E’ cominciato così

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(clic sulla foto, per ingandire)

Per questa bambina di Hong Kong (Reuters)

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A Sydney (Reuters)

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A Singapore (AP Photo)

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A Taipei, Taiwan. (AP photo)

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Mosca, la Piazza Rossa (Reuters)

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In Pakistan, a Karachi (Getty Images)

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Berlino, la porta di Brandenburgo (Reuters)

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Londra. Il Big Ban (Getty Images)

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A Rio de Janeiro, un milione di persone festeggiano Yemanja, la regina del mare, con migliaia di lumini sull’acqua. (AP photo)

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I bambini ad Haiti, Port au  Prince. Non dimentichiamoli. (AP photo)

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New York, Times Square, sono volati i confetti.(Reuters)

Le fotografie, splendide, sono tratte dalle Big Picture del Boston.com.  Ve ne sono molte altre, non perdetevele.

Le trovate QUI

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Auguri a tutti !!!

Il vostro 2010 non è stato un granché?

Che il prossimo 2011 sia migliore  !!!!

Frz40

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Io, quei giorni me li ricordo bene



Gianpaolo Pansa mi ha fatto rivivere oggi uno dei momenti più drammatici della mia vita. Lo racconta nell’articolo che riporto e mi fa piacere farlo in questo penultimo giorno del 2010, augurando a tutti noi che momenti come quelli non ritornino mai più.

Io ero in Fiat, allora. Probabilmente non nell’occhio del ciclone perché non direttamente legato all’automobile. Avevo un cagnolino nero, Tabui, ed abitavo in una strada piuttosto buia della periferia di Torino. Quando scendevo con lui la sera, verso le undici, ve lo assicuro, avevo paura.

“SINDACATI VENDUTI”

La Cgil sciopera contro Cisl e Uil. La colpa? Aver firmato il contratto di Pomigliano in difesa del lavoro

Storia della Fiat: da prigione a bordello. Poi arrivò Marchionne…

di GIAMPAOLO PANSA

Voglio dirlo subito: sto dalla parte di Sergio Marchionne. Nella guerriglia verbale scatenata contro il leader della Fiat, so con certezza che ad avere ragione è lui.

Lo so per un motivo molto personale: la mia età.  Rispetto a tanti giornalisti giovani, assai più bravi di me, ho un vantaggio non da poco. Quello di aver visto e raccontato che cosa accadeva dentro e attorno alla Fiat negli anni Settanta. Quando il colosso dell’auto  rischiò di morire sotto l’assalto delle stesse forze che oggi fanno di tutto per impedire a Marchionne di farlo vivere. Le persone non sono più le stesse, tranne in qualche caso. Gli anni passano per tutti. Qualcuno è scomparso, altri erano troppo giovani. Maurizio Landini, il segretario della Fiom-Cgil, nel 1970 aveva nove anni e faceva le elementari a Castelnovo nei Monti, il suo paese nel Reggiano. Giorgio Cremaschi, uno degli arrabbiati della Fiom, di anni ne aveva appena 22 ed era soltanto un allievo di Claudio Sabattini, detto il Sandinista. Susanna Camusso, oggi segretario generale della Cgil, era una quindicenne milanese, slanciata ed esile.

Molti degli attori sono dunque cambiati, eppure lo spettacolo rimane il medesimo. È quello di una sinistra vecchia, capace di dire soltanto di no, che non si accorge di affogare nella propria cieca ostinazione. E tenta di fermare qualunque processo nuovo si sottragga al suo controllo. Tutta robaccia già vista negli  anni Settanta. Tranne un dettaglio non da poco. Sulla scena manca, per fortuna, un protagonista sanguinario: le Brigate rosse, che allora sparavano, gambizzavano, uccidevano, al riparo di un ribellismo isterico.

Per quel che mi riguarda, sono un vecchio signore con i capelli bianchi. Ma grazie a Dio sto ancora in pista. E rammento bene quel che accadde in quegli anni dentro e attorno alla Fiat. Un colosso sempre in casa da ragazzino. Mio padre, un operaio del telegrafo, per indicare la Fiat diceva “la Feroce”, a causa dell’ordine rigido instaurato da Vittorio Valletta. Un mio zio, che lavorava all’Eternit, la fabbrica della morte, chiamava il Lingotto con il nome di un penitenziario in mezzo al mare: Portolongone.

Verso la fine del 1970, la Fiat era ben diversa dalla Feroce dei miei ricordi di bambino. Era diventata una gabbia di matti, ben rappresentata dallo stabilimento di Mirafiori. Lì non esisteva più nessun potere ordinato, ma soltanto un potere anarchico, sempre difeso dal sindacato. I piccoli capi venivano di continuo minacciati. Si sentivano dire: capo non rompere, sei un bastardo, un fascista, ti faremo sparare alle gambe e dovrai venire in fabbrica sulla carrozzina degli invalidi. Quindi si passava al corteo interno a Mirafiori. Perché fosse utile ai violenti della fabbrica, alla testa doveva vedere uno dei capi intermedi. Dopo averlo catturato in qualche reparto, lo costringevano a marciare davanti al gruppo. Con la bandiera rossa in mano, sputacchiato, vilipeso, malmenato.

Il giorno che “Repubblica” mi mandò a fare un’inchiesta sulla Fiat, un caposquadra e un operaio con la tessera del Pci mi spiegarono che cosa era diventata Mirafiori. Una città nella città dove qualsiasi nefandezza sembrava lecita. Un immenso suk dove si smerciava di tutto, dalle sigarette di  contrabbando alle scopate facili. Rimasi allibito: «Le scopate?». I miei testimoni mi risero in faccia: «Uno delle linee si prende i quaranta minuti di sosta tutti in una volta, si accompagna a un’operaia e chiavano tranquilli dentro un cassone o all’interno di una vettura non finita. Gli addetti alle pulizie trovano sempre preservativi usati e anche dell’altro».

Il 21 settembre 1979, la colonna torinese delle Brigate rosse uccise sotto casa l’ingegner Carlo Ghiglieno, il responsabile della pianificazione del Gruppo auto. Diciassette giorni dopo, l’8 ottobre, la Fiat licenziò  sessantuno operai, considerati tra i più violenti. La Fiom-Cgil e le sinistre, a cominciare dal Pci, insorsero contro questa rappresaglia fascista. Se un giornale o un cronista spiegava che tipi fossero quelli messi fuori, veniva subito bollato come servo dell’Avvocato. O come un venduto a libro paga dei due amministratori delegati: Umberto Agnelli e Cesare Romiti.

L’anno cruciale fu il 1980. La Fiat stava a un passo dal disastro. L’azienda chiese al governo di poter licenziare una quota dei dipendenti in esubero e di svalutare la lira, per non essere strozzata dal cambio con le valute forti e continuare a esportare le auto. Dalla Banca d’Italia, da tutti i partiti e da tutti i sindacati si levarono urla indignate. Il vertice della Fiat venne crocefisso. Ma non arretrò. Fu in quell’estate che Enrico Cuccia, il capo di Mediobanca, un signore di 73 anni, il regista della finanza italiana, si decise a fare un passo per lui inedito. Andò in auto a Torino e parlò a tu per tu con l’avvocato Agnelli. Lo informò che il sistema bancario era nel panico per i debiti della Fiat. Poi gli raccomandò, ma forse è meglio dire che gli ordinò, di passare il comando dell’azienda al solo Romiti. Un super manager di 57 anni, di grandi capacità e di collaudata durezza.

La cura Romiti prese forma l’11 settembre 1980. Con l’annuncio che l’azienda era costretta a liberarsi di 14.469 dipendenti. Attraverso la procedura del licenziamento collettivo, prevista da un accordo siglato tempo prima fra la Confindustria e la Triplice sindacale. La reazione dei sindacati fu di un’asprezza mai vista. Iniziò subito il blocco di Mirafiori, i famosi trentacinque giorni di assedio. Il 24 settembre venne proclamato uno sciopero generale, da attuare il 2 ottobre. E il 26 settembre arrivò a Torino, davanti al cancello 5 di Mirafiori il segretario del Pci, Enrico Berlinguer.

Da quel che ho saputo dopo, Berlinguer non era per niente d’accordo con il blocco della Fiat. Lo considerava una battaglia perduta in partenza. E non aveva nessuna voglia di muoversi dalle Botteghe Oscure per andare a Torino. Poi si rese conto che non andarci avrebbe leso la sua immagine di capo  supremo della sinistra. E prese a malincuore quel maledetto aereo. Scortato dai dirigenti comunisti torinesi,

Berlinguer si presentò davanti al cancello 5, ma lì per lì si rifiutò di arringare gli operai rossi che bloccavano Mirafiori. Tuttavia, non essendo né il Pontefice né un cardinale, non poteva limitarsi a una benedizione, con il braccio destro sostenuto da Tonino Tatò, la sua ombra inseparabile. Chiamato non a caso “suor  Pasqualino”, un soprannome inventato da Alberto Ronchey per paragonarlo alla monaca occhiuta e invadente che governava Pio XII. Fu così che re Enrico disse parole che a molti cronisti, me compreso, suonarono incaute: «Se si arriverà all’occupazione della Fiat, dovremo organizzare un grande movimento di solidarietà in tutta l’Italia. Esistono esperienze di un passato non più vicino, ma che il Pci non ha dimenticato. Noi metteremo al servizio della classe operaia il nostro impegno politico, organizzativo e di idee».

Sette anni dopo, Luciano Lama, che nel 1980 era il segretario generale della Cgil e non voleva affatto l’occupazione della Fiat, mi raccontò il suo gelido colloquio con Berlinguer. Gli chiese: «Credi di aver fatto bene?». Re Enrico gli rispose: «In questo momento bisogna spendere tutto e dare ai lavoratori la prova che noi siamo con loro».Berlinguer scrutò la smorfia sul volto di Lama e si rese conto che doveva difendersi: «Guarda, Lama, io non ho detto che loro dovevano occupare la Fiat. Ho soltanto sostenuto che, se l’avessero occupata, il Pci sarebbe stato con gli operai». Però Lama era un romagnolo di Gambettola, provincia di Forlì. E non accettava di essere preso in giro. Replicò al segretario del suo partito: «Caro Berlinguer, la differenza c’è. Ma per chi ti ha ascoltato non è poi così grande».

Il blocco di Mirafiori durò sino al 13 ottobre. Con un picchettaggio inflessibile, attuato anche con l’aiuto di tanti sindacalisti, in prevalenza della Cgil, arrivati a Torino da tutte le province del centro-nord. I picchetti restavano di guardia anche la notte, alla luce di un’infinità di fuochi. Una sera Romiti decise di andare a vederli, sia pure da lontano.   Uscì di casa all’insaputa della scorta e, seduto nell’auto guidata da una signora della Torino bene, che tutti ritenevano la sua amica, si fece il giro di Mirafiori. In seguito mi raccontò: «I picchetti erano fatti da gente allegra, che si divertiva. Cantavano. Giocavano a carte. C’erano delle ragazze. Non mi sembravano persone alle prese con un dramma. Non erano di certo operai Fiat che in quel momento vivevano nell’angoscia di perdere il lavoro. Quelli erano i soliti duemila professionisti del sindacato, che recitavano una parte politica. Tornai a casa rincuorato. E pensai che forse le cose si sarebbero messe meglio per noi».

Romiti aveva visto giusto. Il blocco di Mirafiori si dissolse di colpo il 14 ottobre 1980. Davanti al corteo dei quarantamila operai e impiegati della Fiat che volevano tornare al lavoro. Per il sindacato fu una sconfitta memorabile. Uno che se la ricorda bene è Piero Fassino: in quel momento aveva 31 anni ed era responsabile della commissione fabbriche del Pci torinese. Per questo Piero, uomo schietto, oggi dice: «Se fossi un operaio Fiat voterei sì all’intesa con Marchionne».

Fin qui l’articolo. Ho sempre odiato la violenza. La odio ancora.

 

(Pubblicato su “Libero” del 30 dicembre 2010)

 

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Grande Giannelli: Marchionne e la Camusso

Sì, ed io mi auguro proprio che ci riesca

Da Il Corriere del 30 dicembre 2010

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A chi credere ? Mi riferisco al caso Ganzer…

A chi credere ?

Mi riferisco al caso Ganzer, il generale comandante del Ros dei Carabinieri, condannato in primo grado a quattordici anni di reclusione dal Tribunale di Milano.

La motivazione è quella di colpevolezza per traffico internazionale di droga e per gravissimi reati commessi nelle operazioni antidroga «per raggiungere obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione»

Sul Corriere di oggi (LINK) leggo che si schiera dalla parte di Ganzer, l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna che ricorda che da pm seguì con lui «il primo caso di immissione di droga in Italia da parte di agenti infiltrati» e dichiara di non veder l’ora di leggere le oltre 1.100 pagine delle motivazioni depositate lunedì scorso.

Più appassionata  è la difesa di Carlo Panella, su “Libero” con l’articolo “Perché il generale (innocente) è stato condannato”. Ne riporto alcuni passi:

Il generale dei carabinieri Gampaolo Ganzer, comandante dei Ros, non solo è innocente, ma soprattutto è apparso pienamente innocente durante il processo [..] e le motivazioni di questa condanna costituiscono

un vulnus gravissimo alle nostre istituzioni. In piene festività natalizie la corte milanese ha inondato tutti i media italiani di affermazioni gravissime, al di là dell’insulto, sul carattere, le attitudini, le prevaricazioni, i tradimenti,  insomma, di cui Ganzer sarebbe responsabile. [..] Giampaolo Ganzer non ha compiuto nessun reato contestato per la semplice ragione che non poteva materialmente farlo. Infatti, quando, nell’aprile del 1993, quei reati sono stati commessi da alcuni carabinieri, lui non era affatto il loro superiore, ma dirigeva tutt’altro settore, quello di contrasto all’eversione. Si badi bene: nel corso del processo, tutti i suoi coimputati, non solo hanno testimoniato di non aver obbedito ad ordini di Ganzer (che non poteva averli dati perché non era il loro comandante), ma anche e soprattutto di avergli tenuto nascoste e occultate le azioni irregolari da loro compiute (il riciclaggio in Svizzera di fondi destinati al narcotraffico, per ingraziarsi la fiducia di narcotrafficanti), in tutte le conversazioni e anche in tutti i verbali ovviamente riscontrati – a lui inviati. Dopo che assunse il loro comando. Il processo, insomma, ha dimostrato una totale e assoluta coincidenza  della versione degli ufficiali del Ros che hanno compiuto azioni irregolari, con quella di Ganzer.Un dato irrefutabile, tanto che lo stesso Pm, nel corso del processo ha sempre sostenuto che la “colpa” di Ganzer sarebbe stata quella di avere “saputo” ex post di queste irregolarità e di averle “coperte”.

Il tribunale, invece, si inventa letteralmente un’altra verità e cioè che Ganzer non solo avrebbe “saputo” ma avrebbe addirittura “fatto”; di qui l’accusa di avere “tradito per interessi personali tutti i suoi doveri”. E qual è la prova che avrebbe “fatto”? Semplice, un ispettore svizzero, tal Azzoni, ha reso una confusa testimonianza al Pm Salamone di Brescia (a cui peraltro Ganzer aveva arrestato il fratello) secondo la quale il maresciallo dei Cc Palmisano, nel riciclare il denaro del narcotraffico, gli avrebbe detto di agire agli ordini di Ganzer. Tutto qui, un “sentito dire” senza prove e non solo senza riscontri (ripetiamo: Ganzer non era comandante di Palmisano e quindi non poteva dargli alcun ordine), ma anche risolutamente smentito da Palmisano che durante il processo ha affermato che all’epoca non conosceva neanche Ganzer.

Il mio pensiero?

1)      Sul caso specifico è che quando si gestiscono operazioni di quel tipo,non per nulla ci si affida a corpi spreciali, i ROS, e per aver successo, o hai le soffiate giuste o te le procuri. Nel primo caso, che credo più teorico  che pratico, devi aver la fortuna di incontrare un qualche fuori uscito che cerca vendetta per un torto subito o, più semplicemente, protezione per mettere in salvo la pelle; nel secondo devi scendere a patti e avere gli infiltrati giusti. Ciò significa correre dei rischi e compiere azioni, che viste a sé stanti, possono essere mal giudicate.

2)      Mi chiedo che competenza abbia la Magistratura ordinaria per valutare questo tipo di azioni. Non vigeva una volta la regola che sono i Tribunali Militari a dover giudicare le azioni dei militari.

3)      Più in generale, e prendendo questo caso a solo titolo di esempio, mi chiedo dove e come un normale cittadino, che vive in questo Paese dove tutto pare essere dominato da una contrapposizione politica  tanto esasperata, quanto sterile, possa trovare una fonte d’informazione ragionevolmente asettica da permettergli di capire prima di tutto quali sono realmente i fatti e poi come interpretarli.

4)      Mi chiedo, nel caso in cui accuse di questa gravità risultassero infondate (come  è accaduto in altri casi) se nessuno mai pagherà personalmente.

 

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Amici 10 – Aspettando il serale. Considerazioni e appunti sul programma. I nove ammessi.

Ieri e oggi abbiamo avuto conferma dei nomi dei nove ragazzi già ammessi al serale, per i quali erano peraltro già uscite diverse anticipazioni sui vari blog.

La classifica stelline ha promosso:

– cinque balllerini: Debora Di Giovanni, Riccardo Riccio, Costantino Imperatore, Denny Lodi e Giulia Pauselli, nonchè quattro cantanti:  Annalisa Scarrone,  Antonella Lafortezza, Diana Del Bufalo e Francesca Nicoli.

Gli altri sette, che si giocheranno i tre posti rimanenti, sono:

– due ballerini: Vito Conversano e Andrea Condorelli, nonchè cinque cantanti: Virginio Simonelli, Antonio Mungari,, Giorgia Urrico, Andrea Vigentini e Arnaldo Santoro.

Ieri abbiamo visto:

– la gioia di Giulia Pauselli e Annalisa Scarrone, con i complimenti da tutti gli insegnanti, e di Diana Del Bufalo, anche se Luca Jurman, Grazia Di Michele e Dado Parisini non l’avrebbero voluta al serale.

– la delusione di: Virginio Simonelli, nonostante il parere favorevole di tutti gli insegnanti, di Vito Conversano, che solo Luciano Cannito avrebbe voluto, e di Andrea Condorelli, con Cannito contrario.

Oggi abbiamo visto:

la gioia di Antonella Lafortezza appoggiata però solo da Luca Jurman, contrari  Dado Parisini, Grazia Di Michele, Rudy Zerbi e Maria Grazia Fontana, di Francesca Nicoli, anche se la Di Michele e Jurman non l’avrebbero voluta, di Denny Lodi e Debora Di Giovanni col sostegno di tutti i professori, di Costantino Imperatore, contrario Luciano Cannito e di Riccardo Riccio anche se Alessandra CelentanoCarl Portal e Garrison erano contrari

– la delusione di Giorgia Urrico, nonostante che la sostenesse a gran voce Luca Jurman, contrari, invece, Rudy Zerbi e Maria Grazia Fontana, di Antonio Mungari, che poteva contare solo sul supporto di Jurman, di Andrea Vigentini e di Arnaldo Santoro, sui quali ultimi non sono stati resi noti i pareri dei professori.

I pareri degli insegnanti, peraltro, non avevano alcun effetto per il passaggio al serale e si sono limitati ad indicare quali sarebbero state le loro preferenze.

E’ difficile prevedere quali saranno gli altri tre finalisti, anche perché non sono note le modalità con le quali saranno valutati e non è nota la classifica stelline aggiornata. Se dovessi fare un pronostico opterei  per un altro ballerino (probabilmente Vito, anche se mi spiace molto per Andrea) e due cantanti (probabilmente Virginio e Giorgia, nonostante  che il televoto possa dare ancora una mano ad Antonio).

Che dire di questa prima parte di Amici 10?

Non è stata un granché.

I ragazzi.

– Sono bravi i ballerini. Tutti provengono da anni di scuola, tutti hanno esperienza di spettacolo. Nel complesso però non sono personaggi che attirano troppo le mie simpatie, eccezion fatta per Giulia. Debora (ottima nel classico, così così nel moderno, soprattutto se ci sarà Garofalo), Vito (bravo, ma lagnoso) e Denny (ottimo nel classico, meno nel moderno) sono tutti e tre piuttosto altezzosi e antipatichini, Costantino (gran fisico ma piuttosto cafoncello), Riccardo (incompiuto e fragile di carattere) e Andrea (il più simpatico ma con qualche limite tecno-fisico) sono di un livello inferiore. Giulia, la cinesina, è la mia cocca. E’ bella e brava sia nel classico che nel moderno, ma è ancora una ragazzina di 19 anni, e qualche faccina di troppo onestamente la fa.

–  C’è un po’ di tutto nei cantanti.  I meno giovani già da anni cercano di sfondare , alcuni anche con precedenti importanti esperienze; gli altri, i più giovani, sono alle prime armi e piuttosto grezzi. Per età troviamo : Annalisa 25  Virginio 25, Andrea 25, Antonella 23, Giorgia 22, Diana 20, Arnaldo 19, Francesca 18 e Antonio 18. Tecnicamente svetta Annalisa, poi a distanza Antonella. La prima, però, è poco personaggio, troppo “mammina” in quel contesto, la seconda non ispira simpatia.  La simpatia non manca a Diana, che, peraltro non ha grandi doti canore. Virginio è bravo ma mi dà un senso di tristezza, Giorgia ha una bella voce, ma anche una faccina da schiaffi ed è un clone di altre concorrenti già viste, Francesca si trasforma quando canta, ma per il resto è diseducata e irritante, da prendere a calci nel sedere, Antonio ha un bel timbro di voce ma non sa cantare, Arnaldo e Andrea non bucano di certo il video.

Il meccanismo del programma.

In questa prima parte è stato il vero punto debole: volendo far bene ed evitare che prevalesse il giudizio interessato degli insegnanti, ha delegato i giudizi a troppe persone tra giudici e commissari esterni. Sono nati così giudizi disomogenei che hanno favorito i ballerini rispetto ai cantanti, e troppo soggettivi. Con i nove professori c’è stata troppa gente a cui dare spazio soprattutto nelle dirette del sabato. Abbiamo così visto classifiche con punteggi asseganti sulla base di  prove registrate su dvd in assenza di pubblico a fianco di altre in diretta. Agli ultimi entrati, poi, sono  state consentite esibizioni di recupero che hanno assegnato punteggi anche elevati, senza che nessuno le abbia viste. Una netta diacronia, insomma, tra il tempo programmato per la trasmissione e l’enorme carne messa al fuoco. Peccato.

I professori

Come sempre c’è stata qualche polemica di troppo e qualche inaccettabile invasione di campo di Zerbi e Jurman in testa a tutti. Poi, pur se più accettabili nei toni, anche da parte della Celentano, di Cannito e di Garrison. Per un certo periodo non si è capito chi insegnasse che cosa e a chi. In ombra, per fortuna, la De Michele. Da ricorrere ad un interprete per capire Portal. Hanno cercato di far del loro meglio  Maria Grazia Fontana e Dado Parisini, nuovi a questa fossa dei leoni.

Bene Zanforlin e brava Maria De Filippi , anche nel cercar di mettere un po’ d’ordine in questo carrozzone.

Auguri per il serale.

Aggiornamento del 30 dicembre

Solo per segnalare che dopo una serie di prove, delle quali oggi non si è visto nulla, è stato eliminato Arnaldo.

La classifica non è nota, Rimangono dunque in sei per tre posti.

Lo vedremo Sabato 1 gennaio alle 14,10. Buon fine e inizio anno a tutti.

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Due casi: gemelle, undici anni dopo, e l’utero di Elton John

Cosa ne pensate di questa notizia? La riporta Il Corriere di oggi in questo articolo a firma Isabella Bossi Fedrigotti :

Sorelle, ma a distanza di 11 anni
Nate tutte e tre grazie all’inseminazione artificiale,le prime due nel 1999, la terza nel 2010

C’è chi rimarrà sbigottito, sbalordito, senza parole di fronte a un evento come questo, mai accaduto prima al mondo, una terza gemella venuta alla luce undici anni dopo le prime due, e somigliantissima a loro, quando erano in fasce. Nate tutte e tre naturalmente grazie all’inseminazione artificiale, le prime due nel 1999, la terza quando i genitori – una coppia inglese, Adrian e Lisa Sheperd – hanno avuto desiderio di un altro figlio e sono ricorsi a uno dei dodici embrioni «di riserva» che erano stati congelati undici anni fa.

C’è poi chi si strapperà le vesti, dirà che il mondo va alla rovescia, che l’ardire degli uomini e delle donne ha passato i limiti, che egoismo e senso di onnipotenza violano le più profonde regole della natura, che i figli non sono merce che si ordina su catalogo fissando la data di consegna quando fa più comodo, che chi presiede a queste strabilianti macchinazioni altri non è se non il dottor Frankenstein in persona.

E poi ci sarà chi dice che un figlio è un figlio, che sia venuto al mondo alla vecchia maniera tradizionale, che sia arrivato – per adozione – da un Paese lontano o che, invece, sia sbucato dal gelo tecnologico di una provetta. Né saprà dire, quest’ultimo, quali siano i genitori più egoisti e quali, invece, i meno: quelli che, pur di avere un bambino, si sottopongono a interminabili ostinate cure, quelli che affrontano attese di anni prima di essere giudicati idonei ad adottarne uno oppure quelli ai quali i figli vengono così, spontanei come regali, al primo tentativo, magari senza neppure averli particolarmente desiderati?

Si possono ben comprendere tutti quanti, gli sbalorditi, gli indignati e i compiaciuti: ognuno ha le sue ragioni, forse impossibile trovare un giudizio comune. E se per un verso viene da condividere con tutto il cuore il pensiero positivo di chi dice che un figlio è un figlio, per l’altro è difficile che non baleni nella mente l’immagine di quegli undici potenziali fratellini delle tre gemelle destinati a rimanere nel ghiaccio: soltanto grumi di cellule o già infinitesimale, microscopica umanità?

Io, lo confesso, sono molto perplesso, ma se una cosa posso dire è che questa cosa non mi piace.

Aggiornamento del pomeriggio:

Ma c’è anche di peggio !!! Ed ecco la notizia ANSA delle ore 12:

Elton John diventa papà
Il bimbo nato da madre surrogata in California

Elton John (ndr: 63 anni) e il suo partner sono diventati i genitori di un bimbo nato da una madre surrogata in California il giorno di Natale. Lo ha riportato US Weekly.

Zachary Jackson Levon Furnish-John è il primo figlio per la rockstar britannica e il regista canadese David Furnish (ndr: 48 anni), che stanno insieme dall’inizio degli anni Novanta. “Siamo sopraffatti dalla felicità e della gioia in questo momento davvero speciale”, hanno detto i due.

Non chiedetemi chi è il padre. Avranno “fatto a mezzo”?

PS – Di un terzo caso parlo nei commenti, ai quali rimando chi ne fosse interessato. Cinque anni fa un ragazzo di allora 15 anni, tale Charlie Lowden venne convinto da due lesbiche, la zia Sarah e la sua compagna Claire, a donare loro, segretamente il proprio seme.Dalla donazione sono nati due bambini ora di 5 e 2 anni. Il destino ha voluto che Charlie morisse , all’età di 20 anni, e la morte improvvisa del ragazzo ha indotto la zia a raccontare la verità alla mamma di Charlie, sua sorella Lynn, per consolarla dal dolore per la perdita del figlio. Ed è così che Charles Lowden e la moglie Lynn hanno scoperto di essere nonni.

Via:  Il CorriereANSA

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Bagni di Natale

I bagni nel giorno di Natale vanno sempre più di moda.

Navigando sul web ne potrete trovare un sacco; quello di queste quattro signore mi è sembrato il più divertente ed anche, perchè no, il più coraggioso.

Sono quattro attempate cinesine che posano in costume ‘Santarina’ mentre si preparano per un tuffo nelle acque gelide di un fiume, a Shenyang, nella provincia nordorientale di Liaoning in Cina.

Pare che colà il nuoto invernale sia particolarmente popolare tra gli anziani e pensionati, e lo si consiglia per migliorare la circolazione e la salute. Pare che aumenti il livello di consapevolezza mentale, diminuisca lo stress, aumenti la vitalità sessuale, mantenga la pelle più giovane ed elimini i dolori.

Sì, e poi in Cina, dopo il bagno chi li va a contare, …. uno in più, uno in meno…..

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E alla fine, la Montalcini lodò la Gelmini

Lo leggo da un articolo di fonte AGI:

Ampia soddisfazione è stata espressa dalla professoressa Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, e dal professor Giuseppe Nisticò, commissario straordinario dell’Ebri, istituto fondato dalla stessa Montalcini, per l’approvazione della riforma universitaria. “Il ministro Gelmini – ha detto la Montalcini – ha ottenuto un grande successo grazie alla sua tenacia ed alla sua intelligenza nel far approvare, dopo un percorso difficile e complesso, una riforma veramente innovativa basata sulla meritocrazia che consentirà di valorizzare il patrimonio umano dei nostri giovani ricercatori”.

Bene: concordo. Che anche nella scuola si guardi finalmente alla meritocrazia

Rimane la sfida – aggiunge Nisticò – di approvare in tempi rapidi i regolamenti specifici e soprattutto rimane ancora da sciogliere il nodo del turn-over. Ciò è indispendabile per evitare di continuare a tagliare alla cieca, come avviene attualmente, i finanziamenti già esistenti, consentendo alle università di mantenere la maggior parte delle risorse derivanti dal pensionamento di docenti e del personale, e di utilizzare per il reclutamento di nuovi giovani ricercatori e per realizzare programmi innovativi di grande valenza scientifica. Il Ministero dovrebbe tagliare soltanto la quota degli sprechi per l’eccessiva proliferazione che c’è stata negli ultimi anni nelle università di tante iniziative inutili ed improduttive”.

La Montalcini – si legge ancora nella nota stampa – ha anche condiviso la contestazione dei giovani perché è sicura che questa è stata rivolta contro il taglio indiscriminato di quelle risorse indispensabilibi, che possono assicurare loro di potersi inserire nei circuiti della ricerca qualora siano meritevoli, ma anche di ottenere in tempi brevi il loro inserimento nel mondo del lavoro in Italia ed all’estero.

Giusto: la protesta è sacrosanta, le modalità e la violenza non lo sono state

La Montalcini ha infine concluso rinnovando la sua ammirazione al ministro Gelmini, sicura che lei saprà continuare la sua battaglia per rendere la nostra università più vicina ai bisogni delle nuove generazioni, che con grande dignità intendono essere competitive a livello internazionale”.

Gongola, Mariastella, gongola, dunque: te lo meriti.

Quotidiano Net – Montalcini, applausi alla Gelmini “Riforma veramente innovativa”.

 

 

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La magia del giorno di Natale.

E’ davvero un giorno speciale, il più bello dell’anno, anche quando ci son problemi e acciacchi che ti fan dire “fanculo tutti”. Sì, perché quei tutti, quei problemi e quegli acciacchi, in quel giorno, restano fuori dalla porta.

Da sempre il giorno di Natale si passa a casa mia, con i miei bambini e i miei cari. Qualcuno di loro, i miei genitori e mio cognato, da anni non ci sono più; ma tutti – mia moglie, mia cognata, i nostri figli ed i figli dei nostri figli – siamo sempre stati insieme; quasi sempre per il pranzo di Natale, sempre per i doni ed i giochi del pomeriggio.

I figli sono quattro, due miei e due di mia cognata, che è come se fossero miei. Ormai sono tutti adulti: la prima è stata mia figlia, nel 1968, poi, ad una anno di distanza ciascuno, gli altri tre. I nipotini son tre, due bimbe ed un maschietto.

Quante tavolate, tutti insieme. Sempre con troppi piatti e troppe portate. Che fatica, le donne, a preparare! Ma che piacere, che gioia e anche che ansia e volontà di far tutto bene.

Anche ieri è stato così. Le ho viste, già dal mattino presto, trafficare con tramezzini, pentole e fornelli. Mia moglie aveva avuto un forte mal di schiena, il giorno prima, e non era riuscita a coricarsi per riposare fino alle tre e mezza della notte. Ma il giorno di Natale anche per lei ha fatto il miracolo.

Tutti a tavola, dunque, e poi tutti intorno all’albero con i mille pacchettini colorati. Gli adulti seduti e i bambini a portare i doni. Sono sempre troppi, ma tutti sono sempre i più belli ed i più graditi.

Quelli dei nonni e degli zii per il bambini fanno, da sempre, la parte del leone. Tutti ne hanno già ricevuti; la mattina, ai piedi del lettino è arrivato Babbo Natale; ma i giochi, le magliette ed i vestitini per loro non bastano mai.

Mancava il nipotino, ieri, a casa con la febbre alta e con la sua mamma a tenergli compagnia: è stato felice, comunque, quando il suo papà, più tardi, glieli ha fatti avere.

Il dono più bello? Due grandi cavallini di panno, della zia per le mie nipotine. Li hanno abbracciati, se li son stretti al cuore e poi a cavallo, saltellando, in groppa, nel corridoio.

Andate cavallini, andate, correte veloci e portatele lontano! Buona fortuna !!!

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