Moratti-Lassini. Poteva perderseli Giannelli?

Certo che no ! Grande, come sempre !

Via foto del giorno di Corriere della Sera.

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Il corpo delle donne e le quote rosa. Ovvero predicar bene e razzolar male.

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Le immagini che potete vedere sono alcune di quelle dei “raffinati” calendari Pirelli, oggetto di cult per molti salotti buoni.

Nulla di male secondo il mio pensiero. Non detesto il “bel vedere”, anzi !!! Ma orrore, orrore per una certa corrente opinione che contro l’eccessiva esibizione del corpo delle donne ha fatto una crociata moralista. E’ la stessa corrente d’opinione che vuol imporre le quote rosa nelle rappresentanze pubbliche e nei consigli d’amministrazione delle società quotate.

Va di moda il moralismo facile e van di moda pure le quote rosa.

Oggi leggo una notizia singolare: Nel consiglio di amministrazione della Pirelli, composto da 20 soggetti sono entrate altre due donne portando a tre le presenze femminili. Si tratta di Anna Maria Artoni, già presidente dei giovani industriali, eletta dall’assemblea degli azionisti come indipendente, e di Elisabetta Magistretti, portata dai fondi. Le due professioniste vanno ad aggiungersi a Giulia Maria Ligresti, figlia del patron di Premafin e Fondiaria confermata nel consiglio. «Aumenteremo le quote rosa al di là delle norme» ha promesso ai soci il presidente e amministratore delegato del gruppo della Bicocca, Marco Tronchetti Provera.

Osanna,  osanna! Viva la Pirelli !

Ma coi calendari come la mettiamo signor Tronchetti Provera?

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E se quelli del bon ton la piantassero con le loro lezioncine?

Odio le lezioncine, tanto più quando sono di un bon ton con la puzza sotto al naso.

L’ultima che ho sentito è questa: E’ ineducato dire “piacere” stringendo la mano ad una persona che ci presentano per la prima vola.

La motivazione? Il manifestare piacere dovrebbe essere collegato ad un desiderio pregresso, come ad esempio, l’aver letto ed apprezzato un libro di quella persona, averne sentito parlare, aver chiesto di poterla incontrare. Se no, no: il “piacere” è inopportuno quando si tratta di un illustre sconosciuto/a.

E se invece il piacere fosse solo legato al fatto che colui o colei che ci sta di fronte ha un’aria simpatica o accattivante? Dei begli occhi? Un bel sorriso? E, perché no, un bel paio di tette?

Bah ! Farò come mi pare e continuerò a dir piacere, se l’incontro me ne dà motivo, e a dir solo “buongiorno”, o qualcosa di simile, se di piacere non ne provo proprio per nulla.

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Se gli stranieri ridono di noi

Quando, l’altro giorno, ho scritto questo post, La “Figa” di Luciana Littizzetto mi era venuta la tentazione di fare un parallelo con qualche nota vicenda del nostro Premier, ad esempio con il racconto di certe sue barzellette.

L’ho evitato per tre buoni motivi:

Il primo è che trovo disgustoso e volgare l’uso insistito ed esplicito della parola figa in un programma RAI alle 21.15 della Domenica sera, chiunque sia colui o colei che la pronuncia e qualunque sia il motivo che lo o la induce a farlo. Peggio ancora se lo fa per cercar di essere spiritoso-a. A me, pensate un po’, dà imbarazzo scrivere quella parola, anche solo per riportarne l’uso.

Il secondo è che non c’è alcun motivo per dar luogo ad una specie di gara a chi può aver fatto peggio. E’ stata, lo ripeto, una cosa volgare e disgustosa di per sé, che non ha trovato e non trova giustificazione in niente e in nessuno.

Il terzo è che volevo evitare polemiche che servono a poco e lasciano ognuno della propria opinione. Quando entra in ballo il Cavaliere, non solo ”berlusconiani e antiberlusconiani diventano come nazioni nemiche e ferocemente ostili” (Nicola Salvati – Il Corriere) ma “nessuna delle due parti è disposta ad ammettere che «gli altri», forse, hanno, oltre che interessi, anche valori diversi dai propri. Ciascuna contrappone i propri valori ai «disvalori» altrui”. (Le Ragioni degli Altri – Angelo Panebianco – Il Corriere).

Non mi soffermerò pertanto a discutere delle vicende del Premier e delle ragioni degli uni o degli altri, né mi chiederò se sia giusto che fatti simili abbiano una diversa cassa di risonanza a seconda del soggetto che li ha messi in atto, o che si presume che li abbia messi in atto. Né discuterò del diverso atteggiamento della stessa fazione politica a fronte di reati rilevanti. Potrei portare molti esempi, ma per tutti credo che dovrebbe far riflettere a fondo il diverso trattamento riservato a B., possibile reo di aver goduto a pagamento delle grazie di una diciassettenne che, a quanto pare, la dava a cani e porci, rispetto a quello riservato ad un famosissimo regista reo, questo sì accertato, di aver stuprato e sodomizzato una ragazzina di tredici anni. L’uno, dalle eminenze grigie di quella fazione, è stato messo sulla graticola e additato al popolo summa cum infamia, l’altro è stato protetto e tutelato per oltre 30 anni, (sono cose che succedono in quell’ambiente?) e continua ad esserlo, potendo tranquillamente svolgere il suo lavoro in mezzo mondo e ricevere onori e gloria.

Non posso però non soffermarmi su un’affermazione, che va per la maggiore, secondo la quale ”l’immagine di B. sta rovinando quella dell’Italia e il Paese sta uscendone a pezzi”.

Non è così. O, meglio: certo non giovano i lazzi e i sorrisini, o se preferite, le sghignazzate interessate, che ne sono scaturiti, ma se agli occhi dei più benevoli l’Italia appare come il paese di pizza, spaghetti e mandolino, le ragioni sono altre e ben note.

Ne cito qualcuna.

La mafia. E’ il fenomeno dilagante che attraversa tutto il nostro Paese e, da sempre condiziona la politica. In mezza Italia non c’è attività commerciale o industriale che non paghi il pizzo. Nell’altra mezza certi “affari” sono sotto il suo controllo. E la mafia l’abbiamo esportata  in mezzo mondo.

L’instabilità politica. Da oltre sessant’anni non siamo stati in grado di esprimere un solo Governo stabile e affidabile, in grado di garantire fiducia e punti di riferimento certi, per gli investimenti e per lo sviluppo del Paese. Tutti i Governi, sono sempre stati dominati dall’assillo di non perdere voti e potere per poter continuare a godere dei ritorni personali e la politica del compromesso è da sempre stata la regola sociale. Da sempre molte leggi sono fatte nell’interesse di uno o di pochi, da sempre alle cariche pubbliche molti sono eletti non per la loro competenza ma per intrallazzi e lobbies.

La debolezza strutturale del sistema delle imprese. Molte sono fallite, molte sono finite in mano a finanzieri senza scrupoli e senza interessi produttivi, molte sono andate a stranieri che le hanno abbandonate dopo averne sfruttato e prosciugato marchi e know how.

La mancanza e l’insufficienza delle infrastrutture. Il nostro trasporto su rotaia ha, da sempre, rasentato il ridicolo, quello su strada da anni, dopo un buon periodo nel quale si stava adeguando alle esigenze, segna il passo o sta fermo, come accade, ad esempio, per la Salerno Reggio Calabria. Per quello aereo, infine, non è un caso che l’Alitalia sia da sempre stata riconosciuta come l’acronimo di Always Late In Take off Always Late In Arrivals

I costi energetici sono da sempre al di sopra della media dei Paesi industrializzati

Il debito pubblico è enorme e la spesa pubblica è praticamente incomprimibile. La sanità è un mostro insaziabile, il sistema pensionistico non si regge da solo, l’impiego pubblico è sovradimensionato ed in certe Regioni altro non è che una improduttiva ed inutile spesa sociale priva di motivazione. Senza contare il ridicolo dei falsi invalidi.

Tangenti e raccomandazioni, anche ai più bassi livelli della vita quotidiana, sono da sempre state la scorciatoia per ottenere servizi, appalti e posti di lavoro. Alzi il dito chi non ne ha mai fatto ricorso.

Siamo riusciti a rovinare pure l’ambiente. La monnezza di Napoli e dintorni puzza ben oltre confine e l’industria del turismo da anni segna il passo.

La rigidità, l’elevato costo e la disefficienza del lavoro. Recita l’art. 1 della Costituzione L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro…” ma è da sempre che tale articolo si legge:“L’Italia è una Repubblica basata sullo sciopero.”. E’vero che oggi molti operai, e non solo quelli, guadagnano poco, ma gli oneri sociali e le rigidità del sistema rendono il tutto inefficiente e nessuno straniero pensa più, da tempo, di avviare nuove attività produttive nel nostro Paese.

La giustizia. L’inosservanza delle leggi, l’inconsistenza delle pene, la lentezza del giudizio da sempre sono sotto accusa, nel contesto Europeo.

La pressione fiscale, fatta di mille rivoli, è elevatissima e disincentivante.

La burocrazia. Non mi dilungo: è ridondante, formale, antiquata, inutile e dannosa.

Mi fermo qui, anche se son sicuro di aver dimenticato qualcosa, ma vi assicuro che gli stranieri tutte queste cose le conoscono bene e, se ridono di noi e ne stanno ben alla larga, ne hanno ben donde.

Buona Pasqua a tutti e pensateci su per le prossime elezioni.


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Alice – Che tenerezza quella manina

Alice è la più piccola delle mie due nipotine.

E’ bellissima e, tanto è bella, tanto è deliziosa. Ma è anche una furbetta di tre cotte, tutta femmina come solo le femmine sanno essere.

Non so perché,  ma non tutti gli adulti le vanno a genio. Di qualcuno ha istintivamente un po’ paura e, ancora adesso che ha quattro anni e mezzo, alla loro vista corre, in lacrime, a rifugiarsi  tra le braccia di mamma o papà.

Lo faceva anche mia figlia e forse è un tratto comune di molte bambine.

E’ nata “prima donna” e fa di tutto, con sguardi, sorrisi,  movenze e mossettine, per attirare continuamente l’attenzione.

Per me ha un debole, ma anche un po’ di soggezione.

Ieri l’ha vinta.

Eravamo sulla passeggiata di Loano, di ritorno verso casa. La precedevo, tra la folla, di qualche passo. Ha fatto un corsettina e mi ha preso la mano, mettendosi a camminare al mio fianco. E così è rimasta a lungo.

Che tenerezza, quella manina!

Ci vuol così poco a far felice un vecchio nonno. Grazie, Alice.

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Perchè non andremo da nessuna parte.

Mi sono espresso molte volte negativamente sulle prospettive del nostro Paese e ho riportato ieri un articolo di Gianpaolo Pansa, che ne commentava lo stato comatoso evidenziando le responsabilità suicide della nostra politica.

Mi induce ad un ulteriore riflessione, oggi, un editoriale di Enzo Bettiza per La Stampa che titola “L’ora della verità in Europa“ e che, traendo spunto dall’affernazione in Finlandia dei «Veri Finlandesi», del partito cioè che fa capo all’euroscettico e nazional populista Timo Soini, traccia una sintesi delle difficoltà che affliggono l’Europa e dei sentimenti separatistici che attraversano molti Paesi , in particolare Svezia, Olanda, Francia e Austria. Dice:

La verità amara è che nulla, purtroppo quasi nulla, dell’Europa immaginata dai «padri fondatori» alla Schuman ha attecchito in profondità. L’Europa ha sempre affossato gli strumenti che avrebbero potuto darle il prestigio e la forza di competere con le maggiori potenze del mondo. Ha bocciato l’idea di un esercito comune, di una politica estera comune, di un vero presidente eletto e riconosciuto da tutti gli europei. Non è andata al di là dell’euro, dando al presidente della Banca Centrale di Francoforte quasi la supplenza di un capo di Stato; ma ora, con l’euro pure in crisi, si vede che da Francoforte potevano e possono partire solo impulsi per salvare banche e banchieri, ma assai meno i cittadini impoveriti di Atene, di Dublino, di Lisbona. Meno ancora per fronteggiare le sfide delle potenze emergenti o già emerse da secoli come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti.

Si direbbe che l’attuale Europa divisa, autolesionista, acefala, dove è di moda celebrare in primissimo luogo il glorioso passato nazionale, sia giunta al momento della verità: andare avanti, o indietreggiare e sfasciare quel poco che s’è fatto? La cosa peggiore sarebbe, in ogni caso, che tutti quanti gli europei diventassero prima o poi «veri finlandesi».

Una chiave di lettura di tutto questo sta certamente nel persistere del momento di crisi dell’economia mondiale che tende a dar maggior forza ai movimenti nazionalisti che vorrebbero trincerare dietro a barriere protezionistiche la difesa dei propri interessi locali. Quando l’economia è in forte crescita c’è spazio per tutti, quando è in regressione le cose sono molto diverse.

Ma c’è un motivo in più che è valso in questi anni per tutta l’Europa, ma che ha toccato, dagli anni sessanta in poi, più degli altri il nostro Paese, e costituisce il principale motivo per indurmi a pensare che, anche in prossimo futuro, avremo una bassa o modesta crescita che ci renderà sempre più marginali rispetto al resto del mondo.

Mancur Olson, un economista e scienziato sociale statunitense scomparso nel 1998, affermava che una delle migliori spiegazioni per cui un Paese smette di crescere, o ha una crescita troppo bassa, è costituita dal ruolo dei vested interests, degli interessi costituiti che danno vita a forti «coalizioni distributive» tese a distribuire la ricchezza esistente anziché ad allargarne la torta.

Secondo Olson un Paese smette di crescere o ha una crescita troppo bassa tanto più quanto più forti sono coalizioni distributive rispetto alle coalizioni produttive che hanno, queste ultime, interesse allo sviluppo.

Gianpaolo Pansa ci propone di affidare la guida del governo a uomini eccellenti estranei alla casta, ma anche ammesso, come commentavo ieri, che tali uomini esistano, non credo che questo sia sufficiente.

E penso che, in un contesto europeo già di per sé molto difficile, finché avranno grande peso le coalizioni distributive che da noi tanto abbondano, non andremo da nessuna parte.

Link:
Il precedente post
L’editoriale di Bettiza

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La lezione dei Parioli. Servirà a qualcuno?


Mi scrive un’amica:«Ci credi ma non riesco a dispiacermi per le grosse perdite di denaro che certi VIP hanno subito. Ma Sabina G. …………………………………………………….».

C’è indubbiamente il lei una certa vena di mal celato piacere nel vedere che tra le persone coinvolte nella truffa dei Parioli ci sia un certo numero di personaggi della sinistra au caviar, quella dal moralismo facile e dal portafoglio gonfio.

Io ne sono abbastanza indifferente. E’ maggiore la pena per quanti, in questo caso e in mille altri precedenti, si sono lasciati abbindolare dal miraggio dei guadagni facili e hanno perso tutti i loro risparmi.

Non sono pochi. Un paio di questi li conosco di persona. Sono due signore che vivono della loro pensione e su consiglio di un amica, peraltro in buona fede, si sono lasciate allettare da un qualche sedicente esperto i finanza. Le avevo sconsigliate entrambe, ma non è servito. Due anni con un rendimento del 10 e più per cento poi il buco più nero.

Invano avevo cercato di spiegar loro che il denaro è una merce che ha un prezzo di mercato ben preciso, l’interesse, e che se qualcuno ti promette di remunerare i tuoi poveri risparmi con un rendimento molto superiore, c’è qualcosa che non funziona e prima o poi verrà al pettine.

E’ la classica catena di Sant’Antonio. Si prendono i quattrini degli ultimi arrivati per pagare gli interessi ai primi. Tutto funziona sin quando il sistema si espande e si gonfia; poi qualcuno incomincia a voler indietro il capitale e il sistema fa crack.

Si dice uomo avvisato, mezzo salvato. Speriamo che almeno questa volta sia così. Ma ne dubito.

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Povera Italia nostra!

E’ di domenica questo articolo di Gianpaolo Pansa che mi piace riportare:

Asor Rosa chiede il golpe ma e’ distratto: Gia’ fatto, dai politici contro la politica

Come succede spesso ai cervelloni della sinistra più vecchia, anche il professor Alberto Asor Rosa non si è accorto di quanto è accaduto all’esterno del suo studio. Qualche giorno fa, in un articolo sul «Manifesto», si è augurato l’avvento di un colpo di Stato in Italia. Un golpe vero, con tanto di carabinieri, di poliziotti, di militari in assetto di guerra. A favore di chi? Confesso di non averlo capito. Contro chi? Questo mi è risultato chiaro: contro il caimano Berlusconi e quella parte d’Italia che lo ha votato. 

È un gran distratto, il professor Asor Rosa. Nessuno gli ha spiegato che il colpo di Stato è già avvenuto. A farlo è stata l’intera casta politica a danno di se stessa. Non era mai successo che una gigantesca lobby formata da tutti i politici avesse creato le condizioni per spararsi un colpo alla nuca. In Italia è accaduto e continua ad accadere. Tanto che ogni giorno i cittadini senza potere si domandano se l’attuale regime parlamentare sia ancora in grado di governare il paese.  

Il primo passo del golpe è stato di negare agli elettori il diritto di scegliersi il proprio rappresentante in Parlamento. La legge elettorale in vigore non è affatto «una porcata», come l’ha definita uno dei suoi inventori, il leghista Roberto Calderoli. È assai peggio: una truffa che consente alla casta interpartitica di perpetuare se stessa. Mandando in Parlamento non i migliori, bensì i più fedeli, per incapaci o disonesti che siano. Quella legge è la più scandalosa norma “ad personam” voluta dal ceto politico per tutelare i propri interessi. In confronto, le leggi personali tanto amate da Berlusconi sono regolette da oratorio. Tanto è vero che neppure le opposizioni di sinistra hanno mai fatto un passo vero per abolire la Porcata.

Di conseguenza, i cittadini che hanno ancora interesse alla politica disprezzano l’intero Parlamento. Il diluvio di retorica sull’unità d’Italia, sull’orgoglio nazionale e sull’uso della bandiera tricolore non ha fatto che accentuare la loro rabbia. Se leggono qualche giornale o vedono almeno un tigì, si rendono conto che il golpe attuato dai politici sta facendo piazza pulita di ogni decenza. 
Alla Camera e al Senato dilagano le urla, le risse, gli insulti, persino le sparate di cartelli diffamatori.

I talk show televisivi sono partite di pugilato tra membri della casta, quasi sempre aizzate da conduttori che non sono arbitri, bensì boxeur faziosi. Ciascuno pensa alla propria bottega, che bisogna arricchire senza riguardi per l’etica.

La corruzione è di nuovo tornata ai livelli di Tangentopoli. Ma stavolta un buon numero di magistrati non è più considerato un tutore imparziale della legge, bensì un militante che ingaggia uno scontro mortale con l’avversario. 

La casta golpista fa orecchie da mercante nei confronti del clima di odio politico che ci tormenta da almeno un paio d’anni. Le aggressioni verbali e fisiche, ormai quasi giornaliere in tante città, non vengono più condannate sulla base del rischio che rappresentano per l’ordine civile. Se giovano alla tua fazione, tutto bene. Se colpiscono i tuoi sodali, tutto male. Accadeva così trent’anni fa, al tempo del terrorismo trionfante. E oggi scorgiamo tutte le premesse perche avvenga di nuovo. 
 Il golpismo politico si rivela anche suicida. I blocchi partitici che si scannano ricordano le antiche navi dei folli: un vascello senza nocchiero nel mare in burrasca.  Nel veliero del centro-sinistra non esiste un comandante. Tutti pretendono di essere il leader e di guidare un equipaggio in rivolta perenne. Il centro-destra un leader ce l’ha ancora, il Cavaliere. Ma pure lui è alle prese con troppi serpenti sotto le foglie. Vive nel sospetto di una rivolta interna. C’è da augurarsi che il bravo dottor Zangrillo, il suo medico personale, riesca ancora per un po’ a mantenerlo in forma dal punto fisico e mentale. In caso contrario, per la maggioranza sarebbe la fine. Del resto, anche il partito di Berlusconi è al collasso. La Democrazia cristiana di un tempo era un blocco granitico rispetto al Pdl di oggi. Qui il collante del potere non regge più. Assistiamo a un via vai di piccoli ras che entrano ed escono dalla maggioranza, alla ricerca di posti e prebende. C’è un vortice di cene, di patti siglati e subito traditi, di intenzioni non rivelate, che esplodono come tante bombe a grappolo. Può il governo affrontare gli enormi problemi che assillano la società italiana? Sto pensando alle incertezze dell’economia mondiale, al ribellismo dei giovani, alla polveriera africana, al crescere impetuoso dell’immigrazione clandestina.

Scrivo queste righe con malinconia. E con lo struggimento che afferra un cittadino onesto nel constatare che forse non c’è rimedio al caos golpista. Venerdì 15 aprile due parlamentari dei blocchi opposti, Giuseppe Pisanu e Walter Veltroni, hanno occupato uno spazio importante del “Corrierone” per suggerire un governo in grado di cambiare la legge elettorale. Mi è sembrato il rimedio dell’aspirina per guarire un malato di cancro. 

Una soluzione ci sarebbe: mettere da parte i golpisti e affidare la guida del governo a uomini eccellenti estranei alla casta. Ma anche questa, forse, è un’utopia. Gli uomini giusti esistono, però non osano pronunciarsi. Temono di essere massacrati dai golpisti. Invece dovrebbero osare, mostrando coraggio e sincerità. Se nel passato di qualcuno di loro c’è una macchia, venga dichiarata  senza timore. In caso contrario, non ci illudano. E assistano, impotenti come noi, al disastro prossimo venturo.

Fin qui l’articolo del quale ho sottolineato i passi importanti, che più condivido. Ma gli uomini eccellenti estranei alla casta esistono ancora?

( Via: Libero )

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Quante “Jamila” tra di noi !

Qualche giorno fa, mi aveva colpito, anche se non ne avevo parlato su questo blog, la storia di Jamila (nome di fantasia), una bella ragazza pachistana di 19 anni, della quale i compagni segnalavano la scomparsa dalla scuola e della quale si erano perse le tracce.

Jamila è bellissima e i fratelli l’avevano costretta a non uscir di casa, per riportarla in Pakistan e darla in moglie a uno ricco cugino.

Jamila aveva ubbidito,  ma  del caso avevano parlato i giornali e l’intervento delle nostre autorità pare che abbia risolto, almeno per ora, la sua triste storia. Jamila, scortata dai familiari e dal console Pachistano, è ritonata a scuola.

Pensavo che si trattasse di un caso isolato, ma non è così. Per certo la maggior parte di noi, e io tra questi, non si rende conto di quante siano le storie come quelle di Jamila e di quanta miseria e arretratezza culturale le circondi.

Mi fanno rilettere, in particolare, i molti casi dei quali riferisce Nicola Scanga, preside di frontiera, a Brescia, dell’ istituto professionale di Jamila: «A settembre – dice – gli iscritti erano 1.004, ora frequentano in 890» E aggiunge: «Non voglio minimizzare la storia di Jamila, ma non è neppure la più drammatica di quelle che viviamo ogni giorno»

Le riporta il Corriere di oggi in questo articolo firmato da Elvira Serra.

«A ottobre Danuwa (nome di fantasia, come tutti gli altri che seguiranno, ndr), una minorenne di colore, ci ha confidato che era incinta. Voleva abortire senza dirlo ai genitori. Abbiamo chiamato il giudice e lui ha dato il consenso. All’ospedale l’ha accompagnata una mia assistente».

Poeta, artista, suo malgrado un po’ padre degli studenti. «Sono contrario a questa confusione di ruoli. Ma ho imparato che bisogna saper decidere volta per volta ed è prezioso stabilire un rapporto di fiducia».

Achala, per esempio, lo considera un padre. Lo scrive nella lettera piegata in quattro che il preside tiene in mano. «È indiana, ha problemi di anoressia. Ha avuto una relazione clandestina con un giovane uomo, indiano come lei, che è dovuto tornare in patria a sposare la donna che gli era stata assegnata. Achala non è più vergine, significa che non potrà mai essere data in moglie».

Anche Kuldev è indiano e ha 16 anni. Qualche settimana fa è arrivato a scuola pieno di lividi. È stato portato in Pronto Soccorso, prognosi cinque giorni. Il preside non ha sporto denuncia, ha preferito parlare con il padre. «Non volevo che restasse senza lavoro. Quando è venuto a parlarmi si è giustificando dicendo che era stata la moglie a colpire Kuldev durante un attacco di epilessia. Ma ho visto il figlio piangere. Vuole frequentare una ragazzina italiana e i genitori non sono d’accordo».

[..] Lucia è italiana e ha segni di frustate sul corpo. «Ieri abbiamo convocato la famiglia. Nessuna risposta. Domani (oggi, ndr) sarà la prima cosa di cui ci occuperemo».

Ju è cinese e vive da solo. A scuola la mattina, al lavoro la sera. Adesso non più, «è sparito». «Ho fatto la segnalazione, nessuna notizia».

Isabel è sudamericana. Violentata ripetutamente dai fratelli, ora vive in una casa famiglia grazie alla denuncia del preside.

Andriy è albanese. Sua mamma una volta ne ha giustificato l’assenza ammettendo di non avere i quattro euro per il pullman. «Se non hanno i soldi per un giorno come possono acquistare l’abbonamento da 70 euro di un mese?».

L’altra settimana all’uscita dalla scuola i ragazzi si sono picchiati. Alcuni, ubriachi, avevano infastidito le femmine e i compagni hanno reagito. Etnie contro etnie.

Nicola Scanga è stanco, quando va via: «Se c’è un’ora buca chiedo al bidello di buttare un occhio, non ho altre risorse. E spero sempre che non succeda niente»

Quanti casi tristi che fanno accapponare la pelle. Che possiamo fare?

Via il Corriere (uno e due). Foto ANSA

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La “Figa” di Luciana Littizzetto.

Sapete qual’è? E’ quella del cognome dell’ Ambasciatrice Spagnola in Vaticano di nuova nomina che fa, appunto, Maria Jesus Figa. E domenica sera, a “Che tempo che fa”, il settimanale programma cult di Fabio Fazio per la sinistra salottiera, l’ineffabile Littizzetto non si è certamente trattenuta dal ricamarci su a modo suo.

Cioè con una serie di doppi sensi e battutine, il cui livello lascio a voi giudicare.

Aveva incominciato col dire:«Volevo evitare, ma per il mio pubblico ….» e per il suo pubblico moralista e bacchettone quando gli fa comodo, si è esibita con:

«E’ un nome che in Spagna non vuol dire niente, ma in Italia vuol dire tutto»

«Pensa ai titoli sui giornali:Il cardinal Bertone incontra per la prima volta la …..»

«Il reverendo adesso non può perché è di la con la …..»

«Alle cerimonie ufficiali l’annunciano con “ecco che entra una bella —“»

«Era molto meglio se si chiamava pene, che ha anche un altro significato»

«Un conto è dire piacere Littizzetto, un conto è dire piacere Figa»

L’esibizione, che potete trovare qui, dal minuto 10 e 55” al minuto 16 e 03”, ha visto Fazio in brodo di giuggiole, ma non ha potuto evitare di concludere con un: «Siamo alla scuola elementare!».

No, caro Fazio. Il livelllo è quello, ma siamo su RAI 3 e sono solo le 21.15. E sentir parlare di figa in tv, a quell’ora della Domenica sera, con i nostri bambini, non mi sembra proprio il massimo che possiamo aspettarci dal canone RAI e dai vostri cari stipendi.

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