le nostre mamme mica ci hanno visti con l’ecografia. –

Noi, che a scuola ci andavamo da soli e da soli tornavamo. –

Noi, che la scuola durava fino alla mezza e poi andavamo. a casa per il pranzo con tutta la famiglia (si, anche con papà). –

Noi, che eravamo tutti buoni compagni di classe, ma se cera qualche bullo, ci pensava il. maestro a sistemarlo sul serio. –

>>>> segue qui

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[Libri] “La sirena” di Camilla Läckberg – Marsilio (2014)


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E’ appena fresco di stampa (in libreria dal 19 marzo) “La sirena”, il sesto thriller ambientato in quel di Fjällbacka, un ex borgo di pescatori di aringhe dell’estrema provincia svedese, nel quale Camilla Läckberg ci propone come protagonisti Erica Falck e Patrick Hedström.

La presentazione:

Un mazzo di gigli bianchi e una busta con un biglietto. L’ennesimo. Impegnato nel lancio del suo romanzo d’esordio, Christian Thydell riconosce sul cartoncino bianco che gli viene recapitato prima di una presentazione la stessa calligrafia elaborata che da oltre un anno lo perseguita, e finisce per crollare. A Erica Falck, sua preziosa consulente nella stesura del libro, confessa di ricevere da tempo oscure lettere anonime. Uno sconosciuto lo minaccia di morte, e il pericolo si fa sempre più vicino. Quando dal ghiaccio lungo la costa viene ripescato il corpo di un vecchio amico di Christian misteriosamente scomparso tre mesi prima, l’ispettore Patrik Hedström si convince che tra i due episodi ci sia una relazione e comincia a indagare. Intanto Erica, in faticosa attesa di due gemelli, decide di seguire una pista tutta sua. Chi meglio di lei conosce la psicologia di uno scrittore? Sa bene che, quando si scrive, si finisce sempre per infilare nella trama anche qualcosa della propria vita. Il presente di Fjällbacka torna a intrecciarsi a drammi che hanno la loro origine in tempi lontani, una fumosa e tormentata concatenazione di cause ed effetti che si trascina negli anni, a conferma che i segreti non si lasciano mai seppellire per sempre e che il passato, inesorabilmente, finisce coll’agguantarti.

Devo subito dire che il libro non tradisce le attese: l’ho divorato (446 pagine) con lo stesso entusiasmo dei precedenti, dai quali, peraltro si discosta per una componente di mistery un po’ più cupa, ancorché sempre più avvincente.

Come sempre la narrazione procede su due piani temporali paralleli che si ricongiungono solo nel finale. Molto accurate sono le caratterizzazioni dei personaggi e la descrizione dei contesti in cui si muovono; sono questi gli elementi che ci portano passo a passo alla soluzione di un caso di forte contenuto psicologico, in un finale imprevedibile sino alle ultimissime pagine.

Mio gradimento ****/*****

(*) I precedenti: La principessa di ghiaccio (2010), Il predicatore (2010), Lo scalpellino (2011), L’uccello del malaugurio (2012) e Il bambino segreto (2013), che ho commentato in questi due post (Link 1 e Link 2). La serie di “Erica Falck e Patrick Hedström” è venduta in 55 paesi. 15 milioni di copie vendute nel mondo; più di un milione in Italia.

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