Prego, si accomodi !! Le foto della settimana.


Sono veramente molte le foto che meritano di essere ammirate tra le Foto della Settimana del Los Angeles Times.

Tra le più curiose ho scelto questa. Il gattino  si chiama Larry, ha 4 anni, ed è ospite del famoso nr. 10 di Downing Street, la residenza del primo ministro David Cameron.

La foto è di Stefan Rousseeau per PA Wire.

Non perdetevi le altre. Le trovate qui: The Week in Pictures from the Los Angeles Times.

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Referendum sul nucleare: un commento da prendere in considerazione

Tra i molti pareri sulla questione dei referendum per il nucleare, per il quale ho espresso in precedenza, in questo post e nei relativi commenti (LINK) la mia posizione di non voto,  credo che valga la pena di considerare attentamente quanto scrive  Marta Dassù(*) su La Stampa di oggi, col titolo:

“Non esistono scelte a rischio-zero”

Ve lo propongo sottolineando i passi che mi sembrano più significativi:

L’unico referendum su cui andrei a votare volentieri è un referendum che abolisse l’attuale legge elettorale. È una legge elettorale del genere, infatti, che consente di raccontarci la solita storia di comodo: siccome il governo uscito dalle urne in modo democratico non rappresenta in ogni caso la volontà popolare, i referendum la devono ripristinare. Sulle materie più disparate: dalla distribuzione dell’acqua all’energia nucleare.

In realtà, questo mio referendum preferito c’è già stato due anni fa; ma è fallito per mancanza di quorum. E quindi continuiamo in questo modo. Con una legge elettorale che funziona da alibi per passare alle vie referendarie. Quando la democrazia rappresentativa fallisce, subentra la democrazia plebiscitaria. Cosa che non certifica affatto lo stato di salute dell’Italia (è il popolo che finalmente decide, dicono i referendari) ma ne certifica la patologia: quando il popolo decide sulle politiche, la politica non funziona.

Ci sono cose che non succedono a caso. Non è un caso che la Costituzione americana non preveda referendum federali. E quindi escluda dai referendum la politica estera e le tasse del governo centrale, come del resto la Costituzione italiana.

È evidente, infatti, che su questioni cruciali per la solidità di uno Stato (la ratifica dei trattati internazionali da cui dipende in parte la nostra sicurezza, la tutela del patto fiscale che sta alla base delle democrazie moderne), plebisciti popolari equivarrebbero a un suicidio.

La politica energetica deve o non deve essere parte di questo stesso ragionamento?

In una dinamica democratica normale, chi fosse ostile al nucleare voterebbe contro la parte politica che lo contempla nel proprio programma elettorale; e a favore invece dei partiti anti-nuclearisti. Nella tanto decantata Germania, la decisione di chiudere le centrali nucleare di qui a dieci anni non avviene attraverso un referendum. È la decisione assunta da un governo che tiene conto dell’ascesa politica dei Verdi e che scommette sulla propria forza industriale nel settore delle energie rinnovabili.

Insomma: i referendum sul nucleare sono una prassi ricorrente in Italia. Non lo sono in America o nel resto d’Europa, con la parziale eccezione della Svizzera. In Francia, come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna (e come in Finlandia, in Giappone stesso, etc) sono stati i governi, dopo Fukushima, a prendere la decisione opposta a quella tedesca: confermare la scelta nucleare, ma puntando a rafforzare la sicurezza. Il che intanto dimostra una cosa: l’evidenza scientifica sui rischi nucleari non è tale da giustificare decisioni univoche. Mentre è scontato che, se chiamate a pronunciarsi direttamente sui «rischi», le società moderne, avverse al rischio, sceglieranno sempre di azzerarlo. Specie dopo un incidente nucleare. Così facendo, tuttavia, un Paese non compirà necessariamente la scelta più razionale. Anche perché in campo energetico non esistono scelte «a rischio zero»: almeno per tutta una fase di transizione – i molti decenni che ci separano dalla prevalenza delle energie rinnovabili – diminuire la quota prodotta da energia nucleare significa fare leva sui combustili fossili. Aumentando così un altro rischio, quello ambientale. L’ultimo Rapporto dell’Agenzia internazionale dell’Energia prevede infatti, dopo Fukushima, l’Età d’oro del gas.

Il problema psicologico delle società contemporanee è sintetizzato in modo efficace dal Wall Street Journal, in un commento al disastro di Fukushima: «Il paradosso del progresso materiale e tecnologico è che sembriamo diventare tanto più avversi al rischio quanto più quello stesso progresso ci ha reso maggiormente sicuri». Il referendum sul nucleare è tipico di questo paradosso. Ed evoca – prescindendo dai commi specifici che dovremmo abrogare o confermare – la questione più generale: come gestire il rischio in società occidentali dominate dall’ansia e dall’incertezza. Senza rischi, lo ricordava Angelo Panebianco tempo fa sul Corriere della Sera, non avremmo mai avuto quel progresso scientifico che ha permesso di ridurre intere categorie di pericoli, a cominciare dai livelli di mortalità umana. Ma tendiamo a dimenticarlo quando ci illudiamo che esistano scelte a rischio-zero; e quando pensiamo che bandire un’intera categoria di tecnologie, precludendo così anche gli sviluppi futuri, sia una soluzione ottimale.

I dubbi sul nucleare sono naturalmente legittimi; tanto più i dubbi sul modo in cui è stato concepito in Italia il rientro in una tecnologia da cui ci siamo auto-espulsi venticinque anni fa. Il problema, tuttavia, è che avremmo bisogno di fondare le decisioni sul futuro energetico del Paese non su riflessi emotivi ma su sensati trade off fra benefici e costi, fra vantaggi e rischi. Altrimenti, l’illusione della sicurezza assoluta tenderà a trasformarci, da società del rischio, in società della proibizione. O della rinuncia. Con effetti paralizzanti.

Argomenti come questi non impediranno forse di votare. Right or wrong è il mio Paese, voterò anch’io. Nel clima che stiamo vivendo, le pulsioni dei referendari sono state «confiscate» dalla politica tradizionale: votare sul nucleare o sull’acqua è diventato un modo come un altro, dopo le elezioni amministrative, per regolare i conti a Roma. Quando i partiti al governo decidono di rinunciare a difendere le loro stesse politiche, dando libertà di coscienza sulla distribuzione dell’acqua, come se fosse l’eutanasia; e quando i partiti all’opposizione decidono di cavalcare i referendum, il sistema politico non fa più il suo dovere. L’ondata di politicizzazione è tale che perfino il mio referendum preferito rischierebbe di passare, questa volta. Peccato che si voti su altro, non sulla legge elettorale.

Via LA STAMPA

(*) Marta Dassù è studiosa di politica internazionale, dirige il settore dei rapporti esteri della sede italiana dell’Aspen Institute (presidente Giulio Tremonti), oltre ad essere direttore della rivista di politica estera Aspenia. Ha collaborato come consigliere per la politica estera con il Presidente del Consiglio dei ministri nel Governo D’Alema I, nel Governo D’Alema II e nel Governo Amato II, e con il gruppo di riflessione strategica del Ministero degli Affari Esteri.  (via Wikipedia)

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Biglietti falsi

La notizia:

Bari, 9 giu. – (Adnkronos) – Agenti della Polizia Municipale di Bari hanno scoperto due edicole, del quartiere Japigia, che vendevano biglietti dell’autobus falsi. Le scoperte sono avvenute a seguito delle denunce di alcuni controllori dell’Amtab, l’azienda municipalizzata per il trasporto pubblico urbano, in servizio sulle linee del quartiere i quali durante i controlli ai passeggeri delle linee 2 e 10 avevano constatato che alcuni titoli di viaggio esibiti sembravano falsificati. 

I passeggeri trovati in possesso dei ticket di viaggio falsi hanno riferito di averli acquistati da una vicina edicola e di non essere a conoscenza che erano falsi. Nella perquisizione eseguita dalla Polizia Municipale nel chiosco sono stati trovati, nascosti fra le copie di quotidiani presenti sul bancone, 13 biglietti falsificati.

Subito dopo gli agenti si sono recati presso un’altra edicola della zona la cui perquisizione ha dato esito negativo.

Gli agenti hanno però’ perquisito anche l’auto del giornalaio parcheggiata lì  vicino ed hanno trovato nel vano portaoggetti altri 591 biglietti falsi. Gli agenti hanno sequestrato i ticket falsificati e denunciato due edicolanti, un 37 enne ed un 43enne residenti nel quartiere Japigia, per i reati di falso, truffa e ricettazione.

Beh: sempre meglio che a Napoli, dove il conducente di un autobus, sorpreso dal click determinato dall’obliterazione di un biglietto, pare che abbia esclamato: “Ma che c…o è tutto ‘sto rumore

Via: Adnkronos

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Le chiare, fresche et dolci acque……di Liye e Kununurra.

 

Leggo oggi queste due notizie di fonte Adnkronos:

La prima: “Il 95% dei bambini nati negli ultimi 20 anni è di sesso maschile. Accade in un villaggio della Cina meridionale che si chiama Liye, provincia dello Hunan. Un tasso di natalità che ha cominciato ad attirare l’attenzione dei turisti, mentre scultori del posto hanno eretto una serie di statue – tra cui un enorme fallo – come omaggio agli uomini della città.

A ‘provocare questo effetto’ sarebbe l’acqua di una sorgente, particolarmente alcalina – secondo un esperto del posto – con livelli leggermente superiori di stronzio e selenio. La teoria è che questo possa influenzare la selezione dei cromosomi”

La seconda:  “I bagni in uno dei laghetti formati dalle cascate di Kununurra, nel Nord-ovest dell’Australia, avevano invece permesso a Nicole Kidman di rimanere incinta. A svelare le suggestive proprietà di quella che è stata ribattezzata la fonte della fertilità, era stata la stessa attrice che a 41 anni, nel luglio del 2008, ha avuto la sua prima figlia naturale, Sunday Rose. 

La famosa star, in una intervista a ‘The Australian Women’s Weekly’, aveva raccontato che oltre a lei, altre sei donne del cast del film ‘Australia’, diretto dal regista Baz Luhrmann e girato proprio nell’Outback australiano, si erano ritrovate in dolce attesa”.

Insomma:  «Laudato si’, mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et hù mele et pretiosa et casta», cantava San Francesco d’Assisi,  ma queste, soprattutto le seconde, mi sa che troppo caste non fossero e che qualche diavoletto lo nascondessero!

O no?

Via: Adnkronos

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Eh sì, dev’essersi preso una paura folle.

Leggo questo titolo a pag.20 de La Stampa di oggi:

“Batterio-killer: «Il peggio sembra passato»” 

Titoli analoghi appaiono su molti altri quotidiani, che fanno seguito alle dichiarazioni del Ministro della Salute tedesco, Daniel Bahr,  che ci dice che «I contagi stanno calando»

Venticinque morti e migliaia di intossicati per causa del batterio, ma, se corrisponde al vero, non possiamo che prenderla come una buona notizia. Ma che cosa diavolo è successo?

Non sono stati i germogli di soia, non sono stati i cetrioli, e nemmeno la carne, i wurstel o i pomodori.

Non si è scoperto alcunché di anomalo nella filiera dal produttore al consumatore, nonostante che qualcuno si sia sentito in dovere di titolare “Tedeschi sporcaccioni”.

E allora?

E allora non può essere che così: il batterio killer dev’essersi presa una gran paura, non importa di chi e di che cosa, e  si è ritirato in buon ordine.

O no?

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Tenerezza

La leggo sul web:

La prima volta

Mio nonno mi ha scritto la sua prima email: Ciao Gianni, questa è una prova, sto imparando a usare la posta elettronica. Se ricevi il messaggio, telefonami.

 

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E parliamo di Santoro.

La decisione di interrompere consensualmente il rapporto di collaborazione tra Michele Santoro e la RAI, mi fa istintivamente esclamare: finalmente, era ora! Era per me insopportabile. E, di fatti, non lo sopportavo che a piccole dosi, prima di cambiar ogni volta canale.

Penso tuttavia che la decisone abbia poco senso, salvo che la si voglia spiegare come provvedimento di tipo disciplinare, stanti i pessimi trascorsi tra il soggetto e la direzione Rai. L’uomo si è dimostrato più volte ingestibile e volutamente prevaricante di qualunque indicazione gli fosse stata fatta avere. Atteggiandosi a vittima del sistema  ha costruito, in particolare nell’ultimo anno, la sua fortuna ed era impensabile per lui cambiare cliché e per la Rai continuare ad essere trattata come parte vessante.

Sotto il profilo economico credo invece che la RAI abbia fatto un pessimo affare. Non so come facciano i conti in quella casa, ma mi pare che Annozero fosse uno dei pochi programmi in profitto, almeno stanti  gli introiti pubblicitari da share a fronte di costi di realizzazione presumibilmente non trascendentali. Non è forse così? Mi piacerebbe proprio saperlo, ma in principio non concordo con i titoli dei giornali di destra che recitano:”ORA SANTORO È GRATIS – Il teletribuno lascia la tv di Stato. Continuerà a imperversare ma almeno non dovremo pagarlo noi: ci penserà Carlo De Benedetti” (Libero),  oppureAZZERATO «ANNOZERO»Il conduttore lascia: finalmente non pagheremo più i suoi comizi in tv” (il Giornale).

Penso anche che sia stato un suicidio politico: quello di creare di Santoro una definitiva vittima del Potere, in un momento che, almeno per quanto mi riguarda, la sua credibilità era ormai su livelli piuttosto modesti. Per tutti Lucia Annunziata  sbotta: « una vera e propria espulsione su base politica»

Il problema, come ho sempre sostenuto,  è un altro. Questi tipi di programmi non sono di approfondimento politico, ma di vera e propria propaganda. E come tali devono essere trattati.

La RAI non può fare propaganda politica? Giusto. Allora decida quanti spazi la settimana vuol dedicare alla politica, affitti gli spazi a chi ne fa domanda, mantenendo un certo equilibrio tra le forze in campo, e si riservi una royalties sugli introiti pubblicitari . Ma pretenda che si dia un’etichetta esplicita al nome dei partiti che li realizzano.

Troppo  difficile? Non credo.

Nel frattempo mi si permetta di chiedere a Enrico Mentana di non prenderci tutti per fessi. Al TG7 ieri sera ha annunciato gongolante (ne ha diritto) il divorzio di Santoro dalla RAI, ma ci ha anche voluto far credere che i colloqui in precedenza intercorsi tra Santoro e La7 sono stati dei puri e semplici pour parler. Andiamo Chicco !!! Non perda di credibilità!

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Eh no, caro Presidente !

Pochi giorni fa, ad un amico che mi diceva: «Per fortuna che c’è Napolitano a Capo dello Stato» replicavo che per la sua capacità di essere super partes, come richiede l’importante carica, concordavo con lui per il 70%. Insomma: spesso sì, qualche volta meno.

Questa volta per niente.

Interpellato su quale sarebbe stato il suo comportamento in occasione dei referendum dei prossimi 12 e 13 giugno, il Capo dello Stato ha risposto: «Andrò a votare, come ho sempre fatto».

Eh no, signor Presidente. Quel suo “andrò a votare”, in un momento in cui è determinante che sia raggiunto il quorum del 50.1% dei votanti, non è una dichiarazione super partes.

Proprio per nulla.

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Quando si dice faziosità: una notizia a confronto.

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere al nostro governo è che in questo momento di gravi crisi economica non siamo stati trascinati nel baratro.

E’ accaduto alla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo ed è in grave crisi la Spagna. Il Portogallo, in particolare, è dovuto ricorrere ad elezioni anticipate, dove il governo socialista di Socrates è stato sonoramente battuto.

Fin qui, tutto normale, anche se si tratta di un fatto importante.

Quello che non è normale è come i quotidiani di oggi ne danno notizia. Ve li presento:

La Stampa: a pag. 20 Link

Il Corriere: a pag. 19 Link

la Repubblica: a pag. 22 Link

Siate buoni, aprite i files cliccando sui links sopraindicati. Non ci trovate nulla di strano?

Ahi, ahi, ahi, la Repubblica.!!!

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Marchionne non si illuda.

Titola oggi il Corriere:

Da sempre sostengo che il male numero uno del nostro Pese è la perdita di competitività internazionale.

Da cinquant’anni in qua tutti i governi che si sono succeduti hanno fatto di tutto meno che porre l’impresa al centro dei loro programmi. Siamo ora in un momento di possibile cambiamento e mi son chiesto se sia possibile che questo avvenga in futuro.

Mi da la risposta Beppe Severgnini con questo articolo, “Entusiasmi e sospetti” (LINK) sul Corriere di oggi. Lo commento passo a passo.

Dapprima Severgnini ricorda le posizioni del  ministro Maurizio Sacconi («si oppongono il sindacato conservatore, settori ideologizzati della magistratura e cambiamenti delle borghesie bancarie. Una alleanza minoritaria che in Italia più volte ha rallentato il progresso»), del responsabile lavoro dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi, (che si chiede «cosa aspetti il governo a convocare Marchionne per dirgli: “Adesso basta, non ti diamo più un euro italiano se non garantisci al nostro Paese quello che stai garantendo al governo americano: gli investimenti per 20 miliardi tante volte declamati e mai effettuati”») e del capogruppo del Pd nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano («È fondamentale riproporre la strada del dialogo e della concertazione e abbandonare quella dei fatti compiuti e dei monologhi».), che apparentemente lasciano ben poca speranza.

Poi Severgnini dice:

“E invece, al netto di ogni polemica, è anche questione di atteggiamento. Negli Usa c’è un entusiasmo istintivo verso gli investimenti e l’imprenditoria; in Italia, un sospetto metodico. Negli Usa all’annuncio di un nuovo stabilimento si brinda; in Italia si convocano gli avvocati. Negli Usa gli amministratori locali corteggiano gli investimenti; in Italia gli investimenti corteggiano —anche troppo— gli amministratori locali.”

Giusto. E’ proprio  così. Ma subito dopo in nostro instilla il seme della sfiducia e dice:

“Ma, negli Usa, un imprenditore che distrae un finanziamento o vanifica una concessione, paga. Se ha avuto un credito pubblico, in genere, lo ripaga. Se approfitta della scarsità di regole per danneggiare, inquinare, non pagare le imposte o far sparire capitali all’estero, restano abbastanza regole —e certamente un giudice—capaci di punirlo: in fretta.”

Già, gli imprenditori da noi sono tutti ladri ed evasori ed i nostri giudici, ahimè, non son capaci di raddrizzarli. E Severgnini prosegue:

“Sia chiaro: il modello americano, nel complesso, non è importabile. Il mondo del lavoro statunitense è drastico: grandi opportunità, grandi cadute, nessun paracadute. Un sistema per cui il licenziamento comporta spesso la perdita dell’assistenza sanitaria sarebbe giustamente inaccettabile, in Italia. Ma non essere riusciti a trovare un compromesso tra precarietà e ipergarantismo è una colpa grave, anche perché la situazione attuale— difficile e costoso assumere, quasi impossibile licenziare —sta sabotando un’intera generazione.

La soluzione sta nella combinazione tra flessibilità e sicurezza con cui la Scandinavia sta ricostruendo la propria fortuna: facilità di assunzione, possibilità di licenziamento, garanzia di protezione per chi resta temporaneamente senza lavoro. Una strada che in Italia è bloccata dalla reciproca sfiducia: i sindacati dei lavoratori temono che gli imprenditori approfitterebbero del nuovo meccanismo; gli imprenditori credono che i sindacati approfittino del meccanismo attuale.

Il risultato? Un sistema bloccato.”

E allora ? Che cosa auspica Severgnini? Che il sistema si sblocchi, ovviamente. Ma è possibile? La risposta sta nell’ultimo capoverso dell’articolo, un postscriptum che dice:

“P. S. A Sergio Marchionne è stata chiesta anche un’opinione sull’imitazione di Maurizio Crozza, che lo rappresenta ossessionato «dagli scherzi della Fiom» («Non voglio essere ringraziato, ma non si può tirarmi una torta in faccia o un gatto morto contro il vetro della macchina»). Il capo della Fiat è sembrato infastidito: «Facciamo le persone serie». No, Marchionne, non si risponde così a uno showman bravo e popolare: né in Italia né in America. È una questione di atteggiamento.”

Appunto. Si può sbloccare tutto purché non si tocchi nulla, neppure infastidirsi per la battuta di uno showman di sinistra “bravo e popolare”.

E considerando che il governo attuale non ha fatto un granché e che quello di un possibile futuro sarà verosimilmente composto da un vecchio establishment sempre più dominato dalle posizioni estremistiche (vendolini, grillini e valorini – che ne hanno determinato il successo nelle recenti amministrative), potete facilmente indovinare come si “sbloccherà” il sistema e dove si andrà a finire: ciao, ciao FIAT, ciao, ciao imprenditoria.

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