In preghiera – Le foto della settimana

Dalle Foto della Settimana del Los Angeles Times ho scelto questa volta questa che ritrae una bambina irachena che ascolta la messa, assorta in preghiera. Non può farlo in Iraq: troppe chiese cattoliche sono ste oggetto di attentati e lei è ad Amman, in Giordania, nella Chaldean Catholic Church. Il fotogfrafo è Ali Jarekji per la Reuter.

Tutte le fotografie sono splendide, non perdetevele. Le trovate qui:

The Week in Pictures | Dec. 20-24, 2010 – Framework – Photos and Video – Visual Storytelling from the Los Angeles Times.

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La televisione

Per un qualche sorriso in questi giorni di festa di Natale, eccovi i gustosi luoghi comuni del  “Manuale si Conversazione” (Come fare bella figura in salotto senza necessariamente sapere quello che si dice), di Andrea Ballarini, per “Il Foglio

Il tema della settimana: La televisione

Ha unito l’Italia più di Garibaldi.

E’ grazie a lei che gli italiani hanno scoperto di avere una lingua comune.

– Cattiva maestra. (Non è necessario ricordare chi l’ha detto).

– Dichiarare di non averla qualifica come intellettuali fuori dal coro e semina un lieve disagio.

– Affermare che da quando la si è data via si è ricavato un sacco di tempo per altre più appaganti attività, come la lettura, la meditazione, lo sport.

– Trovare snobistico l’atteggiamento di chi dichiara di non guardarla. Conseguentemente puntualizzare che di per sé la tv non è né bene né male, dipende dall’uso che se ne fa.

– Cenare davanti alla televisione è ammesso solo per i single, diversamente è trash, specialmente se in una cucina illuminata al neon.

– Fa tanta compagnia.

Chiedersi che cosa facessero nelle campagne la sera, oltre ai figli, prima dell’avvento della televisione.

– Ma chi l’ha inventata?

– Per un esercito di nonne Emilio Fede è tuttora la voce dell’ufficialità.

Rifiutarsi recisamente di passare le proprie serate in compagnia di un elettrodomestico.

– Non essere mai riusciti a sintonizzare il digitale terrestre avendo meno di sessant’anni lascia presagire ben più elevati interessi.

Guardare esclusivamente i canali tematici, arte, storia, natura, è molto avanti.

– Avere un televisore molto vecchio fa capire che privilegiate una vita sociale intensa.

A patto di non esagerare, di tanto in tanto è un’eccellente babysitter.

– E’ uno strumento di manipolazione del consenso di straordinaria potenza.

– E’ sopravvalutata come strumento di formazione del consenso.

– Guardarla più di tre ore al giorno è socialmente dequalificante a meno che non sia attraverso internet. In quel caso attesta dimestichezza e attenzione per le nuove tecnologie.

– I canali all-news sono imprescindibili. Meglio se in lingue esotiche.

– E’ la principale responsabile della diffusione di illusori modelli culturali presso le popolazioni di immigrati.

E’ scioccante constatare come nelle bidonville più povere del mondo svettino le parabole satellitari. (Deprecarlo ma senza moralismi).

– Stigmatizzare la pratica dello zapping. Per contro, rilevare che questa è la moderna modalità di fruizione del mezzo rivela attenzione agli aspetti sociologici dei media e che si è letto Guy Debord.

– Se qualcuno osserva che molti dei ricordi comuni della nostra vita sono stati scanditi dalla televisione, paragonarla a un’impalpabile madeleine collettiva rivela sensibilità letteraria e sagacia.

– Frodare il canone non è socialmente riprovato

 

Da: La televisione – [ Il Foglio.it › Manuale di conversazione ].

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I Quiz di Natale

Natale in casa? Bene, spero che possiate gradire come piccolo regalino questi altri quiz della serie “I Quiz della Domenica“. Sarebbero quelli con il nr 18.

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Le tre bistecche

Sulla griglia ne stanno solo due bistecche per volta.
Ogni bistecca deve cuocere due minuti per lato.
Qual è il tempo minimo per cuocere tutte e tre le bistecche?

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Un po’ di geografia.

Sei al Polo, nel punto più a Nord di tutta la terra. Qual’è il nome della più vicina isola a Ovest?

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I politici non si smentiscono mai.


Entrando in un bar frequentato esclusivamente da politici, che mentono sempre, da avvocati, che alternano una menzogna ad una verità, non necessariamente in quest’ordine, e da matematici, che dicono sempre la verità, si assiste al seguente dialogo tra Aldo, Beppe e Carlo:

– Aldo dice : “Io sono avvocato” , “Beppe è matematico”
– Beppe afferma : “Io sono matematico” , “Carlo è un politico”
– Carlo dice : “Io sono politico” , “Aldo è avvocato”

Che professione esercitano i tre “amici” ?

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Che fare?

Questo quesito e’ stato usato da importanti società di selezione per decidere chi assumere.

Stai rientrando a casa, e’ notte e piove a dirotto.

Passi davanti alla fermata di un autobus e vedi tre persone che lo stanno aspettando.
1. Un’anziana signora che sembra sul punto di morire.
2. Un vecchio amico che una volta ti ha salvato la vita.
3. La donna (o uomo) dei tuoi sogni, la tua anima gemella.

Nella tua auto c’e’ posto solo per una persona e tu non puoi tornare alla fermata dell’autobus una volta che te ne sei allontanato.

a) Potresti dare un passaggio all’anziana signora e salvarle la vita, oppure….
b) …. potresti dare un passaggio al tuo vecchio amico e ricambiargli così il favore, oppure….
c) …. scegliere la tua anima gemella

Che fai? Pensaci bene prima di rispondere! Non sparare una risposta a caso, ma pensaci…

Buon Natale! Le soluzioni a pag 2 (dalla prossima settimana).

Questi erano i quiz della settimana precedente, con le soluzioni.

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Protetto: Caro blog, ….

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Ma che studenti sono questi?

Leggo oggi questo articolo a firma Mario Giordano:

Non sono ragazzi ma nonni fuori corso”

Se questi sono studenti, io sono la reincarnazione di MarilynMonroe.

Leggo la lista dei “ragazzi” che sono saliti al Quirinale, e sinceramente rimango basito: a parte il ricercatore, che ha 42 anni, ce ne sono tre che hanno 26 anni, due che ne hanno 27, uno addirittura 28. Alla faccia dei “ragazzi”:  capisco le difficoltà d’apprendimento, la complessità della didattica, l’ostilità dei baroni. Ma a  28 anni, cari studentelli, non dovreste essere laureati almeno da un lustro? Che ci fate a giocare ancora al piccolo okkupatore? Perché continuate a studiare come riempire le piazze anziché studiare come passare gli esami? Se io fossi uno studente vero, di quelli che sgobbano sui libri e pensano a sfruttare questi anni per imparare (mica per sfilare), ebbene, avrei qualche dubbio nel farmi rappresentare da uno che a 27 o 28 anni non è ancora riuscito a completare gli studi in Scienze Politiche o in Filosofia, facoltà rispettabilissime, per carità, ma che ricordo ai miei

tempi si superavano piuttosto agilmente in quattro anni, magari pure lavorando. Per quanto mi riguarda, a 26 anni ero laureato già da due, avevo un’occupazione seppur precaria, mille lavoretti per arrotondare, una moglie

e una figlia. Se mi avessero chiesto di andare a occupare la facoltà, avrei dovuto declinare l’invito: «Non ho tempo, devo pagare l’affitto».

Sono felice che Maurizio Plini, 28 anni, iscritto a “La Sapienza”, Alessio Branciamore, 27 anni, iscritto a Scienze Politiche a Firenze o Fabio Gianfrancesco, 27 anni, iscritto a Filosofia a Roma, possano permettersi, invece, il lusso di essere abbondantemente fuori corso. Potranno sempre raccontare ai loro nipotini di essere stati ricevuti al Quirinale, magari terranno le pagine di giornale nell’album di famiglia. Tutte cose emozionanti, per carità. Ma di studiare un po’, per dire, non se ne parla proprio? Perché forse è vero che la riforma dell’università ha, come dicono, qualche difetto: ma prima di promuovere la rivolta, non potrebbero provare a farsi promuovere loro? Almeno qualche volta? Conosco l’obiezione: la difficoltà di trovare lavoro, il mercato occupazionale bloccato, la crisi economica, la facoltà come lungo parcheggio in attesa di tempi migliori. Ma nell’attesa dei tempi migliori, dico io, non ci si potrebbe portare avanti con il lavoro magari prendendo la sospirata laurea? Ad essere sinceri a 28 anni, con un buon impegno, uno riuscirebbe anche a portarne a casa due di lauree.

E allora, visto che parliamo di prospettive per il futuro: chi avrà più prospettive sul mercato sul lavoro? Uno che a 28 anni è riuscito a ottenere due lauree o uno che a 28 anni bivacca ancora fra aula studenti e biblioteca fingendo di studiare, in attesa della rivoluzione? Gliel’hanno chiesto, questo, al presidente Napolitano?

Gli studenti, giustamente, si ribellano contro le gerontocrazie nel nostro Paese. Ironizzano spesso contro una classe politica in cui i “giovani delfini” sfiorano i 60 anni. Perfetto. Ma è logico che poi si facciano rappresentare da un ricercatore 42enne e da un fuori corso 28enne? E da due 27enni bivaccatori di facoltà? Dicono che, nella scelta della delegazione, sono state seguite le logiche di appartenenza delle varie sigle: Link, Uniriot, Udu, Rete 29 aprile, etc. Anche questo criterio è piuttosto vecchiotto, non vi pare? Perché non mandare su, anche solo a mo’ di rappresentanza, uno senza casacca? E soprattutto: perché non mandare una matricola studiosa, anziché la legione dei “nonni” universitari, finti “ragazzi” che occupano la facoltà solo perché altrimenti non saprebbero come occupare il tempo? All’uscita i “delegati” hanno detto che l’incontro con il presidente della Repubblica li ha resi felici perché così «è stato colmato il distacco dalle istituzioni». Perfetto, no? Adesso non resta loro che colmare il distacco con i libri e poi siamo a posto

L’ho notato anch’io.

Sarà che a 26 anni avevo anch’io una moglie e un lavoro, ma mi chiedevo proprio che tipo di studenti fossero quelli. Vedo tra di loro tanta gente con la barba: farà anche figo, ma è già segno di qualcosa da nascondere per non mostrar la faccia, qualcosa di cui vergognarsi.

Si chiede Mario Giordano chi avrà più prospettive sul mercato sul lavoro? La risposta è facile: nessuno. Ma a quelli del lavoro che glie ne frega: nulla. E’ la carriera politica che gli sta a cuore.

E gli apriranno le braccia i tettaioli che come dice Gianpaolo Pansa in altra parte dello stesso quotidiano, col suo “Il partito degli asini” , non si accorgono “di mettersi in ginocchio davanti a gente che odia il mondo al quale appartengono. – e aggiunge – Lo stesso errore fa una quota robusta della carta stampata. Capisco che certi direttori vogliano la morte del Caimano. Ma dovrebbero avere più rispetto della verità. E non raccontare ai lettori la favola dei giovani che vanno ascoltati, perché sono il nostro futuro, perché da loro dipende la democrazia italiana”.

Il disagio dei giovani è vero e reale. Ed ha radici profonde, che vengono da lontano. E non è con la mentalità dei bivaccatori e dei tettaioli che si risolvono i problemi.

PS- a pag. 2 trovate  l’articolo di Gianpaolo Pansa.

Foto  e articoli da “Libero” del 24 dicembre 2010

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Ci son dei Natali……

Ci son dei Natali che ti verrebbe proprio voglia di dir così.

Questo è uno di quelli

Auguri a tutti, comunque.

Frz

PS. Non la penso sempre così, bisogna sempre essere ottimisti. Qui trovate altri miei post di diverso umore

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Lo spot nucleare

Lo avrete certamente notato.

E’ da qualche giorno che sulle reti Rai, Mediaset, La7, Sky e canali satellitari, nonché sui principali quotidiani, va in onda uno spot che mostra due giocatori che accompagnano le mosse di una partita a scacchi con affermazioni e dubbi pro e contro il nucleare.

Se lo avete osservato con attenzione avrete notato che in realtà non si tratta di due persone ma di uno stesso giocatore che parla  e gioca contro se stesso. Anche quando l’immagine si allarga  all’intera sala, dove compaiono molti giocatori, tutti parlano e giocano contro loro stessi.

Lo spot, che è indubbiamente di grande efficacia comunicativa, si chiude con questo quesito: “E tu sei a favore o contro l’energia nucleare? O non hai ancora una posizione?

Che idea ve ne siete fatti? E’ uno spot a favore o contro al nucleare? A mio avviso è fondamentalmente neutro e si limita a proporre la questione senza influenzare lo spettatore.

Mi sono chiesto, allora, a chi potesse servire, cui prodest.

Lo spot è proposto dal forum nucleare italiano, il cui Presidente, Chicco Testa, leggo che dice: “Con questa campagna  vogliamo riaprire un discorso chiuso bruscamente 24 anni fa. Oggi, quella del nucleare è un’alternativa energetica pulita e conveniente, in termini economici e ambientali, ma non sarà mai possibile un dialogo costruttivo se prima non si mettono tutti in condizioni di avere informazioni chiare e certe sotto il profilo scientifico. Per questo motivo  il Forum si propone come luogo di discussione e confronto di idee libere da preconcetti basati su posizioni ideologiche“.

Dicono che Chicco Testa, sia un ex fervente ambientalista che molti anni fa amasse manifestare contro il nucleare;  aggiungono che il Forum Nucleare è un’associazione no-profit tra i cui soci figurano Edf, Enel, Gdf Suez, Techint, Terna e Westinghouse che hanno un notevole interesse alla realizzazione di nuove centrali e concludono che, in realtà, si tratta di un subdolo messaggio per smuovere l’opinione pubblica a proprio favore.

Può darsi anche che sia così, come può anche darsi che, e questa è la mia opinione, prima di lanciarsi in un’iniziativa che richiede pesanti investimenti finanziari, vogliano tutelarsi e tastare il terreno per evitare di trovarsi a mezza strada con l’opinione pubblica contraria.

Certo è che siamo proprio uno strano Paese se un’iniziativa di questa portata, che ha motivazioni tecnico-economiche ben precise, viene lasciata ad un giudizio popolare che di queste cose non capisce nulla e che finisce col prendere decisioni sulla base di elementi puramente emozionali.

Ventiquattro anni fa ero sostanzialmente favorevole alle centrali e credo che sia stato un grosso errore rinunciarvi.

Adesso forse vi sono più alternative, ma mi fiderei del giudizio di chi possiede basi tecniche ed economiche più adeguate delle mie, ivi compresa la valutazione dei rischi: si formi un comitato tecnico indipendente  e gli si chieda di esprimersi.

Quanto ai rischi, io dico che di centrali nucleari siamo circondati oltre confine e da quelle, più che da un paio di nuove, credo che possano derivare dei pericoli.

Se si valuterà allora che le nuove centrali siano tecnicamente sicure ed economicamente convenienti ci si assuma la responsabilità di farle e se proprio si vuol dar ascolto alla volontà popolare, lo si faccia gruppo di regioni per gruppo di regioni: quelle a favore realizzino gli investimenti e godano dei benefici, quelle contrarie stiano come sono e ne scontino le conseguenze (o i vantaggi di altre loro iniziative).

PS. Sulllo stesso argomento: la scelta di Veronesi (link)

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Troppo precisa quella maitresse

L’amore per i conti l’ha tradita.

Svolgeva evidentemente con troppo ordine il suo mestiere di maitresse, annotando nella sua contabilità in nero i compensi a lei derivanti dall’attività di sfruttamento della prostituzione.

L’hanno pizzicata, hanno potuto accertare che nell’anno 2003 tali compensi erano ammontati a oltre 196.000 euro (capperi !!!) ed è stata accusata di omessa dichiarazione fiscale.

la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 42160 depositata il 29 novembre u.s., ha deciso per la tassabilità di quei proventi. Non solo ma altresì stabilito l’indeducibilità dell’eventuale compenso spettante alle ‘signorine’ in quanto correlato allo svolgimento di un’attività illecita.

Ben le sta.

La sentenza: 42160

Fonte: Il sole 24Ore del 30 novembre 2010

 

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Per la carità: niente premi ai professori !

Un mese fa,  sulla notizia di due progetti importanti che, misurando i risultati conseguiti, si proponevano di premiare annualmente scuole ed insegnanti in base al merito, avevo avuto modo di esprimere in mio apprezzamento per l’iniziativa e, purtroppo, anche la certezza che la stessa non avrebbe avuto l’appoggio dei sindacati. (questo il LINK)

Leggo ora da questo articolo (LINK) dell’amica e insegnante Marisa Moles che i Cobas contestano l’iniziativa, con le argomentazioni che riporto a pag. 2 e che lei, peraltro dichiara di condividere.

Poiché ritengo l’argomento di fondamentale importanza per il miglioramento della scuola e per il futuro dei nostri figli, e poiché dissento profondamente dalle motivazioni dei Cobas, desidero far partecipi i miei lettori di questo mio commento indirizzato ad un comune amico, Giorgio, che come me vede positivamente l’idea di premiare le scuole ed i docenti che ottengono i migliori risultati pur in un contesto sociale ed economico di grande difficoltà per tutti.

“Caro Giorgio,

Vedo che da buon papà ti appassioni a questo tema, e vedo che non hai molti dubbi su quale dovrebbe essere l’obiettivo principale della scuola: quello di formare le nuove generazioni,  elevandone il sapere, per far sì che possano confrontarsi adeguatamente in un mondo che si muove a grandi passi e che è sempre più competitivo.

Se così è non vedo alcun motivo per non premiare il merito di chi riesce ad ottenere i migliori risultati.

Quando leggo, invece, che si osteggiano sistemi di valutazione del merito perché avrebbero “come scopo la diffusione della concorrenza (tra le scuole e all’interno personale docente) e la gerarchizzazione del personale” mi cadono le braccia perché è proprio così che dovrebbe essere: la concorrenza è la base di qualunque sistema che si proponga di offrire un prodotto migliore ed è perfettamente corretto che abbia maggior voce in capitolo chi più ha contribuito ai migliori risultati. Concorrenza e meritocrazia, dunque.

Ma capisco tutto quando leggo che il timore è quello che venga “istituitoun Nucleo ristrettissimo di persone atte a valutare il restante(sic!) personale, imprimendo un duro colpo ai processi democratici decisionali interni alla scuola, accentrando sempre più i poteri nelle mani di pochi”: a qualcuno sta bene, invece, che i poteri rimangano dove sono; nelle mani di chi non ha per obiettivo quello dell’istruzione dei ragazzi ma quello di finanziarsi e far carriera politica alle spalle degli scontenti.

Non illuderti:

Non ci sarà ma un test, Invalsi od altro, che non si dimostri “del tutto inadeguato a misurare il livello di apprendimento degli alunni e del tutto estranei a valutare l’effettiva funzione della scuola nella crescita delle nuove generazioni;
Non ci saranno mai  “verifiche esterne effettuate da team sufficientemente indipendenti”;
-Faranno orrore le “graduatorie tra le scuole” . Come se oggi non ci fossero e come se oggi la gente, tra due licei o istituti nella stessa città, non sapesse benissimo a quale dei due indirizzare i propri ragazzi.
– E si riempiranno la bocca di frasi vuote, ma roboanti, come la difesa della dignità del lavoro docente, dell’insegnamento come lavoro collettivo e ancora di più per la didattica e lo sviluppo del sapere critico”

Non illuderti: da loro non verrà mai una proposta che premi il merito per i risultati conseguiti.

Per qualcuno l’importante  è che il sistema rimanga piatto e scontento perché queste sono le condizioni necessarie per mantenere il proprio potere.”

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Altri tempi.

Vi propongo oggi questo articolo di Gianpaolo Pansa per Il Riformista.

Tutti noi, di quella generazione avremmo cose simili da raccontare. Quella era la vita.

Forse tornerà ad essella, ma con una differenza: allora eravamo felici.

A Voi.

La minestra non scende dal cielo

Cari ragazzi, se volete un futuro datevi da fare

“La minestra non scende dal cielo. L’avevate mai sentita questa? È un regola di vita che può essere tradotta nel modo seguente: il piatto di minestra non si riempie da solo. Quando ero un ragazzo, me lo sono sentito ripetere un’infinità di volte. Era una litania recitata soprattutto da mia nonna Caterina Zaffiro.

Lei dava molta importanza alla minestra. Anche perché da giovane vedova non sempre aveva potuto mangiarla. E non sempre era stata in grado di offrirla ai suoi sei bambini.
Volevo scrivere un Bestiario sui giovani rivoltosi che hanno messo a ferro e a fuoco il centro di Roma. Però mi rendo conto di essere partito da tempi troppo lontani.

I ragazzi di oggi che cavolo ne sanno dell’importanza di un piatto di minestra? E della difficoltà di procurarselo? Se hanno delle nonne, sono di sicuro signore ancora giovani, cresciute in un’Italia molto diversa da quella che circondava Caterina. E non recitano litanie.

Ma allora, visto che siamo alla fine dell’anno 2010, voglio raccontare qualcosa ai rivoltosi che si preparano a darci un Natale turbolento. Incoraggiati dalla convinzione di poterla fare franca di nuovo. Del resto, i loro compagni arrestati sono tornati subito in libertà, grazie alla clemenza dei magistrati che avrebbero dovuto tenerli in prigione per un po’ di tempo.

Ho imparato che i giudici non vanno criticati. Sono un potere molto forte e geloso della propria autonomia. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha protestato per aver visto ritornare sulla pubblica via dei giovanotti che gli hanno sfasciato il centro della capitale. Era una protesta che nel mio piccolo ho condiviso. Ma che ha subito ricevuto una replica altezzosa del presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Lui ha sentenziato: accettiamo le critiche, ma non gli insulti. Però non mi pare che il sindaco di Roma abbia insultato nessuno.

Comunque sia, i giovani liberati e i tanti che non hanno trascorso nemmeno un’ora al fresco, appartengono a una generazione che non sa niente della vita. Credono che tutto gli sia dovuto. Si lamentano di non avere un futuro luminoso. Però non muovono un dito per costruirselo da soli. Anche perché vivono nell’illusione che la minestra, e tutto quello che viene dopo, sia un diritto privo di fatica e garantito dagli adulti.

State attenti, cari teppisti, cari sfasciatori di vetrine, di bancomat, di automobili, cari picchiatori di poveri poliziotti. Il mondo non gira come pensate voi. La vita che vi aspetta sarà molto più dura di quella dei vostri padri, dei vostri nonni, dei vostri bisnonni.

Non dovete credere alle favole che dei genitori distratti o troppo clementi vi hanno raccontato. Anche nell’epoca dei computer, di internet e dell’ipod vi potrebbe capitare di ritornare poveri. E di fare i conti con un’esistenza difficile, soprattutto per chi non ha un mestiere vero e finirebbe per ritrovarsi, lo dico alla buona, con le pezze al culo.

Allora, cari bamboccioni violenti, vi potrà servire la storia di mia nonna Caterina, quella del piatto di minestra. Non era nata nel Medioevo, ma nella seconda metà dell’Ottocento. E in una pianura, quella vercellese, a un tiro di schioppo da Torino e da Milano. Era analfabeta e così è rimasta sino alla morte, nel 1947. Non aveva mai un soldo in tasca e rimase vedova a 33 anni, con sei bambini da crescere. Il marito, Giovanni Eusebio Pansa, era un bracciante agricolo. E fu ucciso da un infarto mentre zappava il campo di un padrone.
I figli vennero mandati a lavorare da piccoli. Mio padre Ernesto, il quinto del gruppo, non riuscì neppure a finire le elementari. Aveva nove anni quando lo spedirono fare il servitore in un’azienda agricola, con l’incarico di portare le mucche al pascolo. Era così abituato a non possedere nulla che si ritenne fortunato il giorno che Vittorio Emanuele III, re d’Italia, lo chiamò alle armi e lo inviò al fronte, nella Terza Armata al comando del Duca d’Aosta.

Aveva compiuto da poco i diciotto anni.

Tanto tempo dopo, gli chiesi come si fosse trovato nell’inferno della prima guerra mondiale. La sua risposta fu una lezione indimenticabile. Mi disse che si era trovato non bene, ma benissimo. L’esercito gli aveva dato il primo cappotto della sua vita, una novità strepitosa per un ragazzo che si difendeva dal freddo soltanto con una vecchia mantella. Poi un paio di scarponi nuovi, al posto delle scarpe di terza mano, sempre sfasciate. Poi ancora due pasti al giorno, e in uno c’era sempre un po’ di carne, la pietanza che in famiglia mettevano in tavola soltanto a Natale.

Infine, sempre sul fronte, assaggiò per la prima volta il cioccolato e fumò una sigaretta. Per ultimo, conobbe il piacere del sesso, sia pure nei bordelli della Terza Armata. Che, per volere del Duca d’Aosta, pare fossero i migliori dell’intero esercito italiano.

L’unico rammarico di Ernesto riguardava il fratello maggiore, Paolo. Lui non aveva potuto godere di tutto quel ben di Dio per un motivo banale. Paolo era emigrato negli Stati Uniti e lì faceva il muratore. Lavorava a New York e proprio il giorno d’inizio della guerra cadde da un’impalcatura e morì. Venne sepolto nel cimitero di Brooklin ed ebbe una lapide povera com’era sempre stata la sua vita.

Partendo dal piatto di minestra, sono arrivato a descrivere un’Italia ben più miseranda di oggi. La mia conclusione è semplice e schietta. Cari ragazzi teppisti, sono un vecchio signore che ha dovuto conquistarsi tutto. E voglio rivelarvi che di voi me ne fotto. Volete avere un futuro? Pensateci da soli e datevi da fare.”

Grazie, Gianpaolo Pansa.

Questo è il LINK

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