Roberto Saviano fa discutere. Ha avuto del coraggio a scrivere Gomorra, ma sta ricevendo critiche da destra e da sinistra, non ultimo il pamphlet «Eroi di carta» del sociologo Alessandro Del Lago edito da Il manifesto.
Ma non è di Saviano che voglio parlare, bensì di Marco Borriello. Con un’intervista a GQ ha dichiarato:
«Roberto Saviano? Uno che ha lucrato sulla mia città. Non c’era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos’è la camorra. Lui però ha detto solo cose brutte e si è dimenticato di tutto il resto»
Poi ha ritrattato. Oggi leggo sul Corriere (LINK)
«Sono fortemente rammaricato per come mi sono espresso nei confronti di Roberto Saviano e del suo lavoro di giornalismo d’inchiesta. La mia impulsività nell’esprimermi può aver dato adito a un’interpretazione sbagliata del mio pensiero. Da napoletano che vive lontano dalla sua città sono stanco di sentir parlare sempre di Napoli e dei suoi cittadini nei soliti termini di malaffare, corruzione e camorra. Riflettendo mi sono reso conto che il problema è più grande di me e che determinati argomenti vanno trattati con più cautela e attenzione. Vorrei quindi dare il mio sostegno a Saviano e a tutti coloro che convivono quotidianamente con questa difficile realtà».
E’ un ripensamento onesto, lo capisco, ma non lo condivido.
Marco è nato in una città difficile, Napoli, e in un quartiere ancor più difficile, San Giovanni a Teduccio, uno di quelli con il più alto tasso di famiglie malavitose in Italia.
«Non è la giungla – dice – ma nemmeno Disneyland. Diciamo che ti tempra e ti insegna a stare sveglio fin da piccolo. Prendi un bambino di 8 anni di Napoli e uno venuto su altrove: la differenza si vede».
E lì si sono formate le sue radici.
Quando aveva più o meno 8 anni rimase senza padre. Questi, Vittorio, non era uno stinco di santo: era soprannominato «Biberon» e prestava soldi a usura alle persone del quartiere controllato dal clan Mazzarella. Finì sotto processo per associazione mafiosa, ma fu assolto completamente. Fu ucciso da Pasquale Centore, ex direttore di banca e pezzo grosso della Dc casertana che, dopo un litigio per eccessivi interessi su un prestito, gli sparò , portò via il corpo, e lo seppellì sotto la sua villa.
Ma Vittorio era sua padre.
«Ho sempre avuto una famiglia alle spalle che mi ha sostenuto e non mi ha mai fatto mancare niente – dice Borriello -. Crescere senza una figura maschile di riferimento è stato duro. Per fortuna, abbiamo avuto una mamma che ci ha fatto anche da papà. ».
Marco Borriello è diventato un calciatore famoso. Gioca centravanti nel Milan, guadagna un sacco di soldi, ha successo con le belle donne. Ma tutto questo lo deve a quelle radici.
Fa bene Saviano a combattere, a modo suo e generalizzando forse un po’ troppo, la camorra dei casalesi, ma non sbaglia Marco Borriello a difendere le sue origini, che gli hanno dato molto.
Io sono cresciuto, tanti anni fa, in un quartiere povero, all’estrema periferia della grande città. Intendiamoci: nulla di paragonabile con San Giovanni a Teduccio a Napoli e, in quegli anni, non c’erano, per fortuna, tutti i pericoli di oggi. Qualcuno sì, però. Molti, di quel quartiere, ne parlavano male.
Io ne sono sempre stato orgoglioso.



















