La Festa del Grazie: usa la fantasia !

Come ogni anno, la scuola di Elena ha organizzato, ieri pomeriggio, la Festa del Grazie.

Ci si è radunati tutti in cortile ed i bambini delle classi elementari, due prime, due seconde, due terze, due quarte e due quinte, per un totale di 252 bambini. si sono improvvisati attori, ballerini e cantanti di un piccolo musical, realizzato con libero riferimento alla storia di Peter Pan e Capitan Uncino.

I bambini delle due quinte hanno fatto la parte del leone, recitando  ruolo dei vari personaggi; quelli delle classi minori si sono esibiti sul palco, ciascuno con una coreografia in costume.

Questa è stata la coreografia dedicata a Peter Pan

Questa quella dedicata a Capitan Uncino.

Questa è stata la coreografia della classe di Elena

Un paio di bambini per classe sono stati selezionati per comporre il coro e come cantanti solisti.

Bravissimi tutti.

E’ stata una bella e tenera cosa.

Il messaggio di fondo? Non smettere mai di usare la fantasia.

Grazie, bambini, per avercelo ricordato.

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Sbatti il mostro (presunto) in prima pagina.

Per non far incazzare Vincenzo, lascio perdere i risvolti politici, e non addebito a questa o a quella fazione gli “indignati” commenti che ho letto a proposito della consuetudine di certi Stati USA di far percorrere l’ormai famosa perp walk, la camminata sulla porta dal commissariato, fatta fare a colui che si presume che abbia perpetrato un crimine, così come è toccato a Dominique Strauss Kahn.

Ogni Paese ha le sue regole e le sue consuetudini, anche se oggi  il denominatore comune pare essere ovunque quello di sbattere il presunto mostro in prima pagina e darlo in pasto al colto a all’inclita, per celebrare il processo mediatico prima ancora di quello ufficiale.

Noi di abitudine abbiamo questa:


E’ riferita al fermo, tra due ali di folla plaudente,  di Cosima Serrano, presunta perpetratrice  di un crimine nelle vicenda della povera Sarah Scazzi.

Se volete godervela tutta la trovate qui: (LINK)

Ma è solo un esempio tra tanti.

Nessuno che “si indigna”?

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Libro Cuore, oggi al Giro

Paolo Tiralongo  ha vinto la 19/a tappa del Giro d’Italia, la Bergamo-Macugnaga, precedendo all’arrivo il suo grande amico ed ex capitano Alberto Contador.

E’ la prima vittoria da professionista di Paolo Tiralongo, in una carriera che dura ormai da 11 anni.

Paolo ha quasi 34 anni. Nasce l’9 luglio 1977 ad Avola, in provincia di Siracusa. Da dilettante colleziona 14 successi, ma da quando passa al professiamo la sua è una dura vita da gregario che lo vede, tra l’altro, prender parte a sei giri d’Italia, a tre Tour de France e a tre Vuelas spagnole.

Quante borracce ha portato in questi anni, quanti chilometri ha percorso al servizio dei suoi capitani.

I più importanti, forse, sono stati quelli dello scorso anno, quando è stato uno dei più preziosi ed umili gregari di un grande campione, lo spagnolo Alberto Contador,  e quando, con la sue fatiche, ha contribuito in modo significativo al suo successo al Tour de France. Sono diventati grandi amici.

Tra i due, ciclisticamente, non c’è confronto. Oggi la tappa del Giro prevedeva un arrivo in salita a Macugnaga e Tiralongo era scattato, da solo, in testa, a 6 km. dal traguardo, riuscendo ad accumulare 24 secondi di vantaggio. Accarezzava in sogno di vincere la sua prima gara da professionista.

Dietro lo ricorreva il gruppetto dei migliori corridori, con in testa la maglia rosa di Contador.

A 400 metri dall’arrivo Contador lo ha raggiunto e lo ha superato. Poi si è voltato e gli ha parlato. Tiralongo si è messo alla sua ruota e a 50 metri dal traguardo Contador ha rallentato e, benché non appartengano più alla stessa squadra,  lo ha lasciato passare.

Ha vinto così, meritatamente Tiralongo. Per quel che ha fatto oggi, ma soprattutto per quel che ha fatto lo scorso anno.

Il ciclismo è uno sport durissimo, ma è forse il solo sport che sa scrivere grandi pagine da libro Cuore.

Paolo era raggiante e ha dichiarato: “Quando Alberto mi ha raggiunto mi ha incitato e non ha aumentato l’andatura. Alberto è un grande amico, sapevo che mai, mai mi avrebbe staccato”.

Alberto ha detto: “Sono più contento che abbia vinto lui, che non se avessi vinto io. Paolo è stato un corridore molto, molto importante per me, sono davvero felice che oggi abbia vinto”.

Grazie ad entrambi. Sono felice anch’io.

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I bermuda dell’ennesima contestazione.

Tutti gli anni è la solita storia. Coi primi caldi estivi le scuole si trovano alle prese con minigonne, infradito e pancini al vento a fronte dei quali solerti Presidi, colti da improvvisa sete di decoro,  bacchettano i ragazzi per gli abbigliamenti troppo “estivi” ed emettono ordinanze che invitano «allieve e allievi a indossare un abbigliamento adeguato durante le lezioni».

Stando alle cronache è già successo anche quest’anno a Roma, Napoli e in altre città.

Diciamo subito due cose: la prima che i Presidi hanno ragione; la seconda che ugual solerzia mi auguro che dimostrino anche per altri comportamenti. Ma questo è un altro discorso.

Diciamo pure che non è facile definire quando un abbigliamento sia “non adeguato”. Ci ha provato il Preside del Tommaso di Savoia, Istituto tecnico navale di Trieste precisando che non sarebbero stati «accolti studenti con abbigliamento da spiaggia (spalle scoperte, pantaloni corti o a mezza gamba)».

E’ così che l’altra mattina il bidello dell’Istituto si è visto costretto a sbarrare l’ingresso a trenta studenti armati di bermuda messi al bando dalla circolare.

Una “normale” ragazzata?

Pare che non sia proprio così, visto che i trenta ribelli si sono dimostrati evidentemente organizzati e hanno saputo come reagire chiamando la polizia. La quale è intervenuta e ha ottenuto che i ragazzi fossero ammessi lasciando il loro nome e cognome al bidello. Alcuni hanno accettano, altri se ne son tornati a casa, altri, «una decina – secondo Lorenzo Salvia, in un questo articolo sul Corriere di oggi (LINK)  – si sono fermati davanti alla scuola,  in piazza Hortis, a ripassare  il programma con un professore di buon cuore».

Ripassare il programma? Professore di buon cuore? Non credo né all’una, né all’altra cosa.

E’ piuttosto l’ennesimo esempio di un’assurda contestazione di una società che non accetta più le regole.

Era eccessivo proibire i bermuda in classe? Forse. Ma ben più grave è stato accettare che lo contestazione fosse organizzata e che la polizia, primo, sia intervenuta e, secondo, che non li abbia presi tutti a calci in culo.

Ma tant’è.

Accettiamo tutto ed anche che l’articolo del Corriere concluda in questo modo: « Cosa faranno adesso? Qualcuno vorrebbe tornare a scuola di nuovo con i bermuda. Forse potrebbero prendere esempio da Chris Whitehead, studente dell’Impington Village College, vicino a Cambridge. Anche lì il preside aveva vietato di entrare in classe con i pantaloni corti. Lui si è presentato con la divisa femminile, gonna e camicetta, parlando di discriminazione nei confronti degli studenti maschi. La sua mamma ha detto di essere «molto orgogliosa del suo coraggio».

Complimenti.

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Anche in natura….

…. pare che i maschietti abbiano gli stessi problemi: far tacere le femminucce!!!(me la manda Luisa, grazie)

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Il coro.

Saper cantare è un dono, come saper dipingere, disegnare, scrivere, o eccellere in uno sport. Io non ho mai saputo eccellere in nessuna di queste attività. In qualcuna mi sono arrabattato, mi sono anche divertito, ma se si è trattato di cantare ……

Ricordo quando, in prima media,  feci le selezioni per entrare a far parte del coro della scuola. Come tutti, qualche canzoncina la canticchiavo. La maestra, lo ricordo bene, era bravissima, ma era fatta a modo suo: erano gli anni dopo la guerra e lei era comunista e anticlericale. Tutti gli altri bambini all’inizio della scuola recitavano una preghiera. Noi cantavamo: “… il Piave mormorò, non passa lo straniero”. Mi piaceva, la cantavo di gusto, ma di musica non ci ha mai insegnato nulla.  E forse, anche se lo avesse fatto, sarebbe stata la stessa cosa.

Per la selezione ci misero tutti in fila e, ad uno ad uno, seguendo le note dell’organo, dovevamo intonare le note della scala musicale.

«Do, re, mi fa…… », provai a cantare. Il  maestro mi guardò sottecchi. «Riproviamo –  disse – cerca di seguire le note dell’organo».

Ci provai,  senza successo. “Riproviamo ancora» mi disse, ma al terzo tentativo fu un definitivo: «No, non ci siamo». E non entrai nel coro.

Che delusione!

Lo racconto perché anche Elena non farà parte del coro della sua scuola. Lei ama il suo maestro, ama al musica. Studia e si applica volentieri. Dell’ultima non facile verifica, in terza elementare, ha preso un bel 10 !!! Una delle poche.

Ha commentato:”Certo, però,  che per far parte del coro bisogna essere bravissimi a cantare.”

Gioa bella !!!!

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Un grazie a Giampaolo Pansa per la sua “Carta Straccia”

E’ stata una settimana dedicata alla lettura di Carta Straccia – ed Rizzoli, euro 19.90 – di Giampaolo Pansa.

E’ un libro ricco di suoi ricordi personali, esperienze e ritratti di illustri personaggi della comunicazione e della politica.

Rivive la storia degli ultimi sessant’anni e ci fa riflettere su ciò che è accaduto nel mondo del giornalismo.

Si parla di faziosità politica e di violenza, dagli anni di piombo ai nostri giorni.

Dice «Ho cercato di scrivere pagine schiette al limite del sarcasmo. Spero che i tanti vip narrati in Carta Straccia mangino un po’ di rabbia per l’irriverenza di un vecchio giornalista che non appartiene a nessun clan. E si diverte ancora a tirare sassi contro i vetri blindati di molte eccellenze»,

Ho ricordato e imparato molte cose.

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A margine di uno stupro – Dominique Strauss Kahn

Merita qualche commento la vicenda dello stupro che avrebbe perpetrato Dominique Strauss Kahn ai danni di una cameriera in una camera dell’Hotel Sofitel, a Manhattan.

La vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali.

Secondo l’accusa la donna sarebbe stata aggredita da Dominique Strauss Kahn mentre si accingeva a riassettare la camera da lui occupata e costretta ad un rapporto sessuale. Secondo le leggi americane, DSK rischia oltre 70 anni di carcere per reati che vanno dalla violenza sessuale, all’aggressione sessuale, al tentato stupro, al sequestro di persona di secondo, ai palpeggiamenti forzati.

Anche se sono sempre piuttosto scettico sul considerare questo tipo di reato in quanto normalmente fondato sulle dichiarazioni di una sola delle due parti, su prove facilmente costruibili (un po’ di liquido seminale messo su una gonna, i residui di qualche leggero graffio sotto le unghie, un indumento intimo strappato, etc), e facilmente destinabili a varie forme di ricatto, in questo caso mi pare di poter pensare ad una possibile colpevolezza, stanti le prove particolarmente consistenti e i precedenti di DSK; saranno comunque solo gli atti processuali che ci diranno quale sia stato l’effettivo svolgimento dei fatti nella stanza 2806 e quale sia stata l’effettiva entità dei reati.

Per ora mi limito a sottolineare alcuni aspetti della vicenda.

La tempestività con la quale si è proceduto all’arresto del presunto colpevole: Alle 12,50 la donna entra nella camera di DSK dove avvengono i fatti dopo i quali i responsabili dell’albergo  chiamano la polizia, mentre lei viene ricoverata al pronto soccorso del Roosevelt Hospital e curata per «ferite minori», alle 14,15 la polizia emette l’ordine di ricerca, alle 16,40 la polizia blocca DSK sul volo Air France in partenza per Parigi. Complimenti.

La tutela della privacy della vittima. Di lei sappiamo pochissimo: appena cognome e nome, Nafissatou Diallo, Ophelia per gli amici, l’ età, 32 anni, che è una mamma  single di colore, originaria della Guinea, che è musulmana, che vive nel Bronx in un povero palazzo normalmente abitato da malati di HIV e che prestava servizio al Sofitel da circa tre anni. Non abbiamo sue immagini ufficiali,  vive ora in una località mantenuta segreta e anche dopo la deposizione in tribunale è stata scortata e celata agli sguardi con un lenzuolo. Da noi sarebbe su tutte le prime pagine dei giornali.

L’elevatezza della cauzione, 6 milioni di dollari complessivamente,  per la concessione degli arresti domiciliari, con obbligo di braccialetto eletronico al polso e sorveglianza 24 ore al giorno con spese a carico dell’imputato (oltre 200 mila dollari al mese). Così si fa! E da noi?

La crudezza con la quale la Giustizia Americana tratta questi imputati. Mi riferisco al perp walk (da perpetrator = perpetratore, responsabile): la camminata fatta fare, fuori dal commissariato, a colui che avrebbe perpetrato il crimine. Non è un uso previsto dal codice, ma una pratica voluta , negli anni Ottanta, da  Rudolph Giuliani, all’epoca procuratore generale di Manhattan. Su questo trattamento si sono accese le polemiche. «Linciaggio – gridano gli intellettuali francesi (e non solo quelli) – Noi e gli americani non apparteniamo alla stessa civiltà». Risponde Bruce Crumley dalle colonne del Time, il settimanale che ha pubblicato la celebre copertina a lato, affermando che questa reazione «riflette una realtà più profonda e la differenza che separa la società francese e americana: l’avversione e il fastidio molti francesi hanno ancora a vedere dei membri delle loro elite che ricevono un trattamento duro come quello regolarmente elargito a criminali comuni». D’altra parte non stupiamoci troppo. Sono la norma le immagini che da noi appaiono in TV a testimoniare,ad esempio, la cattura di qualche capo mafia e di qualche personaggio importante della finanza e del mondo dello spettacolo. Si tratta, ovviamente di immagini costrite ad hoc, su appuntamento, e mi chiedo, tra l’altro, quanti non vorrebbero vedere quelle immagini anche, ad esempio, per il Caimano.

La figura di Dominique Strauss Kahn. Non è uno qualunque. Francese di 62 anni, era il Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale ed era “una delle personalità più apprezzate, in patria e all’estero, per la competenza economica, sorretta da raffinata cultura umanistica e lucida visione politica, messe al servizio di un moderno progetto riformista per tutta la sinistra. I suoi libri hanno suscitato riflessioni non solo in Francia” (Così Il Corriere del 16 maggio a pag 38 – Ascesa e caduta di un leader – di massimo Nava) Soprattutto era  il più accreditato rivale di Sarkozy, dalla sinistra,  nella corsa alle presidenziali. E i recenti sondaggi gli accreditavano un 60% di probabilità di successo anche se, in passato, non erano mancati  scandali e pettegolezzi sulle sue presunte ossessioni sessuali, ma “DSK era riuscito a convertirli in una simpatica fama di seduttore e marito infedele, con moglie aperta, informata e complice. E su questo capitolo erano già pronte le biografie, come quella, già in libreria, che gli riconosce il merito di «non dissimulare» gusti e comportamenti” (Il Corriere, stesso articolo).

Già, aveva questo piccolo difetto. Era malato di sesso. Così almeno pare stando alle cronache dei suoi precedenti, sui quali, peraltro, non vi annoio e vi rimando a questo articolo del Corriere (LINK):  IL CATALOGO DELLE «IMPRESE» DI STRAUSS-KHAN Da Tristane a CarmenCronaca di un’ossessione. Tutti sapevano, nessuno denunciava: perché?

Così come adesso non sono pochi quelli che cercano di minimizzare l’accaduto – per tutti Carmen Llera, ex   col suo: ««Ama il sesso, so what , e allora?» (*) – o di compararlo ad altri sex affairs che hanno colpito, o colpiscono,  altri leader internazionali. Così ad esempio E così si mettono sullo stesso piano vicende che hanno sì, qualcosa in comune: la tracotanza del successo e l’attrazione per le belle donne, ma queste sono una cosa, le molestie e la violenza un’altra.

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(*)    Vedi in proposito Questo aricolo a firma Maria Grazia Rodotà (Politicamente scorretti Conformisti Pericolosi) o questo a firma  Mario Giordano (Lo Stupro diventa chic se a farlo è la gauche)

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Il Golf – Le Foto della Settimana

Dalle foto della Settimana del Los Angeles Times ho scelto questa volta un’insolita inquadratura dovuta al fotografo Dean Moutharopoulos / Getty Image.

Ritrae il primo colpo di Andrew Willey, Inglese, dalla buca 1 nel Madeira Island Open , in Portogallo.

Dopo l’inforunio al ginocchio ho ripreso anch’io a giocare, non certo a questi livelli, e voglio ringraziare Vincenzo che mi ha tanto aspettato.

Via: The Week in Pictures from the Los Angeles Times.

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Meno matrimoni: tutti più felici?

Il matrimonio è in crisi? Non c’è dubbio.

E’ dell’altro giorno una rilevazione Istat che segnala che agli italiani il matrimonio piace sempre meno: nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila.

Il 30 % in meno rispetto al 1991.

(fonte Istat)

Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata.

La diminuzione  ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).

Perché questo calo vertiginoso rispetto a una volta?” – si chiede Annamaria Berndardini de Pace, su Il Giornale di oggi?

In realtà perché non ce n’è più bisogno” – si risponde. E prosegue: “Fino a una decina di anni fa, il matrimonio era funzionale a dare status sociale e sicurezza economica alla donna, che nelle nozze vedeva l’obiettivo fondamentale della sua vita. Chi non si sposava veniva considerata incapace e non desiderabile. Progressivamente e oggi sempre più, le donne hanno declassato il matrimonio rispetto ad altre priorità, quali la libertà, l’autonomia economica, la carriera e persino un figlio.

La zitella del passato è oggi una fiera e dinamica single. La  ragazza madre, già vergogna sociale e  familiare, di questi tempi esibisce con orgoglio il frutto della sua autarchia.

Gli uomini, da parte loro, non hanno più l’obbligo sociale o morale di sposare la «fidanzata» con la quale fanno sesso; per di più l’offerta di donne «emancipate» è altissima, tanto da non indurli facilmente alla scelta matrimoniale, carica di responsabilità e di restrizioni del panorama erotico. 

Sul piano pratico, ci sono le case dei genitori sempre disponibili, una grande libertà di movimenti, nessun divieto di frequentare in coppia non coniugata luoghi e persone. C’è, obiettivamente, anche il problema della precarietà del lavoro, quando c’è, e, in questi ultimi due anni, il peso plumbeo della crisi economica mondiale. 

Una motivazione non trascurabile della diminuzione dei matrimoni è anche l’immaturità delle nuove generazioni: non considerano certo un onore personale sottoporsi a fatiche e sacrifici. Anzi. Sono abituati, molti giovani d’oggi, ad avere tutto quello che desiderano e a invidiare chi ha di più. Non hanno voglia di darsi da fare più di tanto. Riescono tranquillamente a tenere il piede in più scarpe, sfruttando  finché è possibile l’albergo domestico e le cure della mamma, ma, intanto, girando il mondo e sperimentando partner. 

A un certo punto, con entusiasmo o esitazione, decidono di convivere invece che di sposarsi, pensando per l’ennesima volta di aggirare così le specifiche responsabilità che il matrimonio comporta. Infatti, a fronte del calo dei matrimoni, c’è l’aumento significativo  delle libere convivenze. Che anche la donna accetta ben volentieri, salvo pentirsene al momento della separazione, perché priva di garanzie economiche personali. E persino delle possibilità di dividere a metà i regali delle nozze mai celebrate. Molti convivono anziché sposarsi, perché suggestionati dal pericoloso equivoco che, così, «ci sono meno problemi e ci lasciamo quando vogliamo». Invece, anche dalle convivenze, nascono accese battaglie giudiziarie e creativi percorsi di vendette e rivendicazioni. 

Alcune donne autonome, in carriera, sole, arrivano a rifiutare sia il matrimonio,sia la convivenza nel segno dell’indipendenza assoluta. Intrattengono relazioni sessuali multiple, finché individuano (sovente a insaputa di lui) un padre biologico con un reddito alto, dal quale trarre il vantaggio di un figlio che assicuri loro la vita affettiva e la rendita vitalizia, senza il fastidio del marito per casa. 

Può darsi anche che molti decidano di non sposarsi per sperimentare ogni giorno tra loro la gioia di confermare la scelta; la capacità di modulare i progetti senza schemi preconcetti; il gusto della solidarietà non obbligata da norme di legge. 

Questo è,insomma, così articolato, il territorio di pensieri, esperienze,capacità o limiti personali, sul quale dovrebbero in teoria decidersi i matrimoni: obiettivamente ci si meraviglia che ancora ci sia chi voglia sposarsi, salvo che non sia cattolico praticante. Non c’è infatti più fiducia tra uomini e donne. Il tradimento è una regola. Condivisa. Basterebbe il conto quotidiano delle separazioni e dei divorzi, delle denunce di violenze domestiche, dei giornalieri omicidi in famiglia, per scoraggiare anche il più ottimista dei potenziali nubendi. 

A meno che tutto non si riduca all’organizzazione di una festa indimenticabile.

La verità è che il matrimonio, salvo quello di Will e Kate, non è più un sogno per ragazzine, da coltivare e programmare nel tempo, bensì un incubo per adulti incapaci di diventare grandi.

Morale della favola: Cenerentola non sogna più di sposare il principe azzurro, ma vuole diventare una Winx; Crudelia Demon si innamora di Peter Pan, ma il matrimonio è continuamente rinviato; la piccola fiammiferaia è impegnata con Aladino in una multinazionale produttrice di lampade; Cappuccetto rosso fa riconoscere un figlio naturale a Barbablu. 

E nessuno visse mai più felice e contento”

E nemmeno i figli, sempre di meno, sempre più in balìa di separazioni e divorzi e sempre più affidati alle istituzioni, anziché alla famiglia – aggiungo io.

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