
Gian Antonio Stella, sul Corriere di oggi, ci parla dell’ultimo rapporto di Tuttoscuola e dice:
Sono impressionanti, alcuni dei dati contenuti nel dossier del mensile diretto da Giovanni Vinciguerra Numeri che offendono tutti quei maestri, bidelli, professori che quotidianamente si spendono con generosità per mandare avanti la scuola nonostante le delusioni, gli stipendi ingenerosi, le carenze infrastrutturali, la perdita di peso e di status nella società. Ma offendono soprattutto i maestri, i bidelli, i professori del Mezzogiorno che cercano di arginare con la loro dedizione e la loro professionalità i buchi lasciati dai colleghi furbetti e vengono ingiustamente esposti dalle statistiche al pubblico sconcerto, alla pubblica riprovazione.
L’aria dello Stretto fa male ai professori? – si chiede ironicamente – Non puoi non farti questa domanda davanti ai dati dell’ultimo rapporto di Tuttoscuola: in media i docenti reggini si ammalano 12,8 giorni l’anno. Tre volte e mezzo di più dei colleghi astigiani: 3,6 [..] I docenti che fanno meno assenze per malattia sono sempre quelli del Piemonte. Quelli che ne fanno di più sono invece quelli della Calabria, che si assentano dal servizio più del doppio dei colleghi piemontesi.
Analogamente per il personale ATA: la provincia con meno assenteismo è quella di Cuneo (7,5 giorni all’anno), quella con più assenteismo per motivi di salute quella di Nuoro, che sfiora (in media) i 15 giorni (Reggio Calabria è subito dietro con 14,5 giorni.
Sui Precari dice: emergono differenze altrettanto abissali. Spiega il rapporto: «La precarietà è di casa al Nord, mentre è molto più attenuata al Sud e nelle Isole». Qualche esempio? Solo 5,6% di docenti precari nella scuola dell’infanzia statali al Sud e 18,9 nel Nord-Est, solo 3,2 nelle primarie al Sud e 16,2 nel Nord-Ovest, 24,5% tra insegnanti di sostegno al Sud e 56,2 al Nord-Est.
Il dato più preoccupante – aggiunge – tuttavia, è probabilmente quello sull’abbandono scolastico: «Ancora una volta Sardegna, Sicilia e Campania registrano le più alte punte di dispersione scolastica, perdendo per strada – negli istituti tecnici – circa quattro ragazzi ogni dieci iscritti al primo anno». Eppure il dato che «sembra destinato a fare sensazione», perché inaspettato, «è quello che attribuisce alla provincia di Novara la palma del maggior abbandono scolastico: il 36,3 per cento degli iscritti, alla fine del quinquennio dei licei classici e degli istituti ex magistrali, e il 46,8 per cento alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali». Una ecatombe. Soprattutto se i numeri vengono «paragonati con quelli delle province più virtuose: Perugia perde per strada solo l’1,6 per cento degli studenti, alla fine del biennio iniziale degli istituti professionali. Alla fine del biennio iniziale degli istituti tecnici a Campobasso si ritirano l’1,8% dei ragazzi, a Novara – che ha anche qui il record negativo nazionale – il 30,1%». Agghiacciante.
Quello, però, che personalmente più mi fa riflettere è il dato relativo ai voti. Dice Gian Antonio Stella:
Non è solo in questa tabella, tuttavia, che la Calabria svetta in cima alle classifiche. Ma anche, per esempio, in quella dei voti più alti dati ai maturandi. Spiega infatti il dossier della rivista, sotto un titolo ironico («quasi geni a Vibo Valentia») che nel Vibonese «si registra alla maturità una delle più alte percentuali di studenti promossi con il massimo dei voti e la più bassa percentuale di studenti promossi con il minimo dei voti». Tanto per capirci: il 33,6% dei diplomati può mettere in bacheca un 100 o addirittura un 100 e lode. Una percentuale molto più alta della media nazionale (23%) ma addirittura tripla rispetto a quella della provincia di Varese. Domanda: è mai possibile che tutti i cervelloni si erano concentrati nel Vibonese e tutti i somari nel Varesotto?
Come è possibile prendere sul serio un dato come questo se viene drammaticamente smentito, ad esempio, dai rapporti Pisa [..]. E’ una malizia immaginare che a Vibo Valentia i docenti usino un metro di misura diverso da quello usato a Varese? La tendenza, del resto, è uguale a livello di macroaree: i «bravissimi» premiati con il 100 o il 100 e lode sono nel Sud il 25,8%, nel Nord-Ovest il 18,7: quasi un terzo di meno. Sul piano regionale, le differenze sono ancora più marcate: gli studenti che escono con il massimo dei voti dagli istituti superiori calabresi sono il 30,4%. Da quelli lombardi la metà: 16,6%.
Uno squilibrio totale che lo stesso rapporto di Tuttoscuola sottolinea: numeri alla mano, c’è da scommettere che si aprirà «un vivace dibattito sui criteri e sui metodi di valutazione degli studenti».
Già i criteri di valutazione. Ma quelli degli studenti sono lo specchio di quelli dei docenti che li preparano. E qui ho una domanda. Come possono gli insegnanti che lavorano con tanta passione, dedizione e professionalità tollerare una situazione di questo genere? Come possono tollerare che le mele marce siano retribuite al pari di quelle buone, che gli studenti con voti fasulli si affaccino al lavoro con credenziali superiori a quelli con voti seri, che il loro prezioso lavoro finisca nel pubblico sconcerto e alla pubblica riprovazione. Fino a quando nella scuola abbonderanno queste mele marce la mia lettrice Dora continuerà a scrivermi “Non so se vedrò mai una scuola migliore, ma il rispetto che è dovuto alle categorie non è dovuto ai docenti? Quando ho scelto questo lavoro sapevo che non avrei guadagnato,ma non mi aspettavo di non vedere mai riconosciuto il mio lavoro”
I mezzi di valutazione ci sono e indicano chiaramente quali sono le aree e le scuole dove la preparazione degli studenti è carente e non raggiunge i livelli minimi di apprendimento. E sono i test Invalsi. Li si critica perché si teme che la scuola si riduca a corsi di addestramento ai test, ma questo si può evitare e si può prevenire.
Valutare la scuola e gli insegnanti è un MUST. Non se rifiutino gli insegnati migliori. E se i test non vanno bene, si proponga uno strumento migliore, ma si provveda. Valutare la scuola è l’unico mezzo per migliorarla.
Via: Il Corriere – Prof malati, a Reggio il triplo che ad Asti
Questo il mio precedente post sullo stesso argomento