Le “vacanze talpa”

Lo leggo da un articolo di Luana De Vita per Il Messaggero (link)

Le ferie bugiarde dei nuovi poveri:
finestre chiuse e si finge di partire.

Ne riporto qualche passaggio:

«Secondo uno studio della Società Italiana di Psicologia (Sips) aumentano le persone che pur di non dire che la crisi si è portata via anche le vacanze, si organizzano “nascondendosi” in casa o in abitazioni limitrofe alla propria.
Sono le “vacanze talpa”, sono le vacanze bugia, quelle che non faremo ma racconteremo, quelle che non ci possiamo permettere ma che non possiamo ammettere di non poter più fare. Vacanze che richiedono comunque attenzione ed energie: uscire alle prime ore dell’alba, rientrare nel cuore della notte, parcheggiare l’auto altrove, stipare in casa grandi scorte di cibo.
Non sono una novità ma la notizia è che oggi non è la povera gente a voler simulare quello che non può permettersi, ma la fascia medio alta di popolazione italiana che non vuole “apparire” impoverita. Oggi sono circa un 10-15%, italiani che non possono correre il rischio di perdere anche l’immagine sociale oltre al resto e che per questo millantano vacanze a cinque stelle e si abbronzano con le lampade solari.»

Già: l’apparire, uno dei mali del nostro tempo che ho criticato più volte in questo blog.

Quello che porta a dedicar tempo e denaro per tette, labbra e glutei rifatti quando non sarebbe proprio il caso, abiti firmati, auto di lusso e SUV che non servono a nulla ma fanno tanto status e vacanze chissà dove alla ricerca di chissà ché.

Per la carità, non fraintendetemi. Non parlo di chi si permette una botta di vita per togliersi la soddisfazione di sempre.

Parlo di coloro che credono di realizzare se stessi tentando di identificarsi o di rassomigliare a false immagini che altri hanno costruito e proposto come modelli.

Apparire “di più”, apparire “meglio” dimenticando di lavorare su quel che si è.

Le vacanze talpa hanno qualcosa di diverso. Non sono un “apparire di più” ma un “non apparire di meno”. Nascondere un declino.

Capitava un tempo ai nobili decaduti; oggi capita a molti comuni mortali caduti un po’ in disgrazia.

E’ per certi aspetti comprensibile, ma non c’è né dignità, né coraggio nel nascondere quel che si è e quel che si può o non si può fare.

Il coraggio è quello di “essere” sè stessi, sempre e comunque, ma ce ne vuole tanto.

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Martina, un anno dopo

Agosto 2010. Rivedo Martina, non è questo il suo vero nome, un anno dopo, sulla spiaggia dello stesso mare.

S’è fatta ancor più bella.

E’ diventata più donna, ma è ancora una ragazzina nello splendore dei suoi 16 anni o giù di lì.: bruna, i lunghi capelli raccolti a crocchia sulla nuca, alta, le lunghe gambe abbronzate e un bel corpicino slanciato in un due pezzi nero.
Non è quella della foto ma lo sarà tra qualche anno.

Gioca a beach volley e mi fermo spesso a guardarla. Gioca bene. Molto bene. E con lei anche l’amica con la quale fa coppia. Ricevono senza paura, alzano bene la palla, sanno piazzarla e lei, che è più alta, sa fare il martello come si deve.

Amo le ragazze che fanno sport. E mi diverte vedere i maschietti che le sfidano baldanzosi e poi le prendono, scornati. Anche più grandi,

Ha ancora gli occhi che brillano come carboncini accesi e quel sorriso luminoso, dolcissimo, calmo, sereno, indulgente. Come l’anno scorso.

Se fa il punto non si esalta, se lo perde non si deprime. Dà sempre il cinque e sorride come solo lei sa sorridere.

Mi sono chiesto se anche quest’anno l’avrei rivista. Mi ha fatto piacere rivederla. Un giorno non capiterà più, ma mi mancherà.

Sa che la osservo. Un po’ le secca. «Che avrà mai da guardare – pensa – quello stupido vecchio?»

Rivede in te i suoi sedici anni, Martina.

Quelli che non torneranno mai più.

Goditleli.

E lasciami sognare.

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Il buon senso che non c’è più

Vi propongo questo ottimo pezzo di Massimo Gramellini per La Stampa di oggi:

Il caso Enrichetto

Enrichetto ha 55 anni e un cuore di bambino. Gira in bicicletta, estate e inverno, nascosto sotto un cappello con la coda che i bambini veri si divertono a tirare. Un giorno in cui pedala troppo a zig-zag viene fermato per guida in stato di ebbrezza. Due mesi agli arresti domiciliari, come uno della Cricca. Enrichetto. A lui sta persino bene, basta non gli tolgano il suo cane e il suo cappello. Una mattina si alza con la voglia di un salame. Ricorda di averlo visto nella vetrina del macellaio, prima del suo arresto, chissà se c’è ancora. Esce per andare a controllare. Una vicina che si è autoassegnata l’incarico di fare la guardia lo intercetta attraverso lo spioncino e avverte i carabinieri. Allarme, il prigioniero è evaso! Enrichetto torna a casa col salame, tutto contento, ma sulla porta trova le guardie. Adesso giace nell’infermeria del carcere astigiano di Quarto. Rifiuta il cibo, come chi si sta lasciando morire. La sua non è una protesta. E’ che gli è venuta la malinconia. Sa che a settembre lo condanneranno per evasione e a lui non sembra giusto, ecco. Tutto perché una volta è salito in bici un po’ brillo e un’altra volta è uscito di casa per comprare un salame.

Per favore, Enrichetto, ricomincia a mangiare. Ti prometto che un giorno instaureremo la repubblica del buonsenso, dove le leggi non saranno più il trastullo dei potenti e la trappola dei semplici. E se nel frattempo qualche magistrato chiudesse un occhio sui tuoi efferati delitti, a casa ci sono un cane, un cappello e un salame che ti aspettano per festeggiare.

Grande Massimo !!!!

Da: La Stampa.it

Aggiornamento del 5 agosto, due giorni dopo

Sì, grande Massimo Gramellini, ma, tanto per cambiare qualcuno non perde l’occasione per cercar di mettersi in mostra a poco prezzo.

Lo fa il capogruppo dell’Idv Massimo Donadi che ha raccontato la vicenda alla Camera. Il ministro Alfano si occuperà del caso.

Certo che di uno come Mssimo Donati ne sentivamo il bisogno. E già ! Se non interveniva pubbbicamente lui, nessusno si sarebbe occupato del caso.

Ma mi faccia il piacere, caro illustre deputato.

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La danza: Kledi Kadiu e Emanuela Bianchini, che bellezza!

“Non solo Carmina Burana (Carmen, Carmina Burana, Amores)” è lo spettacolo di danza moderna che mi sono goduto ieri sera al Giardino del Principe di Loano.

Lui e Kledi Kadiu, uno dei più bravi ballerini professionisti di “Amici”, lei è Emanuela Bianchini: bravo e statuario lui, stupenda e bravissima lei.

Lo spettacolo è firmato da Mvula Sungani, importante e famoso coreografo italo-africano, molto noto per la raffinatezza e l’innovazione dei suoi lavori.

Molto bravi anche tutti i ballerini solisti della Compagnia Mvula Sungani.

Applausi a scena aperta per diversi minuti.

Se vi capita, non perdetevelo.

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4×100 d’argento a Barcellona

Chiudiamo Barcellona con il secondo posto della staffeta 4×100.

38”17 è il nuovo record italiano e migliora – ventisette anni dopo! – un risultato storico dell’atletica italiana: quel 38”37 di Stefano Tilli, Pierfrancesco Pavoni, Carlo Simionato, Pietro Mennea di Helsinki 1983, che valse il secondo posto ai campionati mondiali alle spalle degli statunitensi

Complimenti ai nostri quattro ragazzi d’argento: Roberto Donati, Simone Collio, Emanuele Di Gregorio e Maurizio Checcucci (che detto per inciso, appaiono pure ben dotati. Non guasta e non sfuggirà alle mie lettrici! 🙂 )

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Argento per Simona La Mantia e bronzo per Anna Incerti

Arrivano dalle donne le nostre due medaglie di oggi, agli Europei di Atletica.

Una è d’argento e ce la regala la palermitana Simona La Mantia, 27 anni, seconda nella gara del salto triplo donne, con la misura di 14.56

L’altra e di bronzo ed è quella della maratoneta Anna Incerti, 30 anni, anche lei palermitana, col tempo di 2h32:48.

Brave Ragazze !!!!! (e complimenti a Palermo)

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Il vero problema delle code sulle strade

Che c… starà mai facendo il primo della fila ???

🙂 🙂 🙂

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Sarebbe ora, ma….

Le prostitute pagheranno finalmente le tasse?

Così dovrebbe essere, almeno secondo la Commissione Tributaria Provinciale di Ravenna che ha stabilito che “ i proventi della attività di prostituzione esercitata per professione, devono essere riconducibili alla categoria di cui all’art. 6 del TUIR, ovvero nella categoria dei redditi di lavoro autonomo sussistendo tutti i requisiti tipici:
1) prevalenza del lavoro personale della prestatrice d’opera;
2) l’assenza del vincolo di subordinazione;
3) la libera pattuizione del compenso;
4) l’assunzione degli oneri relativi alla esecuzione della prestazione e del rischio inerenti alla esecuzione stessa;
tanto più che la stessa Corte di Giustizia CEE, con sentenza del 20.11.2001 ha riconosciuto che l’attività di meretricio deve essere qualificata come lavoro autonomo “.

Beh, sarebbe ora, ma ci credete?

Da La Stampa

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FIAT o mai più.

Con l’ editoriale “Purchè non sia un tavolino” per La Sampa, il professor Mario Deaglio, ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino, uno dei più autorevoli economisti italiani , nel presentare l’incontro di mercoledì scorso tra Fiat e Sindacati si chiedeva se sarebbe sfociato in un “tavolo” o in un “tavolino”.

Definiva come “tavolino” quello del classico accordo che sfocia in «un’interpretazione riduttiva e specifica, tesa soltanto a stabilire minuziosamente impegni reciproci sulla produzione di singoli impianti e singoli modelli in un arco di tempo necessariamente breve e in condizioni molto incerte, data la congiuntura europea e mondiale.»

Il tipico accordo,cioè, in grado di tenere «fino alla prossima situazione di difficoltà, dopo di che si ricomincerebbe da capo con un altro «tavolino». Tra un «tavolino» e l’altro, la posizione competitiva dell’Italia continuerebbe a peggiorare

Auspicava, per contro, che fosse invece un «tavolo» in grado di «porre le basi per trattare, nell’ottica dell’economia globale, il problema della sostenibilità del modello sociale europeo – e specificamente della sua variante italiana – caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione.»

«Fino a non molti anni fa – aggiungeva – si pensava che questo modello si sarebbe imposto al mondo: le norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro e del posto di lavoro, il graduale e continuo aumento di salari e del tempo libero in cui spendere quei salari avrebbero dimostrato la superiorità di una civiltà europea attenta all’individuo e ai suoi legami con la società. Come ben sappiamo, le cose non sono andate così. I Paesi emergenti stanno muovendosi verso salari più elevati e forme rudimentali di sicurezza sociale non copiate dall’Europa, ma la produttività del lavoro vi cresce a velocità ben superiore e pertanto le loro esportazioni conquistano sempre nuovi mercati. I lavoratori sono sicuramente sottopagati ma i loro redditi sono fortemente aumentati e possono ragionevolmente sperare che i figli continuino nel miglioramento. I nostri obiettivi sono invece troppo spesso quelli di un decoroso accompagnamento alla pensione di lavoratori anziani senza dare spazio ai giovani mentre con redditi stagnanti il tempo libero rischia di trasformarsi in tempo vuoto. L’Europa, e l’Italia in particolare, più esposta di altri Paesi alla concorrenza diretta degli emergenti, si vede proporre (e forse domani imporre) un sistema in cui si deve lavorare di più e con mansioni più flessibili per retribuzioni pari a quelle di prima.»

Nulla di più sacrosantamente vero.

Da un lato abbiamo il Paese dell’Utopia, quello dove tutto il resto del mondo gira intorno a lui e aspetta le sue decisioni, dall’altro la dura realtà delle inflessibili leggi del mercato per le quali o si è competitivi o si viene spazzati via.

L’Italia ha creduto di vivere nel Mondo dell’Utopia non solo negli ultimi vent’anni, ma negli ultimi cinquanta. Governi e Sindacati hanno puntato su tutto meno che sulla produttività e sull’innovazione. Si è dilatata a dismisura la spesa pubblica, in particolare per sanità e pensioni, rendendo insostenibile il livello del debito statale e sul fronte industriale, in un Paese che non ha risorse di materie prime, si è fatto di tuto per portare i costi di trasformazione al di fuori di ogni mercato.

Da anni più nessuno straniero ha investito capitali nel nostro Paese; da anni i nostri imprenditori hanno dovuto mediare alle diseconomie delle attività italiane con impianti all’estero. Alcune eccellenze (ricordo ad esempio che il primo persona computer è stato realizzato dall’Olivetti) sono svanite nel nulla. Fin quando il ciclo economico è stato in forte crescita si è comunque creata ricchezza, ma ora tutto sta rapidamente degradando e le famiglie si stanno velocemente impoverendo : molti hanno perso l lavoro, altri stanno consumando i risparmi per mantenere i figli che non accettano lavori umili per i quali si è ricorso all’immigrazione.

Mario Deaglio vede due possibili strade da percorrere.

« La prima è quella di una sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo con l’attenuazione della difesa del «posto» di lavoro, non più garantibile nell’attuale contesto mondiale, e l’aumento della difesa del «lavoro», ossia di un’attività mutevole e flessibile: si deve andare verso una garanzia della continuità delle occasioni di lavoro, magari con un salario di cittadinanza, nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul mercato globale.»

«Modelli di questo tipo – dice – hanno consentito a diverse economie dell’Europa settentrionale di reggere assai bene all’urto dei Paesi emergenti e di riconvertirsi molto velocemente e con successo. Nessuna di queste esperienze è perfetta e tutte richiedono un supporto notevole di spesa pubblica; pertanto il meccanismo dovrebbe essere introdotto gradualmente e in via sperimentale, a cominciare dai giovani delle aree minacciate dalla crisi industriale. Torino, dove il numero di coloro che compiono diciotto anni è sensibilmente inferiore a coloro che ne compiono sessanta, sarebbe un luogo ideale per cercare di trasformare in «lavoro» – e quindi in prospettive di vita – mediante la garanzia di una continuità di fondo la miriade di «lavoretti» con cui i giovani sopravvivono.»

«La seconda è quella del protezionismo moderno, fondato su barriere non tariffarie in grado di impedire l’ingresso delle merci che competono con quelle nazionali. Il protezionismo salva i posti di lavoro minacciati ma il suo costo è molto elevato in quanto riduce o toglie dai mercati numerosi beni stranieri a basso prezzo. Le varie «clausole di salvaguardia» degli accordi commerciali internazionali consentono forme di protezione per un periodo limitato. Sono utili se, nel frattempo, il Paese o il gruppo di Paesi che cerca di proteggersi modifica qualcosa nel suo modello produttivo. Nel caso dell’Italia, a esempio, occorrerebbe semplificare davvero la politica, la burocrazia, la tassazione riducendone il costo – che è spesso un reddito per categorie professionali privilegiate assai più numerose che in altri Paesi – senza far ricadere il peso della ristrutturazione soltanto sui normali lavoratori dipendenti.»

La prima, che sarebbe ovviamente la più auspicabile, vede tutt’ora arroccate le parti politiche e le parti sindacali verso la difesa ad oltranza delle posizioni di rendita, del posto e delle condizioni di lavoro che non possono che imporre ulteriori rigidità e a aggravi nei costi di trasformazione.

La seconda, quella del protezionismo, è per sua natura perdente e, stante la libera circolazione delle merci nell’Unione Europea, è del tutto impensabile che l’Italia la possa perseguire in modo autonomo.

Semplificare davvero la politica, ridurre la burocrazia e la spesa pubblica, modificare la tassazione riducendone il costo sono azioni indispensabili ma di per sé non risolvono il problema della competitività del Paese.

Due cose ha detto l’ A.D. Fiat, Sergio Marchionne, a quel tavolo:

«La scorsa settimana Fiat ha approvato i risultati del secondo trimestre, risultati che hanno sorpreso il mercato e ci permetteranno di rivedere al rialzo gli obiettivi per l’anno. Quello che non è noto è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del Gruppo Fiat è in perdita è l’Italia

«La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a mettere 20 miliardi in Italia, una cifra che equivale quasi alla manovra di cui si discute in questi giorni. La sola cosa che abbiamo chiesto è di avere più affidabilità in fabbrica. Da qualcuno ci siamo sentiti rispondere che stiamo ricattando i lavoratori, violando la legge o addirittura la Costituzione»

E ha concluso:

«Qualunque sia la risposta, la Fiat è disposta a gestire entrambe le scelte. Siamo un’impresa internazionale capace di modellare le strategie di fronte a qualunque circostanza. Nel fare questo non abbiamo mai chiesto soldi a nessuno e non chiederemo aiuti o incentivi. Stiamo ancora aspettando dallo Stato metà dei rimborsi legati agli eco-incentivi che abbiamo finanziato noi direttamente ai clienti nel 2009. Chiediamo solo certezze. Se scegliamo la strada del «sì», deve essere un «sì» definitivo e convinto. [..]La sfida è possibile unendo le forze, le intelligenze, le risorse. Lo è dividendo i compiti, i sacrifici e le responsabilità. Vorremmo che, per una volta, fosse l’Italia a diventare l’esempio di come questi cambiamenti si possono realizzare con successo»

Ha tutte le ragioni. Nessuno può obbligarlo a perdere; nessuno può obbligarlo ad investire.

E come lui tutti gli altri imprenditori.

Qualcosa si muoverà? Forse.

Sempre che si faccia sul serio e sempre che non sia troppo tardi, perché davanti a noi c’è solo un baratro.

Questi i link da La Stampa. Deaglio, Marchionne.

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Umberto Veronesi: una scelta onesta

Scrive Umberto Veronesi per La Stampa (LINK)

“Perché sto dalla parte del nucleare”

«Le polemiche sorte intorno alla proposta di una mia nomina a presidente dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare non mi stupiscono, anzi sono comprensibili e in gran parte giustificate.

In particolare capisco il pensiero del Pd di fronte all’offerta che mi ha rivolto il governo: riflette un dilemma che io stesso ho vissuto e sto ancora vivendo. Mi sono chiesto infatti se fosse giusto compiere una scelta che va contro la posizione del partito con il quale ho accettato di candidarmi al Senato.

Oppure se non fosse più corretto operare una sorta di autocensura e dire no al coordinamento di un piano che pure considero importante per lo sviluppo del Paese. Alla fine ha prevalso in me il desiderio di partecipare con decisione al ritorno del nucleare in Italia, se pure a condizione di un programma ineccepibile dal punto di vista della qualità scientifica, della sicurezza per l’uomo e per l’ambiente e della sostenibilità economica.

Con questa scelta è difficile continuare l’attività senatoriale. Già avevo elaborato dentro di me questa consapevolezza, che poi mi è stata espressa da molti membri del partito. Ha ragione il senatore del Pd Roberto Della Seta: non potrei perché gli impegni sarebbero troppi, ma anche perché la mia coscienza non me lo permetterebbe. La legittima discussione sulla mia scelta ha tuttavia oscurato agli occhi della gente le sue motivazioni: perché sono così convinto del nucleare da assumermi un incarico così spinoso e largamente impopolare? Che cosa glielo fa fare, professore, mi chiedono i pazienti e gli amici più stretti? Mi spinge la mia convinzione che l’energia nucleare è un progresso scientifico straordinario per l’uomo e, proprio poiché ci credo, ritengo in coscienza di dover offrire tutto il mio impegno di scienziato e di cittadino perché il mio Paese, che amo, sia all’avanguardia in questo settore e non rimanga arenato per motivi ideologici.»

Umberto Veronesi è uomo di scienza e con questa scelta ha preferito anteporre le ragioni della scienza a quelle di un’ideologia politica e, probabilmente, anche a certi interessi personali.

Ma soprattutto è un uomo onesto che si è imposto di scegliere tra due strade quando ha visto che tra di esse c’era incompatibilità.

Lo sanno fare in pochi.

Alcune volte in questo blog mi sono permesso di esporre qualche mia considerazione a margine di certe sue esternazioni. Questo non vuol dire che non lo consideri un grande uomo e, in questa occasione l’ha dimostrato una volta di più.

Grazie, prof. Veronesi, ha tutta la mia stima.

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