
Anche quest’anno seguirò “Amici”.
Non sono un arrapato della tv, la guardo raramente: solo per le notizie, per gli avvenimenti sportivi e, non riesco quasi mai a seguire completamente un programma, eccezion fatta per “Amici”. Mi piace, anche se il mondo dello spettacolo non mi attira. Ha delle logiche che non sono le mie e troppo spesso il talento non riesce ad affermarsi per ragioni che nulla hanno a che vedere con la qualità dei protagonisti.
Troverete strano che inizi a parlare di “Amici” partendo da “Velone”, ma mi serve per trattare di un aspetto che mi sta molto a cuore.
Non c’era certo talento in quel di ‘Velone’; un programma per il quale, in altro post, mi son chiesto che senso avesse. Un amico mi ha risposto: “Trovo che, fra tutte le frescacce che la televisione ci propina, vedere queste simpaticissime vecchiette che si danno da fare per essere qualcuno, fa una certa tenerezza. Potrebbe darsi che una buona parte di queste “velone” abbia trafficato umilmente tutta la vita ad allevare i figli e ad assecondare, è possibile, un marito dittatore e magari violento. Ora sono “qualcuno”, solo per una sera… meglio che niente”.
Io non so se sia meglio che niente. Dipende da come supereranno quel che ne verrà dopo; ed è questo il punto dal quale voglio partire.
Lucia De Benedictis, una delle tre finaliste di “Velone” , si è rivolta ad Alfonso Signorini, che lo riporta su Sorrisi & Canzoni TV, dicendo:
“ Intanto le dico che sono stata felicissima dei risultati personali ottenuti. Non discuto sulla giuria, anche se avrei qualcosa da dire sul verdetto. Quello che invece mi è dispiaciuto è stato il trattamento riservato a noi due seconde classificate perché, finito lo spettacolo, le luci si sono spente e noi siamo rimaste da sole sul palco senza un saluto, un commento o quant’altro, a chiederci: “Ma cosa ci stiamo facendo qui?”. Ce ne siamo tornate a casa alla chetichella come se ciò che avevamo fatto in tutti in questi mesi non fosse mai avvenuto! Si sono spente le luci e basta. Così… in pochi minuti sono stata rilanciata nell’anonimato in cui mi trovavo fino a qualche mese fa”.
Così le risponde Signorini:
“La lettera di Lucia, che saluto e ringrazio, illustra meglio di chiunque altro la situazione psicologica di chi per qualche ora, o per qualche mese, si sente travolto da un’improvvisa popolarità mediatica e quel che poi succede nella maggior parte dei casi. Se a vivere certe sensazioni di disagio è una persona adulta e navigata dalla vita, quel che può restare alla fine è solo una sensazione di amarezza destinata a scomparire. Ma quando a provarla è un ragazzo adolescente, come spesso succede, allora cambia tutto. E incominciano i problemi veri”.
E questo è quel che mi ha sempre fatto paura del mondo dello spettacolo, ed è questo che mi fa paura per quei ragazzi e per tutti coloro che si affacciano a quel mondo.
Non tanto il prezzo dei sacrifici per arrivarci, non tanto quello dei sacrifici e spesso dei pesanti compromessi per rimanerci, ma la crudeltà di quel giorno che sarà ‘il giorno dopo’. Quello nel quale il telefono non squillerà più e che aprirà le porte alla solitudine. Quello che sarà difficile da superare e potrà portare alla disperazione.
Guarderò questi ragazzi di “Amici”, vedrò il loro entusiasmo in quei loro occhi pieni di speranza e m’innamorerò di ciascuno di loro.
Vorrei che il talento permettesse loro di avere sempre momenti di successo e gioia.
Parteggerò per loro, mi ribellerò alle ingiustizie che dovranno subire, protesterò come sempre contro la supponenza e la smania di protagonismo degli adulti.
Per qualcuno avrò una maggior preferenza e simpatia. E’ normale, ma a tutti auguro di far tesoro di questa esperienza, di non soffrire troppo se le cose non andranno per il giusto verso e, soprattutto, di saper affrontare serenamente quel giorno.
Quello del “giorno dopo”