Carpe Diem

Avevo vent’anni. A casa di una mia ricca zia, un giorno, incontrai casualmente un frate, uno di quelli con la lunga barba bianca, i piedi nudi con i sandali senza calze, il cordone a vita a cingere il saio. Avete in mente la figura di Frate Indovino? Ecco, lui era così. Parlava in dialetto, il piemontese, e diceva cose sensate, buone, tanto normali da parermi particolarmente sagge.

L’incontro durò pochi minuti ma rimasi colpito da quella figura semplice e carismatica, che ricordo ancora a distanza di tanti anni.

Qualche settimana dopo sentii la necessità di rivederlo. Non ricordo più il motivo preciso; probabilmente uno dei tanti problemi esistenziali che turbano i ragazzi di quell’età, uno di quelli riconducibili, in estrema sintesi, alla famosa domanda del “ chi sono io?”

Fu così che, una sera, presi la mia macchinina e lo raggiunsi in un paesino sperso tra le montagne, ad una quarantina di chilometri dalla città. Pioveva.

Non l’avevo avvisato del mio arrivo, ma fu gentile a ricevermi.

Non ricordo che cosa gli dissi e che cosa gli chiesi, ma ricordo che non ottenni nessuna risposta soddisfacente. Ne rimasi molto deluso. Capii che dietro quell’aria bonaria si nascondeva un furbacchione di frate, molto più interessato ai quattrini di mia zia, che ai miei problemi.

Pur tuttavia quel piccolo viaggio non fu inutile. Parlando di sé mi disse: «La vita non è una cosa complicata, bisogna viverla con semplicità, ed io, in particolare, devo soprattutto ringraziare il Signore per non avermi dato troppe tentazioni».

Già, la vita! Ce la complichiamo con le tentazioni.

“So resistere a tutto tranne che alle tentazioni”, diceva Oscar Wilde.

“Cogli l’attimo fuggente, carpe diem!”, ho sentito dire molte volte.

Dice Orazio (nelle Odi):

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum lliquesoquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino,
breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani

Carpe diem, letteralmente “Cogli il giorno“, spesso tradotta in “Cogli l’attimo“, anche se forse la traduzione più appropriata sarebbe “Vivi il presente” (non pensando al futuro)

Sì, vivi con semplicità ogni giorno del presente, costruendo sui tuoi valori, sulle tue conoscenze, sula tua professionalità, senza pensar troppo alle tentazioni. Forse è quello che mi ha insegnato tanti anni fa quel frate in una piovosa sera d’autunno.

Mi guardo intorno. Vedo quanto è cambiata la vita.

Allora era più facile, ma oggi è proprio tanto difficile?

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5 risposte a Carpe Diem

  1. MammaDolce ha detto:

    La mattina esco prima delle otto e spesso, prima di affrontare la giornata, scatto qualche foto. Ecco in poche parole come io colgo l’attimo cercando (da sempre, ero ragazzina quando ho iniziato a fotografare!) di fermare nelle immagini ciò che mi riempie gli occhi ed il cuore. Poche mattine fà ho fatto la stessa cosa e guardo e riguardo quelle immagini spesso per riempire la giornata. Direi che se si lasciano un pò da parte almeno una volta al giorno le cose che ci attanagliano si riesce a trovare la semplicità, il coraggio e tanto altro. Ma un discorso un pò lungo per un semplice commento!
    Aggiungo che la mia unica tentazione avviene solamente quando arriva l’inverno: adoro col freddo mangiarmi un pezzetto di cioccolata (quella buona!) ma non sempre me lo posso permettere (economicamente è come andare da Bulgari… per il resto non ho problemi di linea!!).
    L’unico sacerdote invece con cui ho avuto un contatto più stretto lo incontrai in un ambito lavorativo: lo ricordo ancora con disprezzo per la sua cattiveria e lo mandai bellamente a quel paese!
    Per ora chiudo quà.
    SMACK
    Ciao 😉

    • frz40 ha detto:

      La fotografia è, da sempre, una delle mie passioni. Prima del’avvento delle macchine digitali sviluppavo, e s stampavo le mie foto da solo. Mi piace ancora smanettare sul web e ne scarico spesso; qualcuna la pubblico nella categoria “foto belle e curiose”, ma credo che sfogliando il mio blog ne puoi vedere molte altre.

      Cogliere l’attimo nella fotografia è essenziale. Così come lo è nei rapporti interpersonali ed in tutte le espressioni artistiche e in molti altri casi. Nell’articolo, tuttavia, mi riferivo più a coloro che per cogliere l’attimo, ad esempio per apparire in tv, venderebbero l’anima al diavolo.

      La cioccolata. L’adoro !!!! Anzi, vado a mangiarmene un pezzetto. 🙂

  2. marisamoles ha detto:

    Non vorrei fare la prof, ma ai vv. 6 e 7 del testo latino hai fatto un po’ di confusione. La corretta sequenza delle parole è:
    “vina liques” (lett. “filtra il vino”, operazione necessaria allora per togliere le impurità; inoltre, il vino romano erano molto denso e parecchio forte, quindi veniva servito mescolato con l’acqua, nelle proporzioni stabilite dal “magister” del convito, una specie di “sommelier” ante litteram) e “dum loquimur” (= mentre parliamo).

    Alcune curiosità.
    Il nome della fanciulla Leuconoe significa “dai candidi pensieri”; forse è uno pseudonimo con cui Orazio voleva nascondere l’identità dell’amata, ma in ogni caso il nome fa riferimento alla purezza della donna (insomma, mica una poco di buono come la Lesbia di Catullo!).
    Ai vv. 2 e 3 nell’espressione “nec Babylonios temptaris numeros” si fa riferimento all’antica esperienza dei babilonesi nell’ambito dell’astronomia e dell’astrologia. Letteralmente significa “non tentare i calcoli babilonesi”, insomma una specie di antico oroscopo.
    Ai vv. 6 e 7, Orazio invita Leuconoe ad “essere saggia, versare il vino e tagliare una lunga speranza (“brevi spem longam reseces”): l’essere saggi, godere dei momenti conviviali e non fare programmi per il futuro rappresentano le tre azioni che, secondo Orazio, rendono la vita dell’uomo serena, pur nella sua semplicità. In questo consiste, quindi, il vero significato del “carpe diem”: rendere cosciente l’uomo della sua mortalità. Infatti, tra il penultimo e l’ultimo verso troviamo l’espressione “invida aetas”, ovvero, dice Orazio, fuggirà “l’età invidiosa” delle gioie che l’uomo sa cogliere. Più o meno lo stesso concetto che sarà ripreso nella “Canzone di Bacco e Arianna” di Lorenzo il Magnifico, in particolare nel famoso ritornello:
    «Quant’è bella giovinezza,
    che si fugge tuttavia!
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c’è certezza.»

    Ecco, nonostante le premesse, ho fatto la prof! Scusami, ma è proprio una deformazione professionale. 😦

  3. elisabetta ha detto:

    Carpe Diem (“Cogli l’attimo” o meglio tradotto alla lettera “Cogli il giorno”) lo interpreto anch’io come un invito a non lasciare passare inutilmente le occasioni positive che si presentano nella vita e di viverle come un dono.

    Naturalmente per chi ha un carattere portato più al materialismo questo invito viene interpretato e mirato più alle cose materiali: la carriera, l’apparire, il denaro, il successo…
    Ma il vero “attimo” da cogliere è sempre quello che ci riempie il cuore di gioia e ci fa apparire bella anche una giornata di pioggia.

    Anche “L’attimo fuggente” può entrare in questa espressione: anche se per me l’attimo fuggente è veramente solo un attimo… un attimo irripetibile che fugge immediatamente, quello che con un tuffo al cuore appare e scompare… ma in quel momento è come se nell’animo fosse entrato Dio.

    Non so come spiegare questa sensazione, ma ogni tanto mi succede di provare questo fenomeno, mi capita di vivere come un flash back un momento felice della mia vita, ma è solo proprio un flash, si accende e si spegne, ma quel centesimo di secondo è una gioia infinita, immediatamente c’è un ritorno alla realtà, ma ne è valsa la pena aver colto quell’attimo.

    Sarei lieta se qualcuno volesse confermare una analoga esperienza e raccontare forse meglio di me questa sensazione.

    eli

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